Dal mondo

La guerra in corso delle Zee nel Mediterraneo

Zee

L’analisi di Fabio Caffio per Affarinternazionali sul ruolo dell’Italia di fronte alla dinamiche marittime nel Mediterraneo

La guerra in corso per l’accaparramento delle Zone economiche esclusive (Zee) del Mediterraneo è sempre più asimmetrica. Al dinamismo cipriota si contrappone l’avventurismo turco. Tripoli difende l’accordo con Ankara affermando il diritto a delimitare la sua Zee. Atene lancia bellicosi proclami cercando di coinvolgere l’Ue.

La Zee, secondo la Convenzione del diritto del mare, è la zona marina di massima estensione di 200 miglia in cui lo Stato costiero esercita diritti sovrani sulla massa d’acqua per la gestione delle risorse naturali (principalmente di pesca) e per la protezione dell’ambiente marino. Il limite esterno della Zee, se non diversamente stabilito, coincide con quello della sottostante piattaforma continentale in cui lo stesso Stato ha il diritto di sfruttare le risorse minerarie. La Zee può non essere proclamata: in questo caso lo Stato è comunque titolare di diritti originari sulla piattaforma.

L’Italia, al solito, è cauta: di fatto, nel non firmare il comunicato congiunto del vertice del Cairo dell’8 gennaio in cui si definisce come invalida la pretesa turco-libica pare prendere le distanze da GreciaCipro ed Egitto, e anche dalla Francia. La nostra attenzione per le Zee pare invece limitata alla pretesa algerina di cui si è parlato nella recente visita del premier Giuseppe Conte ad Algeri. Il basso profilo italiano incarna comunque una corretta visione di soluzione dei contenziosi marittimi.

Ora che Ankara ha oltrepassato il Rubicone del Mediterraneo orientale ci si chiede se la l’iniziativa non sia solo una mossa ad effetto. In realtà, dal 2009 esiste una Zee libica proclamata unilateralmente, che ingloba la Zona di protezione della pesca del 2005, e che si estende “sino ai limiti permessi dal diritto internazionale” a meno di accordo con i Paesi vicini. Tripoli lo precisa in un documento inviato alle Nazioni Unite nel quale si dice che sino al 2014 è andata avanti una trattativa con la Grecia: l’intesa sarebbe fallita per l’intransigenza di Atene nel pretendere che un isolotto sotto Creta (Gaudo) influenzasse il tracciamento di una linea di equidistanza a sé favorevole.

L’equidistanza rigida che dia valore alle isole è il principio irrinunciabile delle pretese elleniche, nonostante la tendenza sia verso un risultato equo in cui vi sia proporzionalità tra superfici da spartire e lunghezza coste rilevanti. Ankara avrebbe quindi offerto a Tripoli un confine più settentrionale rispetto a quello preteso da Atene, tenendo conto delle coste della Cirenaica e dell’Anatolia, ma violando il diritto di Dodecaneso e Creta a propri spazi.

Zee - Italia - Cipro - Turchia - UeIn tratteggio le aree pretese; con linea continua quelle delimitate per accordo. La pretesa Zee turca si sovrappone a quella greco-cipriota basata sull’equidistanza. I punti AB sono stati dedotti dal Memorandum turco-libico. (Elaborazione a cura di S. Ferrero su base cartografica non ufficiale).

STRATEGIE GRECO-CIPRIOTE

 

Atene sconta la propria incertezza a istituire Zee non tanto nell’Egeo (la cui situazione appare congelata per vari veti politico-militari) quanto nel Mediterraneo orientale, nonostante abbia già aperto alla ricerca aree di piattaforma continentale nello Ionio e a sud di Creta. Peraltro, da tempo la Grecia cerca una sponda con Italia e Albania per delimitare la Zee. Questo non è stato sinora possibile, sia perché noi chiediamo la tutela dei nostri interessi di pesca, sia perché Tirana non ha mai ratificato l’accordo del 2009 giudicato, a posteriori, iniquo.

Non è comunque passata inosservata la mossa greca di proporsi come attore geopolitico oltre il Mediterraneo, aderendo subito alla Mission européenne de surveillance maritime dans le détroit d’Ormuz (Emasoh) che sorveglierà il transito nello Stretto di Hormuz.

Sinora Atene si era avvantaggiata della determinazione cipriota nello sfidare la Turchia nel Mar di Levante concedendo permessi di ricerca in aree a sud di Cipro delimitate con Egitto e Israele. Ankara contesta tali aree – sostenendo il diritto della comunità turco-cipriota a percepire parte delle royalties – nonché quelle ad ovest del meridiano 32°16’ ove ha già iniziato prospezioni.

Il fronte comune creato da Cipro con l’EastMed Gas Forum (Emgf) appare granitico, avendo dalla sua Grecia, Israele ed Egitto. Proprio per questo Ankara minaccia l’avvio di trivellazioni nel Mediterraneo: il che non pare riferirsi alle aree a sud-est di Creta, spartite con la Libia, ma a quelle circostanti Cipro. Quanto al tracciato del gasdotto EastMed – avversato da Ankara – giuridicamente la Turchia non potrebbe comunque impedirne il transito.

PERPLESSITÀ UE

Di continuo Grecia e Cipro citano la posizione dell’Unione europea contraria al Memorandum turco-libico. Bruxelles non lo ha ancora dichiarato “null and void” ma ha solo minacciato sanzioni contro la Turchia. Tra l’altro, nel 2013 i due Paesi, assieme a Malta (ma non all’Italia), cercarono di coinvolgere l’Ue nel progetto di creazione di un’improbabile Zee europea.

Quello che è certo è che l’Ue non può contrastare i Paesi terzi che avanzano pretese marittime eccessive né può adottare proprie misure per la soluzione delle controversie; al limite, può fare pressioni politiche o facilitare il dialogo. Questo è avvenuto all’insorgere del contenzioso sloveno-croato per la Baia di Pirano. D’altronde, non sempre l’Ue prende posizione in materia, come dimostra il caso della pretesa algerina a una Zee che si sovrappone agli spazi italiani e spagnoli. L’Ue appoggia invece lo sviluppo dell’autonomia energetica degli Stati membri, fornendo loro indiretto sostegno alle pretese marittime offshore.

RUOLO ITALIANO

Il significato della mancata firma italiana al comunicato congiunto del vertice del Cairo dell’8 gennaio scorso non è stato valutato a pieno. Il nostro Paese – pur consapevole dell’avventurismo marittimo di Ankara – è sembrato prendere le distanze dall’assertività greco-cipriota, differenziandosi nel contempo dalla Francia che protegge gli interessi energetici della Total nello Ionio, a Creta e, assieme all’Eni, a sud di Cipro. Le nostre riserve sul gasdotto EastMed sono forse relative al solo tratto finale verso Otranto. Ma, di sicuro, consideriamo prioritario l’afflusso di gas dalla Tripolitania via GreenStream oltre al completamento del Tap.

In ogni caso, la freddezza italiana sulle dispute in corso potrebbe favorire un nostro ruolo di mediazione giuridico-politica. Una conferenza diplomatica o un semplice forum tra i Paesi mediterranei dedicato ai confini marittimi favorirebbe quantomeno il dialogo. Tripoli, a proposito delle polemiche sulla propria Zee, ha oltretutto ricordato di aver risolto davanti alla Corte internazionale di giustizia i propri contenziosi con Tunisia e Malta.

 

Articolo pubblicato su affarinternazionali.it

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