Dall’Ai slop alla manipolazione elettorale, le nuove campagne di disinformazione puntano a seminare confusione, cinismo e sfiducia nello spazio democratico europeo. Approfondimento a cura di Paolo Cesarini, programme director dell’European digital media observatory (EDMO)
Realtà parallele generate dall’intelligenza artificiale (IA), manipolazione elettorale e narrative geopolitiche concepite come strumenti di guerra ibrida stanno trasformando il panorama della disinformazione in Europa. Tre tendenze principali emergono dal monitoraggio condotto dell’Osservatorio Europeo dei Media Digitali (EDMO) nel corso delle ultime settimane.
I CONFLITTI SUI MEDIA
L’attuale conflitto in Medio Oriente ha alimentato il 39% della disinformazione totale rilevata in aprile 2026 nell’insieme dei paesi europei, confermando una dinamica ormai nota: le campagne di disinformazione si muovono in sintonia con i picchi di audience mediatica, concentrandosi su eventi che massimizzano l’attenzione del pubblico. Se si includono narrative preesistenti e persistenti relative ai conflitti in Ucraina e a Gaza, la quota aggregata della disinformazione legata alle guerre ha superato il 50%, evidenziando una preponderanza di contenuti fuorvianti, concepiti per suscitare forti reazioni emotive – paura, indignazione o solidarietà – presso un vasto pubblico internazionale. La disinformazione si intreccia così con strategie geopolitiche, influenzando l’opinione pubblica ben oltre i confini nazionali.
Un ruolo centrale è stato svolto dai contenuti generati con l’IA: immagini sintetiche di battaglie, video manipolati e false ricostruzioni di operazioni militari sono state diffuse online da reti filo-iraniane e filo-israeliane/americane, ma anche da attori opportunisti, interessati esclusivamente alla monetizzazione di tali contenuti, grazie ad algoritmi che premiano il tasso di coinvogimento degli utenti e la viralità, a prescindere dalla qualità. Tuttavia, non tutta la disinformazione è stata generata dall’IA: una quota significativa continua ad essere rappresentata da immagini o filmati autentici riciclati o decontestualizzati, riadattati agli eventi attuali, a testimonianza di un ecosistema ibrido in cui convivono vecchie e nuove tecniche di manipolazione.
Inoltre, il rumore informativo che ha accompagnato le operazioni militari – aggravato dalla censura di guerra – si è esteso a diversi ambiti della comunicazione politica, investendo temi come la sicurezza europea, le relazioni diplomatiche tra alleati NATO, la posizione del Vaticano rispetto alla guerra in Medio Oriente e le conseguenze economiche delle interruzioni nelle forniture di petrolio e gas. Proprio come durante l’emergenza Covid, stanno inoltre proliferando teorie del complotto sui cosiddetti “lockdown energetici”, con effetti concreti già osservati in Romania — dove l’aumento dei prezzi del carburante ha rilanciato narrative anti-governative — e nelle aree rurali dell’Irlanda, dove false narrative che collegano crisi energetica, immigrazione e difficoltà economiche hanno alimentato proteste di piazza.
LE INTERFERENZE STRANIERE NELLE ELEZIONI EUROPEE
Le recenti elezioni nazionali in Danimarca, Slovenia, Ungheria e Bulgaria hanno mostrato come la disinformazione elettorale in Europa non sia episodica o marginale, ma strutturale, tecnologicamente amplificata e profondamente intrecciata a politiche di potere.
In primo luogo, tali processi elettorali sono stati tutti bersaglio di campagne di disinformazione e interferenze straniere, seppur in forme e con intensità differenti. Le elezioni ungheresi e bulgare sono risultate le più esposte. Tuttavia, anche in Danimarca, nonostante un clima relativamente stabile, un attacco informatico attribuito a un gruppo hacker filo-russo e operazioni di LLM grooming condotte da siti russi hanno dimostrato che nessuna elezione è immune da ingerenze. In Slovenia, una vasta operazione di hack-and-leak attribuita all’agenzia israeliana Black Cube ha spinto il premier Robert Golob a chiedere a Ursula von der Leyen un’indagine immediata su quello che ha definito un “attacco ibrido” ai processi democratici europei.
In secondo luogo, l’uso di narrative delegittimanti è diventato un modello strategico ricorrente. Le elezioni vengono sistematicamente rappresentate come inique, manipolate o controllate da attori esterni, mentre azioni legittime come incheste giornalistiche o interventi regolamentari vengono reinterpretate come derive autoritarie. Questo processo di modellamento cognitivo mira ad erodere nel tempo la fiducia nella democrazia stessa, più che a persuadere l’opinione pubblica della realtà di fatti specifici.
In terzo luogo, la disinformazione elettorale, particolarmente in Ungheria, ha assunto una forte dimensione geopolitica. Gli oppositori dell’ex premier Viktor Orban sono stati dipinti come agenti di Bruxelles o Kyiv, oppure accusati di trascinare il paese verso la guerra, mentre istituzioni europee e ONG sono state accusate d’ingerenza in questioni politiche interne e di oltraggio ai principi di sovranità nazionale.
In quarto luogo, le campagne di disinformazione analizzate nel corso delle ultime settimane rivelano l’uso di tattiche manipolative sempre più sofisticate, implicanti reti coordinate di falsi accounts, pubblicità politiche occulte, in particolare su Meta e TikTok, lo sfruttamento di angoli cechi su piattaforme meno regolamentate come Telegram e la diffusione massiccia di contenuti generati dall’IA per screditare gli avversari politici: tattiche non casuali e spesso accuratamente costruite per imitare le apparenze formali del giornalismo investigativo e conferire ad affermazioni false una parvenza di legittimità.
Anche quando gli equilibri politici cambiano – come a seguito della sconfitta elettorale di Viktor Orbán – il danno informativo persiste. Una volta radicate, le stesse narrative continuano a circolare in ecosistemi mediatici fragili, influenzando la percezione pubblica e propagandosi oltre i confini nazionali (come dimostrano le recenti tensioni tra Ungheria e Romania). L’impatto della disinformazione è cumulativo, duraturo, e sopravvive agli eventi che l’hanno generata.
IL CONNUBIO TRA AI GENERATIVA E PLATFORM ECONOMY
Un’altra tendenza significativa è la rapida industrializzazione della disinformazione, determinata dalla crescente pervasività dei sistemi d’intelligenza artificiale. In aprile 2026, i contenuti sintetici diffusi sui social media hanno rappresentato circa il 20% della disinformazione totale rilevata. Parallelamente, è cresciuto anche il fenomeno dei cosiddetti AI slop: enormi quantità di contenuti di bassa qualità creati ad arte per saturare le piattaforme social. Content farm e attori opportunisti sfruttano gli algoritmi e le politiche di monetizzazione di X, Facebook, Instagram, TikTok o Youtube per scopi politici o economici, amplificando involontariamente – o deliberatamente – campagne di manipolazione politica. Più che a convincere il pubblico, queste strategie puntano soprattutto a sommergere gli utenti con rumore e ripetizione, rendendo sempre più difficile distinguere il vero dal falso.
La strategia richiama tecniche di manipolazione più tradizionali, come il flooding e l’astroturfing, ma opera su una scala senza precedenti grazie a soluzioni di automazione dei processi di creazione e distribuzione di contenuti digitali (spesso fornite da start-up come Doublespeed), che integrano strumenti per la gestione di falsi account, la distribuzione di contenuti sintetici e la simulazione delle interazioni fra utenti. Saturando i social feed, tali strategie degradano l’intero ecosistema dell’informazione, erodendo la fiducia non solo nei singoli fatti, ma nella stessa possibilità di accedere a una conoscenza affidabile.
UNA PROGRESSIVA EROSIONE DELLO SPAZIO DEMOCRATICO
L’immagine complessiva che emerge è quella di un ecosistema informativo in cui gli utenti vivono immersi in realtà parallele, dove storie rassicuranti, teorie del complotto e contenuti sensazionalistici si sovrappongono. Ciò evidenzia un cambiamento nella dimensione psicologica della disinformazione. Al di là delle operazioni puramente opportunistiche, le campagne politicamente motivate mirano sempre più a generare confusione, cinismo e disimpegno, piuttosto che semplicemente convincere il pubblico di specifiche falsità. Ciò favorisce un ambiente in cui ogni informazione appare sospetta e nessuna fonte affidabile, mentre il dibattito pubblico, che presuppone l’esistenza di una base comune di fatti generalmente accettati, si deteriora progressivamente. Una tale erosione della realtà condivisa è diventata probabilmente una delle sfide più significative per le società democratiche contemporanee.
Articolo pubblicato sul quadrimestrale Start Magazine “La sfida cognitiva“

