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Non solo Brexit. Tutte le prossime mosse di Boris Johnson in Uk

Boris Johnson Uk

Vinte le elezioni, ora Boris Johnson punta al remaking dei Conservatori in Uk. L’analisi di Daniele Meloni per Atlantico Quotidiano

Archiviata la vittoria elettorale, Boris Johnson ha smesso per un giorno i panni di Primo Ministro e sabato si è recato nel nord dell’Inghilterra per festeggiare con i nuovi parlamentari Conservatori la caduta del red wall, il muro rosso che da decenni sfornava MPs laburisti e che dal 12 dicembre ha deciso di voltare le spalle al corbynismo. Blyth Valley nel Northumberland, Workington in Cumbria, Durham, Peterborough e poi Leigh nel Lancashire sono stati i luoghi simbolo di questa storica elezione che ha vendicato il celebre wipeout del 1997, quando la macchina da guerra del New Labour lasciò a John Major e ai Tories appena 165 deputati.

CAMBIARE IL PARTITO CONSERVATORE

Proprio nell’ex collegio di Tony Blair, Sedgefield, si è recato Johnson per ringraziare candidati e attivisti dopo un venerdì trascorso tra Buckingham Palace e Downing Street alle prese con la formazione del nuovo governo. A urne chiuse Johnson ha subito capito che il risultato epocale della General Election 2019 cambierà anche e soprattutto il Partito Conservatore. Non si tratta solo di parlare di one-nation toryism, come più o meno hanno fatto anche David Cameron e Theresa May nel giorno della loro investitura a premier. Questa volta lo sconquasso della tornata elettorale porterà a un vero e proprio remaking del partito e della sua linea politica. Il primo ad avere sottolineato la necessità di cambiare dalle fondamenta i Tories è stato Andrew Marr, l’editorialista della Bbc che, a freddo, ha affermato che “con i nuovi rappresentanti dell’ex red wall i Tory ora diventeranno non solo il partito del libero mercato, della competizione e del business ma anche quello delle classi operaie pro-Brexit che chiedono migliori servizi pubblici e più protezione sociale”.

TUTTE LE SFIDE, OLTRE BREXIT

Per la verità già nel Manifesto del partito per queste elezioni Johnson si era impegnato a porre fine all’austerità e a investire come non mai nell’NHS e nella sicurezza sociale. Il programma – al pari di quello laburista – era stato fortemente criticato dall’Institute for Fiscal Studies per l’enorme esborso di denaro che andrebbe ad aggravare il debito pubblico britannico. Ma gli elettori che a Wrexham in Galles e nelle ex miniere di Blyth Valley hanno votato i Tory chiedono a Johnson che le loro comunità tornino a essere partecipi e attive nella storia, come lo erano state prima della globalizzazione e dell’ingresso del Regno Unito nell’Unione europea (ai tempi CEE). Oltre alla mancanza di credibilità di Jeremy Corbyn come leader dei laburisti, la Brexit è sicuramente stata uno dei fattori determinanti che ha spostato il voto dal Labour ai Tories. Allo stesso modo però la Brexit rappresenta un pericolo nel rapporto tra Johnson e le nuove constituencies: come riuscirà il premier e leader Tory a tenere insieme la protezione delle nuove comunità di operai che hanno votato conservatore con i nuovi accordi di libero scambio che saranno stipulati dopo la Brexit con, per esempio, gli Stati Uniti? A chi verrà data la precedenza considerando anche che il presidente Trump cercherà di ottenere il meglio per gli Stati Uniti, così come ha sempre fatto finora? Il remaking dovrà essere improntato a un fusionismo di fondo, con lo stesso Boris che avrà il compito di fare la sintesi tra le diverse anime di un partito non più solo sudista, Londoncentric e vicino alla City, ma che ora si è prefisso lo scopo di restituire nuova linfa anche a tutto ciò che è collocato geograficamente a nord della Capitale.

Proprio per il suo essere camaleontico Boris Johnson può essere l’uomo adatto a gestire questa fase. In primis ha in mano lo strumento governativo attraverso cui può gestire le comunità neo-conservatrici direttamente con lo stanziamento di fondi e la realizzazione di infrastrutture. Inoltre, Boris è un enorme monumento alla politica post-moderna con il suo istrionismo e la sua indeterminatezza: non sappiamo ancora quale genere di conservatore sia, né cosa abbia in mente di preciso per il futuro del Regno Unito una volta uscito dall’Unione europea. La sensazione è che, come sempre, ci stupirà.

 

Articolo pubblicato su atlanticoquotidiano.it

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