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Coronavirus e Brexit. Tutte le prove del Regno Unito nei prossimi mesi

Regno Unito

Il Regno Unito, che detiene il triste primato per numero di vittime da Covid-19 in Europa, sta vivendo un momento di forti incertezze. L’approfondimento di Mariasole Forlani per Caffè geopolitico

Sul tema della Brexit, oramai al centro del dibattito europeo da circa quattro anni, il Regno Unito sembra presentare uno scollamento tra l’orientamento dei cittadini e quello del Governo attualmente in carica. Mentre infatti la maggioranza dei cittadini britannici intervistati nel contesto dell’European Social Survey ha affermato che se dovesse votare oggi un referendum sulla permanenza nell’UE la maggioranza voterebbe a favore (56,8% dei rispondenti), il Governo di Boris Johnson non accenna ad ammorbidire la propria linea sul tema.

A metà giugno, infatti, l’esecutivo di Johnson ha fatto sapere che non verrà richiesta una proroga del periodo di transizione che terminerà il 31 dicembre 2020, nonostante l’opinione contraria di Galles, Scozia e Irlanda del Nord. Questi ultimi, infatti, vedevano nella proroga un utile strumento per ridurre il senso di affanno che accompagna i negoziati. Rimangono, infatti, meno di sei mesi per rinegoziare interi capitoli delle relazioni bilaterali tra UE e Regno Unito, senza contare che gli eventuali accordi raggiunti dovrebbero poi essere ratificati dai Parlamenti nazionali, il che richiederebbe ulteriore tempo.

Il tema più spinoso al centro dell’agenda è quello commerciale, dato che il Regno Unito vorrebbe concludere un trattato di libero scambio simile a quello che attualmente regola i rapporti commerciali tra Unione Europea e Canada, pur con netti scostamenti da quest’ultimo. In particolare l’attenzione britannica è fortemente orientata ai servizi finanziari, una delle voci più importanti per il PIL del Paese. Essere parte dell’UE permette alla finanza britannica di operare senza limitazioni negli altri Stati membri, attraverso un sistema basato sul riconoscimento di un passaporto per le società di servizi finanziari. L’eventuale passaggio a un diverso accordo di libero scambio o, ancor di più, alle regole standard stabilite dall’Organizzazione Mondiale del Commercio per l’erogazione dei servizi finanziari, comporterebbe una minore capacità di penetrazione del continente. Se verrà trovato un accordo sul punto, è probabile che il Regno Unito riuscirà a mantenere certi vantaggi in questo settore, vista anche l’apertura che l’Unione Europea sembra avere rispetto al tema.

A far ben sperare per quanto riguarda le tempistiche piuttosto ridotte sono le dichiarazioni d’intenti del Paese che a partire dal 1° luglio 2020 ha iniziato il proprio semestre di Presidenza, vale a dire la Germania. Berlino, infatti, ha già sottolineato l’urgenza di intensificare i negoziati, esprimendo il più ampio sostegno a Michel Barnier, il negoziatore per l’UE, affinché vada a concludere accordi in svariati settori: dal commercio alla concorrenza, dalla pesca all’energia.

BORIS JOHNSON E IL CALO DI POPOLARITÀ NEI SONDAGGI

A preoccupare l’attuale Governo britannico non è, tuttavia, solamente la Brexit. Dall’inizio della pandemia, infatti, l’esecutivo a guida Johnson ha perso molti punti nei sondaggi, finendo sotto il 40% del gradimento totale, un minimo storico mai raggiunto prima dall’attuale Primo Ministro e dalla sua compagine.

Il motivo di una simile sfiducia da parte dei cittadini britannici sembra risiedere nella lentezza con cui Johnson avrebbe risposto al diffondersi dell’epidemia sul suolo britannico. Il leader, infatti, viene accusato di essere intervenuto troppo tardi sia nell’imporre il lockdown, sia nel predisporre le modalità per tracciare il virus. Con il bilancio più pesante d’Europa sulle spalle, circa 40mila decessi, in molti sull’isola sono convinti che una risposta governativa più celere avrebbe evitato il peggio.

Lo scarso gradimento per le politiche intraprese dal Primo Ministro permane anche ora che il picco è stato superato e il Regno Unito si prepara alle riaperture. Da più fronti, infatti, si sottolinea che il riavvio delle attività e il rilassamento delle misure di lockdown sarebbero prematuri. Le direttive del Governo britannico, infatti, prevedono che a partire da lunedì 6 luglio anche le persone con patologie pregresse possono uscire e incontrare altri soggetti in spazi aperti.

Il Governo ha aggiunto che dal 1° agosto anche questi soggetti considerati più deboli potranno considerarsi fuori rischio. Nonostante le rassicurazioni della leadership britannica, i cittadini più vulnerabili non sembrano sentirsi sicuri, tanto che, secondo un sondaggio, un malato di cancro su cinque ha affermato che rimarrà in casa fin quando non sarà disponibile un vaccino o, in alternativa, una cura efficace contro il coronavirus.
Nonostante l’ottimismo di Boris Johnson relativamente alla scarsa probabilità di una seconda ondata nella quale sarebbe necessario reintrodurre protezioni per i più deboli, le preoccupazioni dei cittadini permangono e non solamente quelle legate alla salute. Dal 1° agosto 2020, infatti, con il provvedimento che sospende la necessità di stare indoor anche per i soggetti più deboli, questi vedranno la fine della retribuzione a essi sinoora garantita, così come la fornitura gratuita di derrate alimentari. In altre parole anche i soggetti con patologie dovranno tornare sul luogo di lavoro, se non vogliono perdere la propria retribuzione, rischiando, evidentemente, più degli altri.

Il tema del salario nel contesto dell’attuale pandemia nel Regno Unito è stato tutt’altro che secondario, dal momento che molte famiglie versavano già in precedenza in condizioni di indigenza e non si sono potute permettere forme d’acquisto più sicure, come la spesa on-line durante il lockdown.

LA CRISI ECONOMICA POST LOCKDOWN: TEMPESTA ATTESA OLTRE MANICA

La prudenza desiderata dai cittadini, tuttavia, non sembra essere possibile se si guarda alle perdite riscontrate dall’economia britannica durante i mesi di blocco. Secondo i dati dell’OCSE il Regno Unito sarà l’economia avanzata più colpita dalle restrizioni dettate negli scorsi mesi dalla necessità di limitare i contagi. Le proiezioni mostrano, infatti, una perdita dell’11,5% nel 2020, un dato, tuttavia, solo leggermente peggiore rispetto a quelli previsti per Germania, Italia e Francia. Nel caso poi di una seconda ondata di epidemia, le previsioni si fanno ancora più preoccupanti, arrivando a ipotizzare una contrazione dell’economia britannica pari al 14%

La principale motivazione alla base di una contrazione economica di una simile portata può essere identificata nella composizione del PIL britannico. Questo, infatti, si basa essenzialmente sul settore dei servizi, da quelli finanziari a quelli turistici. Settori che, così come sperimentato anche in Italia, sono stati tra i più fortemente colpiti dalle restrizioni imposte da quasi tutti i Paesi europei tra marzo e aprile.
L’OCSE si è anche detta preoccupata per l’economia d’oltremanica nel caso in cui non si trovasse un accordo economico con l’UE entro dicembre: una caotica uscita dall’Unione, senza accordi commerciali ben definiti, comporterebbe problematiche ulteriori a un’economia già fortemente provata dalla pandemia. Per questo motivo l’Organizzazione suggerirebbe al Regno Unito di rimanere nel mercato unico europeo più a lungo.

Vero è che le previsioni dell’OCSE sono più negative rispetto a quelle presentate dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, ma i dati non si discostano più di tanto.

In conclusione è possibile sottolineare quanto gli scenari politici ed economici britannici, già frammentati e messi sotto pressione dalla Brexit, escano ulteriormente indeboliti dalla pandemia. È evidente, inoltre, quanto sia complesso fare previsioni di ripresa per il Paese, dal momento che i livelli di incertezza riguardo alla conclusione di un accordo commerciale con l’UE prima di dicembre e l’eventualità di una seconda ondata epidemica sono decisamente elevati.

 

Articolo pubblicato su ilcaffegeopolitico.net

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