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Mediterraneo, serve una strategia per le missioni internazionali

missioni internazionali

L’approfondimento di Claudio Bertolotti per Affarinternazionali sulle criticità che affliggono la nostra partecipazione alle missioni internazionali

Oggi la presenza italiana nelle missioni internazionali è tra le più rilevanti tra gli alleati. Lo è in Libano, con 1.216 soldati; in Afghanistan, terzo contingente della missione Resolute Support della Nato, con 894 uomini; in Iraq, nei Balcani, in Libia. E la capacità delle Forze Armate, dunque il potenziale esprimibile, deriva proprio dalla partecipazione a tali missioni.

Equipaggiamenti, armi e procedure operative e logistiche, che oggi caratterizzano i nostri militari, sono frutto dell’esperienza acquisita nei venticinque anni che ci separano dall’intervento in Bosnia. Ma nonostante ciò, il comparto Difesa è afflitto da tre criticità croniche: insufficiente disponibilità finanziaria, impiego in deroga alle peculiarità dello strumento militare, gestione delle risorse umane.

TRE CRITICITÀ AFFLIGGONO LE FORZE ARMATE

Sulla prima è sufficiente dire che il bilancio della Difesa per il 2020 è di 21,9 miliardi, l’1,21% del Pil: meno del 2% chiesto dalla Nato. Circa 14 miliardi vanno alla funzione Difesa, di questi il 74% è destinato al Personale: gli stipendi. Alle voci Esercizio e Investimento, per l’ammodernamento delle Forze Armate, corrisponde rispettivamente solo il 12,5% e il 13,4%.

Sulla seconda criticità è necessaria una riflessione. Le Forze Armate, l’esercito in particolare, sono eccessivamente impegnate in attività di pubblica sicurezza. Delle 12.641 unità che svolgono attività operativa, solo 5.560 sono impiegate all’estero. 7.081 soldati partecipano invece all’operazione ‘Strade Sicure‘, in essere da 12 anni, con un sotto-impiego delle forze, sovra-equipaggiamento rispetto alle esigenze e oneri per il contribuente superiori ai costi di un reclutamento di agenti di polizia.

La terza criticità è l’invecchiamento, con progressiva riduzione della capacità di impiego. In altri termini, le Forze Armate sono composte da una crescente componente di personale in servizio permanente che invecchia e non è più, e lo sarà sempre meno, idonea ad essere impiegata nelle missioni internazionali. Un risultato che è frutto della deleteria concezione di Forze Armate quali strumento ‘occupazionale’ e non di ‘proiezione’ ai fini dell’ambizione nazionale.

TRE PROPOSTE: AMBIZIONE NAZIONALE, RIMODULAZIONE, PRIVATO

Geografia, storia e opportunità politica danno all’area mediterranea, dai Balcani al Maghreb, un valore strategico prioritario: priorità, peraltro, già indicata nel Libro Bianco della Difesa. In tale ottica si impongono scelte inevitabili che si concretizzano nei concetti di visione strategica e capacità operativa.

A livello politico-strategico: deve essere adottata e condivisa un’ambizione nazionale di media potenza e il coraggio di perseguirla attraverso una politica estera che faccia proprio lo strumento militare, per il quale si impone una riorganizzazione orientata all’impiego estero.

La priorità rappresentata dal Mediterraneo – e secondariamente il Golfo Persico, l’area sub-sahariana e il Corno d’Africa – dovrà consentire una capacità di proiezione di unità di medie dimensioni (a livello di task force) a distanze medio-brevi a tutela della sicurezza energetica, economico e commerciale. A ciò deve seguire un nuovo concetto strategico-militare dello Stato Maggiore della Difesa, coerente con l’evoluzione nell’ambito Nato e Ue, che renda assoluto il principio di impiego joint, congiunto e interforze, dove la Marina militare – di cui Esercito ed Aeronautica saranno i pilastri essenziali – deve avere un ruolo prioritario. È qui che deve concentrarsi il massimo sforzo in termini di sviluppo (e investimento) tecnologico, con conseguenti vantaggi per l’industria civile. E in questo partiamo avvantaggiati, essendo il settore navale all’avanguardia a livello europeo.

A livello operativo, l’evoluzione degli scenari di conflitto impone di proseguire nella rimodulazione d’impiego in senso Sfa (Security Force Assistance), funzionale alla condotta di missioni a supporto della Riforma del Settore di Sicurezza in fase di Stabilizzazione e Ricostruzione.

A livello organizzativo è imprescindibile disporre di uno strumento efficiente e giovane. Per farlo, a fronte di maggiori investimenti nel settore, si dovrà partire dalla riorganizzazione della base. In primo luogo, è necessario optare per un reclutamento di personale da impiegare per un periodo medio (8/15 anni), al termine del quale una minima parte transiterà in servizio permanente così da evitare quell’invecchiamento delle Forze Armate che oggi ne limita il potenziale.

In secondo luogo, prendendo a modello le esperienze statunitensi e britannica, è ormai imprescindibile delegare al settore privato molte di quelle incombenze a supporto dell’attività operativa anche fuori dai confini nazionali – oggi svolte da personale militare ma economicamente non più sostenibili – previa creazione di una cornice legislativa che definisca, allargandolo, il perimetro entro il quale far operare soggetti privati nazionali. Un’opzione che si renderà tanto più opportuna quanto conveniente attraverso l’impiego prioritario del personale congedato dalle Forze Armate, in possesso di elevato expertise professionale, al quale si garantirà uno sbocco professionale coerente.

 

Articolo pubblicato su affarinternazionali.it

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