Dal mondo

Sovranisti marginali, popolari e socialisti non autosufficienti. Il difficile puzzle europeo

Il commento di Roberto Penna per Atlantico Quotidiano sul prossimo assetto del Parlamento europeo dopo il voto 

Il vento anti-establishment continua a soffiare forte nel Vecchio Continente, così come resta elevata la mobilità dell’elettorato in quasi tutti i Paesi europei. Rimane la ricerca di qualcosa di nuovo, di un qualcos’altro la cui bontà o meno dipende chiaramente dai vari punti di vista e dalle diverse situazioni, Paese per Paese.

L’ONDA LUNGA EUROSCETTICA

Ciò è stato riaffermato dalle elezioni europee di domenica scorsa, e il mancato sfondamento di alcuni amici europei di Matteo Salvini non deve trarre in inganno. I fautori acritici dello status-quo europeo, burocrati di Bruxelles e politici accondiscendenti, hanno finora agitato lo spauracchio dei cosiddetti sovranisti-populisti, spesso schierati a destra e, in molti casi, in buoni rapporti con la Lega salviniana. Questi, secondo gli eurolirici, rappresentano la più importante e grave minaccia per la tenuta dell’Unione europea, e pure per la nostra libertà. Appena si è compreso, fra exit poll e poi, finalmente, dati reali, il venire meno, per qualcuno qua e là in Europa, dell’onda lunga euroscettica, le comari dell’europeismo di maniera non hanno esitato un istante ad utilizzare toni trionfalistici. Non c’è dubbio, l’olandese Wilders ha subito una pesante sconfitta (ma i suoi voti e seggi travasati tutti in una formazione ancora più a destra) e l’AfD tedesca, pur avanzando, non è stata in grado di raggiungere le medesime percentuali di Marine Le Pen e Salvini. In Grecia, per esempio, hanno vinto i conservatori di Nuova Democrazia, più di centrodestra che di destra estrema. Ma l’insofferenza nei confronti di alcuni “padroni del vapore” europei non va certamente a premiare soltanto formazioni politiche di destra. Questo aspetto dovrebbe già essere noto, alla luce dell’esperienza italiana di un anno fa, attraverso la vittoria alle elezioni politiche del Movimento 5 Stelle, oggi in caduta libera.

RIMONTANO I VERDI IN FRANCIA E IN GERMANIA

Le Europee 2019 ci dicono che molti giovani, tanto in Francia quanto in Germania, affidano la loro frustrazione ai Verdi. Si può pensare ciò che si vuole dell’ecologismo militante, e chi scrive non ne pensa bene, ma il voto dato ai Verdi francesi e a quelli tedeschi, è un voto ostile sia verso Macron che verso Angela Merkel. È consigliabile non sottovalutare i tre boom elettorali avvenuti in quell’Europa tutt’altro che periferica. Il sorpasso di Marine Le Pen a scapito del presidente Macron, il successo indiscutibile della Lega in Italia e la significativa vittoria di Nigel Farage, raggiunta con un partito fondato solo due mesi fa. La gestione della Brexit è stata finora un martirio, ma la maggioranza dei britannici non ha evidentemente cambiato idea in merito all’uscita del Regno Unito dall’Ue.

ALLA COALIZIONE POPOLARE-SOCIALISTA SERVE UN ALLEATO

Il fronte comune popolari-socialisti, al Parlamento europeo, non è più autosufficiente, ed ha bisogno di qualche stampella per arginare sovranisti e conservatori. Si parla dell’Alde, ma ulteriori “responsabili” saranno sicuramente graditi. Il malcontento generato da questa Europa, di Juncker e Moscovici, non si è affatto sopito, ma la reazione popolare può cambiare, e anche di molto, da un Paese all’altro del continente. Già solo questo particolare, non del tutto banale, dovrebbe fare riflettere chi vede l’Europa come una sola e monolitica nazione.

 

Articolo pubblicato su atlanticoquotidiano.it

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