Dal mondo

Se la Cina (ri)costruisce l’Africa

L’articolo di Filippo Fasulo e Sofia Ferigolli del Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina per Start Magazine

Facendo leva sulla comunanza di valori anticoloniali e proponendo una retorica di sviluppo condiviso, la RPC, fin dalla sua fondazione, si è posta come un interlocutore privilegiato del Continente africano, cogliendo anticipatamente la sua potenzialità sia come nuova frontiera di sviluppo economico sia come foriera di alleanze politico-strategiche.

CINA PRIMO PARTNER COMMERCIALE

In linea con la “going out strategy” inaugurata da Jiang Zemin alla fine degli anni ’90, le occasioni di avvicinamento tra Africa e Cina hanno continuato ad aumentare, al punto che nel 2009 la RPC ha scalzato gli Stati Uniti come primo partner commerciale del Continente africano. Oltre alle rispettive esportazioni, le occasioni di cooperazione tra Cina e Paesi africani hanno coinvolto significativamente anche il settore degli investimenti, fissati da Xi Jinping a 60 miliardi di dollari per il triennio a venire, come sottoscritto in occasione dell’ultimo Forum di Cooperazione Cina-Africa del 2018.

L’INTERESSE DI PECHINO: LE MATERIE PRIME

Questo titanico flusso di investimenti cinesi in Africa si può spiegare alla luce di plurimi interessi, tra i quali la necessità della Cina di assicurarsi un accesso alle materie prime, così come la complementarietà fra sovraccapacità infrastrutturale cinese e deficit infrastrutturale africano. Per quanto riguarda il primo aspetto, si può notare come l’appellativo “neo-coloniale” sia tornato in voga, segnalando, a diritto o meno, l’attitudine cinese di prediligere investimenti nel settore petrolifero e affini.

PRIMO FINANZIATORE DI INFRASTRUTTURE

Per quanto riguarda il secondo aspetto, è importante evidenziare come la Cina sia ormai il primo finanziatore di infrastrutture del Continente, superando addirittura la Banca Mondiale e l’FMI. Tra i progetti più ambiziosi lanciati recentemente si annoverano la linea ferroviaria di collegamento tra Addis Abeba e Djibouti, quella a Nairobi e Mombasa e un progetto multisettoriale a Djibouti di un totale di 14 miliardi di dollari.

AFRICA SEMPRE PIÙ INDEBITATA CON PECHINO

Sebbene la Cina stia coprendo un settore lasciato a lungo scoperto dagli international donors e sia dunque da elogiare per questo, gli investimenti per le infrastrutture presentano anche elementi di criticità. Primo fra questi è l’eccessivo indebitamento contratto da molti partner africani con Pechino, stimato in un terzo del debito totale del Continente. La Cina è stata infatti accusata di portare avanti la “diplomazia del debito”, sfruttando i suoi ingenti prestiti al fine di ottenere il controllo di infrastrutture straniere geograficamente strategiche, sul modello di quanto accaduto al porto cingalese di Hambantota, oggi in concessione ad una società cinese, proprio come ripagamento del debito per la sua costruzione. Per quanto riguarda i Paesi africani l’attenzione è rivolta oggi soprattutto allo Zambia, al Kenya e a Djibouti, i quali detengono un debito con la Cina superiore al 70 per cento del loro Pil, ciò che li esporrebbe ad un possibile default per la concentrazione del rischio rispetto ad un unico creditore.

UN IMPEGNO COSTANTE PER LA SICUREZZA

Un ulteriore aspetto della presenza cinese in Africa è rappresentato dalla frequente attività in ambito di sicurezza sia sotto forma di crescente appoggio della Cina alle attività di peacekeeping, tanto da essere diventata il primo Paese tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per numero di peacekeepers sia di “espansione” militare. Nell’agosto 2017 infatti è stata aperta a Djibouti la prima base militare extraterritoriale cinese in un’area di grande importanza strategica per i traffici marittimi. Questa crescente presenza della Cina in Africa va interpretata come la naturale conseguenza dell’internazionalizzazione dei suoi interessi e, dunque, della necessità di tutelarli anche all’estero, memore della guerra civile libica, dove Pechino ha dovuto mobilitare la propria marina militare per evacuare più di 35,000 connazionali.

LA CINA SI CANDIDA A POTENZA MONDIALE RESPONSABILE

Dovendo fare delle previsioni future, è possibile aspettarsi che la Cina, dovendo far fronte ad una pressione esogena che si fa sempre più scettica nei confronti del carattere pacifico di Pechino, ed una endogena, spaventata dalla crescita del debito e dal rallentamento del Pil, si impegnerà affinché possa essere percepita nuovamente come una potenza responsabile e pragmatica. Per fare questo, i suoi progetti dovranno essere visti come mutualmente vantaggiosi, ciò che comporterà un’attenta valutazione della loro fattibilità finanziaria. Il “going global” cinese in Africa pertanto continuerà, ma verrà calmierato dalla necessità di assicurare e assicurarsi un concreto ritorno economico.

 

Articolo pubblicato su Start Magazine n.5/2019

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