Dal mondo

Le mani della Russia sul Nagorno-Karabakh

Nagorno-Karabakh

Nonostante tutti i discorsi su una nuova geopolitica nel Caucaso fatta di droni turchi, jihadisti siriani, mediazione iraniana e scontro di civiltà, la guerra nel Nagorno-Karabakh si è conclusa unilateralmente. L’articolo di Nathalie Tocci e Nona Mikhelidze

Nonostante tutti i discorsi su una nuova geopolitica nel Caucaso fatta di droni turchi, jihadisti siriani, mediazione iraniana e scontro di civiltà, la guerra tra Armenia e Azerbaigian si è conclusa unilateralmente. È successo non solo in ragione della vittoria militare dell’Azerbaigian sull’Armenia, il che ha ribaltato la sconfitta di ventisei anni prima, ma anche – e forse più significativamente – perché la geopolitica della regione è ormai quasi interamente nelle mani di Mosca.

Dopo quasi tre decenni di fragile tregua, la guerra era di nuovo esplosa tra i due Paesi del Caucaso meridionale il 27 settembre scorso. Durata sei settimane, ha lasciato a terra migliaia di vittime, tra cui centinaia di civili. Il Gruppo di Minsk – il formato di mediazione nel quadro Osce e co-presieduto da Francia, Russia e Stati Uniti – non è riuscito a facilitare un accordo di pace tra le due parti del conflitto.

L’ACCORDO DEL 10 NOVEMBRE

Mentre eravamo incollati ai nostri schermi a seguire compulsivamente il conteggio dei voti negli Stati Uniti, la città-simbolo di Shusha/Shushi cadeva in mano alle forze di Baku. Poco dopo, martedì 10 novembre, Armenia e Azerbaigian hanno concluso un accordo di pace, mediato dalla Russia.

Benché non esplicita nel nome, l’intesa trilaterale per il cessate il fuoco indica la sconfitta dell’Armenia. In seguito all’accordo, l’Azerbaigian riprende il pieno controllo di tutto il territorio occupato che circonda il Nagorno-Karabakh, ad eccezione di un corridoio di cinque chilometri a Lachin che mantiene un collegamento territoriale tra Armenia e Stepanakert – la capitale dell’autoproclamatosi Nagorno-Karabakh -, ma non con Shusha.

Gli sfollati interni ed i rifugiati azeri possono tornare nelle loro case. A parte la previsione della riconquista territoriale da parte di Baku, l’accordo non fa menzione del futuro status costituzionale del Nagorno Karabakh. L’Azerbaigian ha anche ottenuto per la prima volta dalla guerra degli anni ’90 un collegamento diretto con la sua exclave Nachichevan, che vuol dire un collegamento diretto con la Turchia.

L’ATTIVISMO TURCO E GLI APPELLI DI USA, IRAN ED EUROPA

Questi elementi dell’accordo sono, per molti aspetti, i meno sorprendenti. Molto più stupefacente per gli osservatori esterni è non tanto la vittoria dell’Azerbaigian, quanto quella della Russia. La Russia è tra i tre co-presidenti del Gruppo di Minsk, ha stretti legami di sicurezza con l’Armenia (Yerevan è membro della Collective Security Treaty Organisation, il Trattato di difesa collettiva di Mosca, ndr), ma nell’ultimo decennio ha migliorato in modo significativo le sue relazioni economiche con Baku. Durante le sei settimane di guerra, la Russia si è ripetutamente attivata per mediare il cessate il fuoco umanitario, come hanno fatto anche Iran, Francia e Stati Uniti.

Tuttavia, l’attenzione internazionale si è concentrata in gran parte altrove: principalmente ad Ankara. Lo strenuo sostegno da parte del presidente turco Racep Tayyip Erdogan all’impegno militare dell’Azerbaigian nel Nagorno-Karabakh, infatti, strideva con le piuttosto monotone richieste di cessate il fuoco provenienti dai leader europei, americani e iraniani. Durante le prime settimane di guerra si è parlato molto di droni turchi, jihadisti siriani, e più in generale del grande ritorno della Turchia nella scena caucasica. Ankara è stata, senza dubbio, molto più assertiva nella guerra del 2020 che in quella precedente del 1988-1994. Anche Teheran si è dimostrata ben più attiva che in passato nel suo sforzo di facilitare un cessate il fuoco tra le parti.

Al contrario, nonostante lo sforzo del segretario di Stato Mike Pompeo di mediare una tregua, gli Stati Uniti sono stati infinitamente meno presenti nel Caucaso oggi rispetto alla fine degli anni ’90. Gli europei sono scomparsi. In altre parole, le dinamiche geopolitiche della regione sono cambiate in modo significativo negli ultimi trent’anni.

IL SIGNIFICATO DEL SUCCESSO RUSSO

L’accordo del 10 novembre racconta, però, un’altra storia: forse la più significativa di questa vicenda. In molti ci hanno provato, ma è stata Mosca a concludere l’accordo. Per la prima volta, la Russia ha ottenuto un risultato che aveva finora perseguito senza successo: inviare i propri – e soltanto i propri – peacekeeper nella regione. Lungo la linea di contatto nel Nagorno-Karabakh e nel corridoio Lachin, sarà dispiegato un contingente di quasi duemila soldati russi, per una durata di cinque anni, rinnovabile per altri cinque.

Questo dà alla Russia una leva senza precedenti per esercitare un’influenza maggiore sulla politica interna dell’Azerbaigian e soprattutto dell’Armenia. Le timide aperture di Yerevan nei confronti dell’Unione europea, sotto la guida del premier Nikol Pashinyan, molto probabilmente si spegneranno.

In effetti, l’accordo negoziato dalla Russia spinge l’Armenia sull’orlo del baratro politico, mettendo a repentaglio la sua giovane democrazia. Nel Paese sono esplose proteste di massa, i manifestanti hanno etichettato l’accordo come un tradimento e stanno chiedendo le dimissioni del primo ministro.

Se ciò accadrà – ed è difficile immaginare che non accadrà – il Cremlino intascherà un’ulteriore vittoria. L’Armenia è stata a lungo il partner strategico della Russia, ma le relazioni bilaterali si sono inasprite dopo la “rivoluzione di velluto” del 2018 che ha portato Pashinyan al potere. Le sue riforme democratiche – e in particolare la sua lotta alla corruzione, conclusasi con l’arresto di importanti oligarchi affiliati alla Russia e dell’ex presidente filo-russo Robert Kocharyan -, non sono state particolarmente apprezzate dal Cremlino. In buona sostanza, il presidente russo Vladimir Putin si è vendicato.

IL COMPITO PER L’UE

La fine di una guerra che stava causando molte morti, sfollamenti e distruzione è un risultato positivo. Tuttavia, come suggerisce lo stesso precedente accordo del 1994, un cessate il fuoco non è garanzia di pace. Mentre la guerra territoriale è finita, il conflitto tra i popoli dell’Azerbaigian e dell’Armenia non lo è certamente.

Per orientare le dinamiche del conflitto verso una vera riconciliazione, sarà fondamentale rivisitare il formato di mediazione e puntare alla costruzione della pace e al contatto interpersonale. Data l’ampia gamma di strumenti che possono essere mobilitati dall’Unione europea in questo campo, è tempo che gli europei facciano sentire, anche se tardivamente, il loro peso nella regione e indirizzino la rotta del viaggio lontano da una mera cristallizzazione del conflitto, e verso quella di un vera pace.

Articolo pubblicato su affarinternazionali.it

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