Dal mondo

Libia, le conseguenze del golpe di Haftar

Haftar

L’analisi di Francesco Semprini, corrispondente da New York e inviato di guerra per La Stampa, per Affarinternazionali

Un golpe nella sua stessa Cirenaica per epurare le frange moderate dell’est, autoproclamarsi guida assoluta e sferrare una (improbabile) azione risolutiva per la conquista di TripoliKhalifa Haftar, comandante dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna), risponde così alla controffensiva con la quale il Governo di accordo nazionale (Gna) di Fayez al Serraj, sostenuto dalla Turchia, ha ripreso il controllo dell’ovest arrivando ad assediare Tarhuna.

Un ribaltone rispetto all’impasse dettata dalla bassa intensità del conflitto libico iniziato il 4 aprile 2019 con la marcia su Tripoli dell’uomo forte della Cirenaica.

Rischia intanto di diventare un pericoloso incidente internazionale quello tra Tripoli e Parigi, dopo che tre caccia francesi hanno sorvolato ieri il territorio libico interessato dagli scontri tra le forze governative e quelle del generale, senza permesso né avviso alle autorità del Governo di accordo nazionale guidato da al Serraj. Tripoli ha immediatamente chiesto spiegazioni al ministero degli Esteri di Parigi. A questo si aggiunge anche il fatto che la Francia è l’unico Paese (coinvolto nella partita libica) a non essersi pronunciato sul nuovo colpo di mano di cui è stato protagonista Haftar, a conferma dell’ambiguità di condotta dell’Eliseo sul dossier libico. Ovvero, sotto il cappello dell’Unione europea ha appoggiato il Gna, giocando tuttavia in solitario una partita tutta a favore di Haftar, al quale la Francia ha garantito copertura diplomatica, appoggio logistico e di intelligence e agevolato forniture militari. Anche nella sua ultima avventura militare all’assalto di Tripoli.

IL COLPO DI MANO DEL GENERALE

Il cambio di equilibri sul terreno vede in difficoltà Haftar, il quale teme di essere spinto dalla Camera di Tobruk a un compromesso con Serraj. Il numero uno dell’organo parlamentare orientale, Agila Saleh, molto vicino al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, è propenso a un accordo che lascerebbe la Cirenaica sotto una forte influenza dell’Egitto. Gli oltranzisti vicini al generale spingono invece per continuare la campagna di Tripoli a ogni costo, e addirittura, sciogliere Tobruk.

Ecco perché, secondo fonti locali da noi sentite, Saleh si sarebbe rifugiato a Derna protetto dalle sue tribù, terrorizzato da azioni intimidatorie da parte di Haftar. Il quale avrebbe già fatto destituire il governo “ombra” dell’est, guidato da Abdullah al-Thinni, per agevolare la formazione di un “Consiglio di sovranità della Libia” che governerà le zone del Paese sotto il suo controllo durante un periodo di transizione. Dopo la formazione del Consiglio verrà annunciata la nascita di un governo di crisi con cinque o sette ministeri, probabilmente presieduto da Ali Qatrani, fedelissimo del generale che era già stato indicato da lui quando nel 2015 nacque il Consiglio presidenziale con nove membri, uno dei quali riservato a un rappresentante del potere di Bengasi.

RAIS “PER VOLONTÀ DELPOPOLO LIBICO”

A spiegare l’assedio interno dal quale l’uomo forte della Cirenaica si sente minacciato è Daniele Ruvinetti, profondo conoscitore delle dinamiche libiche. “C’è stato un cambio di scenari veloce dopo la riconquista della costa occidentale da parte del Gna e la controffensiva che lo ha portato alle porte di Tarhuna. Lì è in atto una trattativa con le tribù e le componenti importanti della città (ultimo feudo di Haftar in Tripolitania). Storicamente Tarhuna e Misurata non si sono mai fatte la guerra, e visto che gran parte di chi combatte tra le fila dei governativi proviene da Misurata, si sta cercando di trovare una strada per la resa”. Non è tutto perché, come spiega Ruvinetti, visto il progressivo cambio di rotta del Cairo verso una “exit strategy soft” al conflitto “in Cirenaica chi è meno vicino al generale non rifiuta l’ipotesi di compromesso con la parte moderata di Misurata, per quanto al momento risulti complicato individuare un accordo”.

Ecco allora che il “generale ferito”, dinanzi al rischio di vedersi messo ai margini da un’azione negoziale proveniente dalle sue stesse roccaforti, gioca d’anticipo con un piano in due mosse. Dapprima annuncia di “aver accettato il mandato popolare di occuparsi delle questioni nel Paese” e sentenzia la contestuale fine dell’accordo di Skhirat, firmato in Marocco nel dicembre 2015 sotto l’egida dell’Onu, per mettere fine alla seconda guerra civile nel Paese che durava dal 2014. E 24 ore dopo si autoproclama rais della Libia per “volontà del popolo libico”.

L”INIZIO DELLA FINE

Ma qual è l’obiettivo del 76enne ex ufficiale di Gheddafi, la cui fuga in avanti e al momento trova scarso sostegno tra le tribù e i politici della Cirenaica? Fonti di “Agenzia Nova” riferiscono che il compito principale di questo “governo di crisi” è di preparare le elezioni presidenziali e parlamentari nel Paese, oltre a gestire servizi per i cittadini e risolvere la crisi economica. Una manovra, quindi, per riconquistare Tripoli ma questa volta con l’arma democratica del voto?

Un colpo di scena per Haftar che, del resto, sul successo militare sembra poter contare poco, come ci spiega Mohamed Buisier, ex superconsigliere dell’uomo forte della Cirenaica. “Il 4 aprile di un anno fa Haftar aveva a disposizione un’armata fortissima e sostegni esterni importanti, tali da catapultarlo a 9 miglia dal centro di Tripoli in pochi giorni. Oggi fortifica le posizioni nel Golfo della Sirte, a 120 km da Bengasi. Non ti chiudi dentro casa se vuoi entrare in quella di un altro – chiosa Buisier -. Haftar tenta di trovare un significato politico per sopravvivere, per lui è l’inizio della fine

 

Articolo pubblicato su affarinternazionali.it

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