Dal mondo

Regno Unito: con Johnson premier finisce come il Trono di Spade?

Boris Johnson

L’analisi di Alessandro Marrone, responsabile del Programma Difesa dello Iai, per Affarinternazionali

La nomina di Boris Johnson al vertice del Partito conservatore, e quindi a primo ministro britannico, se come probabile confermerà la maggioranza parlamentare con i protestanti nord-irlandesi, rappresenta uno snodo importante sulla via della Brexit. Via che può ancora prendere diverse direzioni, rischiando di portare il Regno Unito verso una situazione di conflittualità che in qualche modo ricorda la serie tv Trono di Spade.

JOHNSON, I TORY E DOWNTOWN ABBEY

L’elezione di Johnson alla guida dei Tory rimanda anche a un’altra serie in qualche modo legata alla Brexit, Downtown Abbey. Di grandissimo successo oltre Manica, è ambientata nello Yorkshire durante l’epoca d’oro dell’impero britannico, a cavallo della Grande Guerra. Un’ambientazione che richiama nell’elettorato conservatore e in quello che ha votato per l’uscita dall’Ue – due elettorati largamente ma non totalmente sovrapposti – l’idea di una grande nazione, autonoma e prospera, orgogliosa delle sue tradizioni e storia, e con un certo senso di superiorità.

Uno sguardo nostalgico a un passato che costituisce un sostrato culturale molto forte in Inghilterra. Il quale mal si combina con il fatto che il Regno Unito fosse solo uno Stato membro tra tanti altri di un’Unione europea sempre più grande, più sovranazionale, e più incisiva sulla società inglese con le sue norme decise a Bruxelles.

L’esito del referendum del 2016 ha ovviamente diverse ragioni, ma il fatto da parte inglese di ritenersi qualcosa d’altro, di meglio e di più grande dell’Ue, ha certamente pesato sul risultato referendario. Ed ha continuato a pesare nei tre anni successivi, durante i quali il sistema politico britannico è stato incapace di trovare una via d’uscita dall’Ue, fino all’ultimo rinvio del divorzio al 31 ottobre 2019. In questo periodo infatti i Tory, e ancora di più lo Ukip e il Brexit Party di Nigel Farage, hanno interpretato la realtà in modo sempre più divergente dalle altre forze britanniche che avrebbero voluto rimanere nell’Ue – o per lo meno in una stretta relazione con essa -, facendo così fallire il tentativo di compromesso faticosamente negoziato con Bruxelles dal governo di Theresa May.

Nella destra britannica si è sempre più radicata la convinzione che anche un’uscita traumatica perché senza accordo – il no deal – è meglio del rinvio dell’uscita, perché è in gioco l’indipendenza nazionale e qualsiasi prezzo è accettabile pur di difenderla: anche la fuga di aziende e capitali, la svalutazione della sterlina, problemi nei trasporti e rischi per sicurezza pubblica, e persino una temporanea scarsità di medicinali. “Bloody Hell”, direbbe un tipico parlamentare tory oggi, “se la Gran Bretagna ha vinto due guerre mondiali contro il blocco continentale a guida tedesca, può ben uscire dall’Ue di Juncker o von der Leyen”.

Johnson incarna molto bene questo spirito del tempo, questo Zeltgeist diffuso nella Old England. Non solo per la sua storia personale di aristocratico che ha frequentato le migliori scuole del regno ed i cui avi ben figurerebbero in Downtown Abbey. Ma soprattutto perché da ministro del governo May si è opposto all’accordo con l’Ue, fino a dimettersi, e ha poi costruito la sua campagna elettorale sul chiaro messaggio della necessità e fattibilità di un’uscita il 31 ottobre dall’Unione costi quel che costi.

LE ISOLE BRITANNICHE COME WESTEROS

Per capire quello che può costare davvero la Brexit al Regno Unito, la serie Trono di Spade offre un’interessante metafora. Posto che la sua ambientazione, il continente di Westeros, è per geografia, cultura e sociologia una grande rilettura del medioevo britannico, in questo mondo fantastico chi siede sul trono protegge la pace tra i regni che lo compongono, a loro volta con propri usi, autonomie e monarchi, mantenendo l’equilibrio tra diverse casate e regioni. Quando il vertice regnante compie scelte accentratrici e divisive, porta inevitabilmente al conflitto perché ciascuna delle casate è abbastanza forte per ribellarsi, ma non abbastanza per imporsi da sola sulle altre – da cui la necessità di compromessi e alleanze, queste ultime per natura mutevoli.

Oggi il Regno Unito è in una situazione molto simile alle stagioni centrali di Trono di Spade. La scelta di lasciare l’Ue è stata presa dalla maggioranza degli elettori di Inghilterra e Galles, mentre la parte maggioritaria di Scozia, Irlanda del Nord e Londra volevano rimanere nell’Unione. E la gestione accentratrice delle trattative da parte del governo May ha acuito le linee di frattura esistenti. Il governo scozzese ha infatti contestato non solo il contenuto dell’accordo ma anche la legittimità del Prime Minister britannico a negoziare con Bruxelles senza coinvolgere il First Minister scozzese Nicola Sturgeon, ed un nuovo referendum sull’indipendenza della Scozia è all’orizzonte nel caso di no deal – risvegliando tensioni mai sopite dall’epoca dei fatti narrati dal film Braveheart.

L’Irlanda del Nord è dal 2017 senza governo regionale, per la prima volta dagli accordi di pace del 1999, perché la tensione tra unionisti protestanti e nazionalisti cattolici è alle stelle in vista del ritorno di un confine vero e proprio tra la Repubblica d’Irlanda, membro dell’Ue, ed il pezzo di isola parte del Regno Unito post Brexit. Un confine attorno al quale si è combattuto e ucciso per decenni, con episodi di sangue come quello ricordato dalla canzone Sunday Bloody Sunday degli U2,  e per il quale nei mesi scorsi è scoppiata un’autobomba e una giornalista è morta durante scontri tra la polizia e la nuova Ira.

Oggi nelle isole britanniche il delicato equilibrio tra il predominio inglese e le autonomie scozzese e nord irlandese rischia di saltare con la Brexit, e nello scenario peggiore Johnson avrebbe molte difficoltà a imporre manu militari l’autorità inglese su Belfast come si faceva fino agli Anni 80, o su Edimburgo come fatto nel ‘700 – Catalogna docet. Senza contare lo scisma culturale e politico che si è aperto tra le campagne inglesi, affascinate dal mito Old England di Downtown Abbey, e la capitale Londra, governata da un sindaco di nome Sadiq Khan, musulmano e di origini pachistane. Londra non può certo secedere dalla Gran Bretagna come ambiscono fare Scozia e Nord Irlanda, ma di sicuro non appoggerebbe un no dealc ontro cui ha già visto le sue strade riempirsi di centinaia di migliaia di manifestanti.

IL TRONO DI RE EDOARDO… E QUELLO DI SPADE

Se causa Brexit il Regno non è più così unito, neanche le tradizionali casate politiche britanniche se la passano bene. Nelle elezioni politiche del 2017 i conservatori avevano ottenuto il 42% dei voti e i laburisti il 40%, ma nelle ultime europee i primi sono scesi al 9% ed i secondi al 14%, superati sia dal Brexit party (30%) sia dai liberali (20%), con i verdi al 12%. Comparare le due elezioni è sempre rischioso in quanto nelle consultazioni europee tendenzialmente l’elettorato britannico si disperde tra partiti “di bandiera” con poche chance di governare. Tuttavia il trend dei sondaggi negli ultimi mesi continua ad assegnare circa il 25% rispettivamente ai conservatori e ai laburisti, poco meno del 20% ai liberali e intorno al 6-8% ai verdi – con i nazionalisti scozzesi fermi al 4% ma maggioritari in Scozia. Ciò vuol dire che in caso di elezioni politiche, probabili se il parlamento in carica rispetterà davvero l’impegno preso di evitare lo scenario del no deal perseguito da Johnson, con il sistema uninominale britannico sono possibili risultati molto diversi tra loro, anche in base alle alleanze elettorali nei collegi – o alla loro mancanza.

Tra questi scenari, il peggiore per il Regno Unito vedrebbe i partiti pro-Ue divisi, ed i conservatori di Johnson vincere di misura in una serie di collegi ottenendo la maggioranza parlamentare per il no deal con neanche un terzo dei voti popolari. Voti peraltro condensati a sud del Vallo di Adriano, a est del Mare d’Irlanda, e fuori dalla linea metropolitana di Londra. Sarebbe il massimo dello squilibrio sia tra le nazionalità che compongono il Regno Unito, con l’Inghilterra a prevaricare Scozia e Irlanda del Nord, sia tra i cittadini britannici nel loro complesso, con costi e rischi della Brexit imposti a tutti da solo un terzo dell’elettorato.

Sarebbe forse uno squilibrio dagli esiti imprevedibili per la tenuta stessa del Regno Unito, oltre che per il futuro politico di Johnson. È vero che tutti i monarchi britannici da sette secoli a questa parte sono stati incoronati sul medesimo trono ligneo di Re Edoardo a Westminster, dimostrando una grande resistenza e solidità della statualità britannica di fronte alle mareggiate della storia, che ben depone di fronte alla tempesta Brexit. Tuttavia, anche il Trono di Spade sembrava indistruttibile, e invece nell’ultima stagione della serie…  Comunque vada a finire il 31 ottobre, anche per il Regno Unito Winter is Coming.

 

Articolo pubblicato su Affarinternazionali.it

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