Dal mondo

Spagna, le opzioni di maggioranza per Sanchez

L’analisi di Enzo Reale per Atlantico Quotidiano sulla maggioranza di governo che si formerà in Spagna dopo il voto del 28 aprile

Partiamo dai numeri definitivi, che in Spagna si pubblicano tre ore dopo la chiusura delle urne.

SINISTRA: PSOE 123 (+38) 28,68 per cento; Podemos 42 (-29) 14,31 per cento
DESTRA: PP 66 (-71) 16,70 per cento; Ciudadanos 57 (+25) 15,86 per cento; VOX 24 (+24) 10,26 per cento
NAZIONALISTI: Esquerra Republicana 15 (+6) 3,89 per cento; JxCAT 7 (-1) 1,91 per cento; PNV 6 (+1) 1,51 per cento; Bildu 4 (+2) 0,99 per cento
ALTRI: 6

Tre erano le questioni fondamentali di queste elezioni, la cui trascendenza è stata forse sopravvalutata dagli osservatori: 1) che maggioranze di governo sarebbero scaturite dal voto (ovvio); 2) la consistenza reale della destra radicale (il vero spauracchio per molti); 3) la tenuta dell’indipendentismo catalano e la sua capacità di condizionare il futuro esecutivo. Riassumendo si può dire che i socialisti vincono in scioltezza, Ciudadanos si consolida come forza di opposizione con ambizioni future, Podemos perde e si attesta su posizioni di retroguardia, i popolari si schiantano. VOX non sfonda ma istituzionalizza la sua base elettorale, mentre l’indipendentismo di sinistra ottiene un gran risultato in Catalogna che forse non servirà. Governo di sinistra con appendici basche e resti, sorpresa Sánchez-Rivera o una terza opzione tutta da verificare. Potete fermarvi qui o continuare a leggere nel dettaglio.

Sánchez, il sopravvissuto. Dopo aver vinto una durissima battaglia dentro il suo partito, dopo aver scommesso tutto su una mozione di sfiducia che ha ribaltato gli equilibri parlamentari e gli ha permesso di accreditarsi come politico di governo, finalmente il leader socialista ha trovato la sua legittimazione elettorale. È stato abile a fomentare la paura del lupo cattivo (VOX) mobilitando una base che ha risposto alla grande. Ma è riuscito anche a mantenere Podemos a una prudente distanza di sicurezza, garantendosi margini di manovra enormi. Adesso può formare un governo spostato a sinistra con un Iglesias sconfitto ma pur sempre ingombrante e i voti dei nazionalisti baschi e appendici regionali, senza dipendere dai separatisti catalani; oppure offrire la condivisione del potere al centro proponendo a Ciudadanos un’alleanza auspicata da Europa e finanza; o, non sorprenda, provare l’avventura in solitario con appoggi puntuali. Conoscendolo, comincerà da quest’ultima opzione, poi tenterà la seconda e solo quando si renderà conto che non ce la può fare, aprirà a Podemos. Ai suoi votanti che ieri gli gridavano “con Rivera no” Sánchez rispondeva che non avrebbe chiuso le porte a nessun partito che rispettasse la costituzione. Indipendentisti più che avvisati. Ma messaggio che Rivera probabilmente non raccoglierà. Il PSOE è l’unico partito che si afferma nel desolante quadro della socialdemocrazia europea, complici la corruzione della destra e il clima ideologico da sempre favorevole in Spagna. Ma non deve cadere nella trappola del massimalismo e dilapidare il capitale accumulato regalando a Podemos una visibilità che non merita e che soprattutto non merita il paese.

Appunto, Podemos. Accantonata da qualche tempo a questa parte la retorica bolivariana, Iglesias è tornato dal permesso di paternità ostentando una saggezza e una moderazione poco credibili ma sufficienti per permettergli di salvare i mobili in un incendio che rischiava di bruciare tutto l’edificio. Beghe interne, strizzate d’occhio alla deriva secessionista in Catalogna, scarsa lealtà istituzionale. Risultato: quasi un milione trecentomila voti in meno e 29 seggi persi per strada. Quarto partito dell’arco parlamentare, nessun rappresentante al Senato. Un disastro che paradossalmente potrebbe servirgli per entrare nel governo e ottenere qualche ministero. Tutta la campagna di Podemos si è svolta in funzione dell’unico obiettivo possibile: fare da spalla al PSOE e conquistarsi un posto al sole. Il suo intervento post-voto di ieri sera sembrava più una supplica a Sánchez che una dichiarazione da capo-partito: dobbiamo trattare, mi senti Pedro, da domani trattiamo. Ci sei, Pedro? Vediamo se Pedro risponderà alla chiamata, probabile che lo faccia. E allora che autonomi e classe media preparino il portafoglio. Podemos è la vera anomalia spagnola, con un programma economico potenzialmente devastante e una zavorra ideologica insostenibile sulle questioni internazionali. Sánchez ha alternative. Speriamo che ci risparmi Iglesias come vice-premier.

Rivera ha commesso un errore capitale in campagna elettorale: dichiarare che mai e poi mai avrebbe appoggiato un governo a guida socialista, che accusava di complicità con i separatisti. Coerenza vs. responsabilità. Vincerà la coerenza perché lui si è già ritagliato un posto da capo dell’opposizione, con un partito in ascesa (25 seggi in più) e un concorrente ai minimi termini (il PP di Casado). Può darsi che gli convenga ma il paese ne soffrirà. Per il momento il suo è il terzo partito a pochi voti dai popolari. Ma l’inerzia è a suo favore. In un paese di scarsa tradizione liberale, Ciudadanos continua ad essere un oggetto misterioso per molti. Ma sembra che nella guerra per l’egemonia nel centrodestra spagnolo in questo momento Rivera sia il soldatino meglio equipaggiato. Prossima battaglia le amministrative/europee del 26 maggio.

PP. Il grande sconfitto con il peggior risultato della sua storia. Perde più della metà dei suoi rappresentanti al Congresso e soprattutto perde il Senato, suo feudo tradizionale, e con esso la possibilità di condizionare eventuali provvedimenti contro la Generalitat catalana. Nella retta finale della campagna Casado apriva ad una possibile partecipazione di VOX al governo. Aveva capito tardi che VOX stava cannibalizzando il PP. La frammentazione del centrodestra è stata il grande errore strategico di queste elezioni. Se le tre forze si fossero unite, dicono le proiezioni del giorno dopo sul sistema elettorale, la maggioranza assoluta sarebbe stata sicura. Invece no. Tre partiti, centrodestra, destra e destra radicale, voti dispersi, programmi alternativi. Nessuno ha capito. I voti dei due blocchi sono praticamente gli stessi: una differenza a favore della sinistra di poco più di duecentomila su undici milioni. Non esiste più il bipartitismo, ma si sono formate due coalizioni praticamente equivalenti in termini di consensi. Eppure il PSOE ha trionfato mentre il suo avversario storico ne è uscito con le ossa rotte. Nessun seggio nei Paesi Baschi, uno in Catalogna. Difficile difendere la costituzione così. Casado ha preso in mano un partito stremato e non è riuscito a rianimarlo. Troppo presto per giudicarlo. Ma la botta è di quelle dure da curare. Soprattutto se hai sul collo il fiato di Rivera.

VOX non ha partecipato a dibattiti elettorali, la sua campagna si è svolta nei meeting e in rete. È cresciuta anche grazie alla visibilità che i media tradizionali le hanno concesso. Si pensava che il voto occulto avrebbe determinato una sorpresa maiuscola a suo favore, non è stato così. Il risultato non è comunque da sottovalutare. È vero che in termini percentuali la destra radicale spagnola è ancora lontana da partiti fratelli in altri paesi europei, ma 24 parlamentari sono comunque una base
sufficientemente solida per ottenere visibilità. VOX non è tecnicamente un partito neo-franchista o neo-fascista. Il suo programma è liberale in economia e ultra conservatore nei temi sociali. È destra radicale nella morale, ma non si può assimilare tout court all’estrema destra politica. Lo paragonerei al partito di Haider in Austria, per intenderci. Ma la scatola nera resta tutta da scoprire. Certamente è più nazionale che populista. Il suo leader, Santiago Abascal, è stato al margine della campagna elettorale, le sue apparizioni limitate, il contatto diretto con il pubblico ridotto all’imprescindibile. È un bene che non abbia sfondato, ma dal punto di vista politologico è un fenomeno da studiare attentamente. Per il momento è servito a far perdere la destra e a garantire a Sánchez un altro mandato. Vedremo come sopporterà il peso di non contare. Comunque è una variabile che non esisteva fino a un anno fa e rappresenta la vera grande novità di queste elezioni.

In Catalogna Esquerra Republicana (ERC) fa il pieno di voti e seggi staccando il partito di Puigdemont (JxCat): 15 a 7. Ci sarà la rinvincita fra un mese ma per il momento sembra che le posizioni di forza all’interno del nazionalismo catalano si stiano delineando chiaramente a favore della storica formazione di sinistra. È la prima volta che un partito independentista vince le elezioni in Catalogna dai tempi della Seconda Repubblica. Però a leggere bene potrebbe trattarsi di una vittoria di Pirro. I suoi 15 deputati non sono decisivi per il governo Sánchez. Né i 7 che fanno riferimento a Puigdemont. Il nazionalismo si riafferma a livello locale, anche nei Paesi Baschi, ma paradossalmente perde rilevanza a livello statale. C’è un altro dato: ERC e JxCat restano abbondamente sotto il 40 per cento dei consensi in Catalogna. C’è un tetto che non riescono a sfondare in nessun caso, nemmeno quando si uniscono ai comunisti della CUP. La finzione di chi pretende di parlare a nome di tutti i catalani è evidente. C’è un processo in corso contro esponenti di primo piano di questi partiti, ne ho scritto in un altro articolo. Tutti i protagonisti si giocano molto ma è chiaro che se stavolta Sánchez concede terreno ai separatisti sarà perché vuole farlo, non perché ne sia costretto.

Fra un mese si vota per le amministrative e le europee. Difficile che a Barcellona o a Madrid si muova qualcosa prima di quell’appuntamento.

 

Articolo pubblicato su Atlanticoquotidiano.it

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