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Presidenziali Usa 2020, i dossier esteri che influenzeranno il voto

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Pubblichiamo un estratto del dossier “Presidenziali Usa 2020 – Come Donald Trump può conquistare la riconferma” redatto da Stefano Graziosi per il Centro Studi Machiavelli 

Raramente la politica estera risulta decisiva nelle presidenziali americane. Se si escludono eccezioni come il 1968 (nel pieno della guerra in Vietnam) e il 2004 (nel mezzo del conflitto iracheno), i dossier internazionali svolgono di solito un ruolo minore rispetto all’economia. Si pensi solo che George H. W. Bush non venne rieletto nel 1992, nonostante fosse uscito vincitore dalla Guerra del Golfo.

QUANDO LA POLITICA ESTERA GIOCÒ UN RUOLO IMPORTANTE

Questo non deve tuttavia indurre a ritenere che le questioni geopolitiche passino totalmente in second’ordine (soprattutto quando presentano implicazioni per le dinamiche interne). Nel 1980, la crisi degli ostaggi in Iran giocò un ruolo fondamentale nella sconfitta di Jimmy Carter, così come il conflitto iracheno costituì un fattore importante per la vittoria di Barack Obama nel 2008. Trump, nel 2016, vinse anche grazie alla promessa di porre un termine alle «guerre senza fine», in cui gli Stati Uniti erano rimasti impelagati negli anni precedenti. Il tutto, proponendo un approccio di realismo politico che – diminuendo il coinvolgimento diretto americano in alcuni scenari internazionali problematici – puntava maggiormente sull’impegno degli alleati regionali: soprattutto in riferimento al Medio Oriente, in una sorta di riedizione aggiornata della Dottrina Nixon. Una linea nata per contenere i costi umani ed economici sostenuti dagli Stati Uniti, oltre che dettata dall’insofferenza crescente mostrata dagli elettori americani verso gli interventismi bellici. Trump, almeno per ora, ha tenuto in buona sostanza fede a questa prospettiva. È del resto seguendo tale logica che si spiegano alcune sue scelte di politica estera. Innanzitutto abbiamo il tentativo di distensione con la Russia: un obiettivo perseguito per sganciare Mosca dall’orbita cinese e per avere un partner che contribuisca a garantire la stabilità mediorientale.

LE MOSSE DI TRUMP

In secondo luogo, troviamo il ritiro americano dalla Siria e dall’Afghanistan. Anche dal punto di vista simbolico, quest’ultimo conflitto rappresenta ormai l’archetipo della «guerra senza fine», ragion per cui Trump ha accelerato il processo di abbandono del territorio (abbandono che vorrebbe completare prima delle presidenziali). Infine, si guardi all’Iran. Il Presidente americano sta esercitando la massima pressione (economica e militare) per costringere Teheran a rinegoziare il trattato sul nucleare del 2015. Ciononostante ha per ora escluso un intervento bellico diretto: un’eventualità che riscontrerebbe l’opposizione dell’elettorato statunitense. Tutto questo, nonostante alcuni suoi consiglieri auspicherebbero un intervento militare contro il regime degli ayatollah, com’era il caso dell’ex National Security Advisor, John Bolton. Insomma, Trump deve sforzarsi di mantenere questa linea realista nei prossimi dodici mesi, evitando i deragliamenti auspicati dai falchi. Deragliamenti che, in termini elettorali, potrebbero rivelarglisi fatali.

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