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Papa JD Vance

Politica o religione? Cosa divide Papa Leone XIV e JD Vance

La guerra giusta e l’uso politico della fede al centro del confronto tra Leone XIV e Vance.

C’è un tratto ricorrente nella politica occidentale: nei momenti di incertezza, il linguaggio religioso torna a offrire una promessa d’ordine. Non sorprende, dunque, che il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, abbia fatto della teologia uno strumento di legittimazione politica. Nelle sue prese di posizione, dall’immigrazione alla guerra, Vance ricorre al lessico del pensiero cristiano per conferire fondamento e autorità alle proprie tesi.

È una strategia che non è passata inosservata in Vaticano, né presso la Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, e che ha già dato luogo a più di uno scontro, anche con il Pontefice.

L’ORDINE DELL’AMORE SECONDO VANCE

Il punto di partenza è l’interpretazione dell’“ordine dell’amore” elaborato da Sant’Agostino. In Vance, tale ordine assume una forma gerarchica: prima la famiglia, poi la comunità, quindi la nazione; oltre, una responsabilità morale attenuata, fino quasi a svanire. E’ una lettura che, tradotta in politica, si presta a giustificare la restrizione dei flussi migratori e persino programmi di deportazione di massa. L’amore diventa così un criterio selettivo, legato alla prossimità e all’appartenenza.

LA RISPOSTA DELLA CHIESA, DA PAPA BERGOGLIO A PREVOST

La reazione non si è fatta attendere. Sia l’allora cardinale Prevost sia papa Francesco, hanno ribadito un visione diversa: l’amore cristiano non procede per cerchi che si indeboliscono, ma si misura nella capacità di riconoscere il prossimo indipendentemente da confini e identità. Il richiamo alla parabola del Buon Samaritano non è casuale, ma un’indicazione teologica precisa: il prossimo non è chi ci è vicino, ma chi incontriamo nel bisogno. La capacità di amare non si arresta ai confini, ma li attraversa.

LA DOTTRINA DELLA GUERRA GIUSTA

Lo scontro si è riacceso con la guerra. Vance ha richiamato la dottrina della “guerra giusta” per contestare l’idea di una Chiesa orientata verso un pacifismo radicale. È vero: la tradizione cattolica non ha mai escluso in linea di principio la legittimità dell’uso della forza. Ma proprio qui si gioca la partita decisiva: nella tradizione, la guerra giusta è un’eccezione rigorosamente condizionata, sottoposta a criteri stringenti come aggressione, inevitabilità del ricorso alle armi, proporzionalità degli effetti. Non una legittimazione preventiva, ma un limite.

IL RUOLO DEL CONCILIO VATICANO II

I vescovi statunitensi hanno sottolineato questo: il Papa non ignora la tradizione, la rilegge alla luce delle condizioni storiche attuali. E qui si apre il nodo più profondo, che supera la contingenza dello scontro politico: il Concilio Vaticano II. È difficile non cogliere, nelle posizioni di Vance, una sensibilità che potremmo definire preconciliare, non tanto per un rifiuto esplicito del Concilio, quanto per la sua marginalizzazione; come se fosse una parentesi, non una svolta. E invece il Concilio rappresenta uno spartiacque: non un aggiornamento, ma una ridefinizione del rapporto tra la Chiesa e il mondo.

I Padri conciliari riconoscono che la guerra moderna, segnata dalla potenza distruttiva delle nuove armi, non è più assimilabile ai conflitti del passato. Non si tratta più di scontri limitati, ma di eventi potenzialmente catastrofici, capaci di compromettere la sopravvivenza dell’umanità. Da qui una conseguenza cruciale: anche la categoria di guerra giusta entra in discussione. Non viene abolita, ma diventa sempre più difficile da applicare.

UNA CONDANNA SENZA AMBIGUITÀ

Il Concilio formula, inoltre, una condanna inequivocabile: ogni atto di guerra diretto alla distruzione indiscriminata di città o regioni è un crimine contro Dio e contro l’uomo. È una presa di posizione che segna un cambiamento fondamentale. Non basta più invocare principi astratti: occorre misurarsi con la realtà di un mondo in cui i mezzi di distruzione hanno superato ogni proporzione.

TRADIZIONE VS MODERNITÀ

È qui che si delinea il vero contrasto. Da una parte, una lettura della tradizione che tende a isolare i principi dal loro contesto storico, trasformandoli in strumenti pronti all’uso. Dall’altra, una lettura che riconosce la necessità di un criterio che tenga conto dei mutamenti del mondo. Leone XIV, in continuità con Francesco, si colloca chiaramente in questo secondo orizzonte. La sua insistenza sulla pace non è il segno di una irresponsabilità, ma l’esito di una riflessione teologica che prende sul serio la trasformazione della guerra.

Vance, al contrario, sembra privilegiare una continuità intesa in senso statico. È una posizione che ha una sua forza: offre stabilità, rassicura, conferisce un’aura di legittimità morale a scelte difficili. Ma proprio per questo comporta un rischio, separare la Chiesa dalla storia rendendola incapace di leggere i segni dei tempi. La posta in gioco non è solo teologica. È politica nel senso più alto del termine. Si tratta di decidere se la fede debba essere fattore di chiusura o di apertura, se debba servire a delimitare i confini o a metterli in questione. La disputa tra Vance e il Papa è il sintomo di una tensione più ampia: quella tra due modi di intendere il rapporto tra tradizione e modernità. Il Concilio Vaticano II resta la linea di demarcazione: ignorarlo significa inevitabilmente collocarsi fuori dal percorso con cui la Chiesa contemporanea ha scelto di pensarsi nel mondo.

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