Dal mondo

Passa dall’Africa la costruzione del nuovo ordine mondiale

In Africa si giocherà la partita decisiva nei prossimi decenni per l’egemonia mondiale. Chi si “prenderà” l’Africa probabilmente avrà nelle mani i destini dell’umanità. L’analisi di Gennaro Malgieri per Start Magazine

Non è utopistico ritenere che nel Continente verranno investite tante e tali risorse economiche da controllarlo fino a farne una sola grande “colonia” aperta sul Mediterraneo, sull’Atlantico e sull’Oceano indiano che indirettamente la collega al Pacifico. E dal momento che il dislocamento di denaro e tecnologie non sarà dettato da esigenze umanitarie, è lecito pensare che “l’afrottimismo” sparso a piene mani negli anni Novanta del secolo scorso era funzionale alla ricezione dell’ondata di piena che si sarebbe verificata al fine di soggiogare l’Africa facendo ritenere ai suoi popoli che sarebbero stati più liberi nel segno di quell’autodeterminazione che fu il fondamento ideologico e culturale della decolonizzazione post-bellica.

UN CONTINENTE SEMPRE IN GUERRA

Di ottimistico in Africa s’è visto poco o niente negli ultimi trent’anni: guerre tribali, colpi di Stato eterodiretti da potenze extra-africane per accaparrarsi il controllo di risorse preziose, arricchimenti illeciti che hanno favorito la corruzione, dilagante islamizzazione che ha innestato in molti Paesi il jihadismo più violento e terrorizzante (le infami gesta di Boko Haram, la persecuzione dei cristiani, i genocidi diventati quasi elementi del paesaggio centroafricano), dalla Somalia alla Nigeria, al Mali, al Sudan, e la crescita costante di megalopoli che sarebbe meglio definire bidonville megagalattiche nelle quali finiscono le scorie inservibili di quasi tutto l’Occidente. Un esodo biblico, incontrollabile, aggrava la situazione di numerose aree dove altro non si produce che carestia, diventato un affare per autentiche industrie del crimine dedite allo schiavismo, alla tratta di esseri umani, allo sfruttamento della prostituzione. I dati di tutte le agenzie umanitarie e delle organizzazioni sovranazionali sono concordi nel ritenere l’Africa un Continente perduto.

NON MANCANO GLI INVESTIMENTI

Eppure così non è. E lo dimostra, appunto, la quantità davvero rilevante di investimenti che si riversano nelle regioni africane più promettenti. Gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, la Francia sono tra gli Stati maggiormente attivi, senza trascurare il mondo arabo che attraverso i canali “religiosi” punta ad una egemonia qualitativamente più radicale anche se economicamente e militarmente “leggera”, alla quale potrebbero fare comodo intese con il soggetto attualmente più “aggressivo” dal punto di vista finanziario e tecnologico, vale a dire la Cina. Alcuni anni fa il leader ugandese Yoweri Museveni, definito pomposamente (e se ne gloriava) il “Bismarck dei Grandi Laghi”, sosteneva apertamente e con una certa lungimiranza – che l’Organizzazione dell’Unione africana non sembrò comprendere divisa com’era al suo interno, e tale è rimasta anche sotto la presidenza di Paul Kagame, ex-uomo forte del Ruanda e non sembra mutare indirizzo guidata dall’egiziano Abd al-Fattah al-Sisi – la costruzione federalista degli “Stati Uniti d’Africa”, consapevole che il Continente non era né anglofono, né francofono, ma semplicemente “africano”.

E considerava la dominazione occidentale contemporanea sull’Africa ragionevolmente dovuta più alla debolezza e alla disorganizzazione delle forze indigene che non alla potenza degli stranieri. La situazione rispetto alla fine del secolo scorso non è mutata. Le classi dirigenti africane, tranne alcune, sono state nel tempo post-coloniale letteralmente “comprate” e l’endemico tribalismo non ha certo reso la vita facile a coloro che, illuminati statisti, come il presidente senegalese Léopold Sédar Senghor, immaginavano una rivoluzione culturale fondata sulla “negritudine” e, per quel che possibile, legata all’Europa considerata quale fonte di ispirazione, che avrebbe dovuto perseguire lo scopo di sottrarsi appunto al tribalismo facile preda di interessi economici extra-continentali che ne avrebbero pregiudicato l’avvenire. Di Senghor e Museveni non c’è neppure l’ombra in Africa attualmente. Regimi dispotici filiati dal sovietismo e sistemi meno crudeli a basso tasso di corruzione legati agli Stati Uniti ed anche a qualche Paese europeo, cercano di difendere quel che possono con l’appoggio dei clan che li sostengono. Ma sono fragili e lusingati dalle “attenzioni” cinesi che, incuneandosi nelle disperate condizioni appena richiamate, hanno facile gioco a proporsi come partner affidabili. In particolare nell’Africa subsahariana, vasta e dalle molte diversità culturali, ecologiche, economiche e politiche, una regione che presenta numerose opportunità di penetrazione data la multiforme composizione etnica e civile. Stati indipendenti popolati da 685 milioni di abitanti: chi riuscirà a metterci le mani, in tutto o in parte, si assicurerà il destino del Continente. Nel solo modo possibile: attivare la competizione, difendere le diversità, promuovere ovunque (e non solo nei villaggi turistici) un minimo di convivenza civile, incoraggiare lo sviluppo di un’economia sostenibile, vincere la paura abbattendo innanzitutto l’islamismo jihadista.

LA PARTITA CINA-RUSSIA

Da molti dati si capisce che la Cina, giocando in proprio la partita e senza dare conto a nessuno, come accade in Occidente tra nazioni in lotta (vedi la Francia in Libia contro tutti ed in particolare contro l’Italia), è avvantaggiata. Riconoscendo l’opportunità che le si presenta, non è aliena dal programmare, come sta facendo, interventi consistenti soprattutto nell’agricoltura e nelle sue trasformazioni industriali.

Senza specificare dove, ma lasciando intuire che gli sforzi saranno concentrati soprattutto nell’Africa subsahariana, nel settembre scorso il presidente cinese Xi Jinping, aprendo il Forum on China-Africa Cooperation, ha promesso ulteriori 60 miliardi di dollari di investimenti, che includono 20 miliardi di linee di credito e fondi destinati allo sviluppo e al finanziamento delle importazioni di beni africani per 15 miliardi di dollari. Per di più, le aziende cinesi saranno incoraggiate a investire “almeno 10 miliardi” nei prossimi tre anni. E nello stesso tempo ha fatto intravedere l’ipotesi di un consistente taglio del debito per alcuni Stati “particolarmente poveri”. Da un decennio il volume di scambi commerciali della Cina con l’Africa è di 170 miliardi di dollari: il maggiore partner commerciale del Continente, davanti a Usa e Francia. Alla fine dello scorso anno gli investimenti cinesi hanno superato i 100 miliardi di dollari. E nessuno in Africa ha dimenticato che nel 2015 il governo di Pechino ha esonerato ben 20 Paesi africani dalla restituzione dei prestiti senza interessi. Una mossa inedita e “popolare” che ha spiazzato gli Stati Uniti soprattutto ed ha accresciuto le simpatie per i cinesi tra gli interessati.

La Cina, in linea con una tendenza consolidata e a lungo programmata, si muove anche in Africa sulla linea della conquista della leadership nel settore delle telecomunicazioni. Infatti ha ottenuto contratti di grande importanza con Huawei in Niger, Tanzania e Zimbabwe puntando, senza timori, a stabilire un primato tecnologico nell’area che comprende attrezzature militari di ultima generazione fornite in particolare allo Zimbabwe, al Sudan, all’Algeria, al Camerun e alla Nigeria. La partita è con i russi su questo piano, e rischiano di soccombere dopo decenni di colonialismo militare. Xi Jinping, che intende affermare il dominio geo-politico dalla Corea all’Africa passando per l’Asia centrale, è ben consapevole che il Continente a lungo dominato dagli europei sarà “cinese” e perfino le residue enclaves del Vecchio Continente verranno abbandonate una dopo l’altra, forse “comprate” da un mercato in espansione che sembra non risentire delle ricorrenti crisi. Le sue parole, del resto, non lasciano spazio ad equivoci: “Il mondo è sull’orlo di cambiamenti radicali. Vediamo come l’Unione europea stia gradualmente collassando e come stia rovinando l’economia americana. Tutto ciò porterà, nel giro di una decina d’anni, a un nuovo ordine mondiale, la cui chiave di volta sarà costituita dall’alleanza tra Repubblica Popolare Cinese e Russia”.

UN’EUROPA CHE DORME

Ecco, è il nuovo ordine mondiale in discussione. O forse il nuovo imperialismo che avanza. E l’Europa sembra non essersene ancora resa conto. Dalle parti nostre ci si ingaglioffa a discutere di “Franco coloniale”, mentre si diventa marginali ed irrilevanti, privi di ambizioni e di strategie e l’Africa soggetta a nuovi colonialismi, benintesi “democratici” per gli establishment mondialisti, potrà diventare la nuova testa di ponte per raggiungere altri confini e travolgerli.

OBIETTIVO: MEDITERRANEO

Il Mediterraneo è un obiettivo possibile per i “conquistatori” dell’Africa alla quale i “padroni del mondo” promettevano democrazia e benessere? Certo gli spazi di libertà e di sicurezza si sono parzialmente dilatati perché condizionati . dalle erogazioni di aiuti economici. Ma quanto durerà la fragile stabilità in Angola e Mozambico, in Liberia e in Sierra Leone, nella Repubblica democratica del Congo, mentre in Costa d’Avorio e nello Zimbabwe ci si massacra nell’indifferenza del mondo democratico che continua, nel contempo, a sottovalutare il jihadismo nel Corno d’Africa e la scandalosa sparizione di un popolo, i Saharawi, privi di una patria e ospiti ai margini del deserto algerino? I diritti dei popoli sono stati indecentemente calpestati in Africa e non solo. Nel nome della decolonizzazione cui è succeduta una nelcolonizzazione che punta decisamente ad utilizzare l’Africa per espandersi ben oltre i suoi confini. L’Europa, intanto, è divenuta l’ultimo rifugio di tutti i disperati. E la circostanza non è confortante per nessuno.

 

Articolo pubblicato su Start Magazine n 5/2019

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