Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, parla con Limes dei rapporti di Papa Leone XIV con Trump, gli Stati Uniti, e le sfide della Chiesa nel mondo
Leone XIV non cerca lo scontro con Donald Trump, ma incarna una visione del mondo alternativa alla sua: universale anziché nazionalista, fondata sul Vangelo, sulla pace e sull’accoglienza. Nella lettura di Andrea Riccardi, il pontificato di Robert Francis Prevost rappresenta insieme un tentativo di ricomporre il cattolicesimo statunitense e di riaffermare la natura globale della Chiesa. La sfida è sottrarre il cattolicesimo alle polarizzazioni politiche e alla concorrenza evangelicale, mantenendo Roma come il luogo in cui la pluralità della Chiesa trova unità e direzione.
PREVOST (AKA PAPA LEONE) E TRUMP
Riccardi descrive Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost, come un “americano per bene”, “un altro mondo rispetto a Trump”. Le loro visioni del mondo sono contrapposte, come è diventato palese con gli attacchi di Trump al Pontefice dopo il discorso di Prevost dell’11 aprile. In quel giorno, a San Pietro, Prevost ha parlato non solo ai cattolici, ma ai moltissimi che vogliono la pace, incarnando la possibilità di una visione del mondo e della politica che sia più grande di Trump (senza comunque attaccare il presidente statunitense, che invece si è sentito sfidato).
Questa presa di posizione non è un episodio isolato. Riccardi cita come precedenti il discorso che Prevost aveva rivolto il 9 gennaio 2026 ai diplomatici accreditato presso la Santa Sede, e, ancora più rilevanti, le dichiarazioni del 7 aprile a Castel Gandolfo, dove Prevost condannò le minacce di Trump contro l’Iran ed esortò gli ascoltatori a lavorare per la pace.
PREVOST E GLI STATI UNITI
Secondo Riccardi, quando si tratta di Leone XIV “non c’è distinzione” tra il cittadino americano e il Pontefice. Prevost combatte per le sorti dell’America, ma lo fa partendo dal Vangelo, come figura universale, aiutato anche dalla sua lunga esperienza di servizio al di fuori degli Stati Uniti.
Il rapporto di Leone XIV con l’America va inquadrato nella storia dei rapporti di Roma con il cattolicesimo americano. Dopo decenni di stretta collaborazione nel secondo dopoguerra, culminati con l’apertura delle relazioni diplomatiche tra Vaticano e Stati Uniti nel 1984, la Chiesa statunitense si è progressivamente polarizzata. Papa Francesco ha dovuto affrontare forti divisioni interne, mentre “un missionario come Prevost è una figura di ricomposizione”, dichiara Riccardi. Anche perché la Chiesa americana, di fronte a un presidente che diffonde foto in veste di Gesù, e si atteggia a “sacerdote della nazione”, si è ricompattata attorno a Leone XIV.
UNA CHIESA GLOBALE
Anche in mancanza di uno scontro aperto con Trump, sostiene Riccardi, Prevost sarebbe comunque rimasto fedele alla lotta per i due temi che lo appassionano di più: la pace e la missione evangelizzatrice. I numerosi viaggi internazionali programmati testimoniano la volontà di rafforzare la dimensione globale del cattolicesimo.
Se il Papa è stato più cauto su Israele, è perché la Santa Sede deve conciliare la necessità di “mantenere i fondamentali rapporti con l’ebraismo senza rompere del tutto con un governo israeliano tra i più estremi che il paese abbia conosciuto”. La Chiesa, nota Riccardi, è una delle poche realtà rimaste veramente multinazionali, per rimanerlo deve opporsi al nazionalismo che dilaga e alla proliferazione dei gruppi evangelicali in tutto il mondo, comprese l’Asia, l’Africa, e le Americhe. Gli evangelicali in un secolo hanno raggiunto circa mezzo miliardo di fedeli, e crescono specialmente tra gli immigrati latinoamericani negli Stati Uniti. Di fronte a questa sfida, Leone XIV sembra recuperare l’idea di Giovanni Paolo II di un continente americano unito, promuovendo la cooperazione tra le Chiese del Nord e del Sud sui temi della giustizia sociale e delle migrazioni. Emblematica, in questo senso, la scelta di visitare Lampedusa anziché Washington nel giorno dell’Indipendenza americana, sottolineando la centralità dell’accoglienza dei migranti. A Prevost interessa anche mantenere Roma al centro della Chiesa, una Roma che il Pontefice “vuole rendere più capace di sintesi e di accoglienza”, secondo Riccardi. Insomma, Prevost non dimentica l’Europa, come dimostra lo spazio che occupa nei suoi itinerari di viaggio. Ma non abbassa la guardia neanche sul negoziato di protezione della Chiesa in Cina, dimostrando il suo impegno per una Chiesa cattolica globale.

