Dal mondo

Turchia, che succederà dopo le elezioni amministrative

L’analisi di Carlo Sanna per Affarinternazionali sul nuovo quadro politico in Turchia e le opportunità di dialogo con l’Ue

Di fronte a un verosimile rimescolamento delle carte nella politica turca, l’Unione europea si trova davanti a un bivio decisivo, uno di quei treni che potrebbero non presentarsi più per molto tempo. Tra i tanti passaggi di questa fase politica della Turchia – ultimo dei quali la vittoria di Ekrem İmamoğlu come sindaco di Istanbul –, alcuni possono incidere notevolmente sul futuro dei rapporti con Bruxelles, e proprio alla luce degli elementi che hanno determinato il declino di consensi del partito del presidente Recep Tayyp Erdoğan.

Il fattore principale del tracollo elettorale dell’Akp è senz’altro economico: in tutti i terremoti politici nella storia della Repubblica di Turchia, il cambio di establishment è stato favorito da una situazione di profonda crisi e dalla conseguente proposta di un modello di rottura dal punto di vista politico, economico, culturale, di riferimenti internazionali.

La crisi attuale è certamente figlia di scelte deliberate da parte del potere di Erdoğan: da un lato di una gestione sempre più personalistica dello Stato e delle finanze pubbliche al servizio dell’alimentazione della rete di interessi e clientele che costituisce la struttura portante del consenso del regime. Dall’altro, di un atteggiamento internazionale che ha portato all’attuale isolamento della Turchia con il tracollo dei rapporti con Europa e Stati Uniti. Alcuni chiari esempi dei fenomeni scaturiti da queste scelte sono utili a comprenderne le conseguenze negative sia economiche sia di (im)popolarità dell’Akp.

DETERIORAMENTO ECONOMICO

La Turchia viaggia su livelli di inflazione divenuti insostenibili per la popolazione. Se nel 2016 l’inflazione media era al 7,8%, oggi è oltre il 20%. Le misure di Erdoğan hanno pensato più a rimanere coerenti con la retorica presidenziale e cercare il consenso della popolazione (come la campagna #TürkiyeKazanacak, volta a mantenere fittiziamente bassi i prezzi dei beni di prima necessità utilizzando ingenti fondi pubblici) piuttosto che a risolvere alla radice il problema (dal presidente individuato in un “complotto internazionale contro la Turchia”). Finché la crescita economica sosteneva l’aumento del benessere della popolazione, tali scelte pagavano in termini di consenso. Ora evidenziano l’esistenza di una crisi.

Legata a questa è la crisi della lira turca, in costante svalutazione e perenne instabilità. Oltre alle enormi pressioni sulla Banca centrale affinché non alzasse i tassi d’interesse (com’era invece necessario), il deterioramento dell’economia turca è legato anche alla crisi diplomatica con Washington che, di fronte all’acquisto del sistema missilistico russo S-400(incompatibile coi sistemi Nato) da parte della Turchia, minaccia sanzioni e ripercussioni che influenzano pesantemente anche la moneta turca.

In questa situazione, l’Unione europea ha degli strumenti validi con cui intervenire. I fondi europei rimangono per Ankara una fonte importantissima di finanziamento di opere pubbliche e delle necessarie riforme della governance e delle istituzioni. Per l’Ue, che pure ha ridotto l’afflusso dei fondi dello strumento di pre-adesione (Ipa) e minaccia ulteriori tagli e sanzioni economiche e politiche (le ultime delle quali relative alle attività estrattive turche nel Mediterraneo orientale), ciò costituisce un’importante leva – ma non l’unica, si pensi ad esempio alla questione dei visti – specialmente in una situazione di potenziale transizione come questa.

L’Ue dovrebbe non più limitarsi a criticare l’involuzione autoritaria turca, alla base dei tagli e della sospensione dei negoziati per l’adesione, ma sfruttare queste leve per incoraggiare e rilanciare i processi avviati da una società civile che ha dimostrato incredibile complessità e resilienza, evidenziando la concretezza dell’alternativa politica a un Akp in arretramento.

QUALCOSA SI MUOVE NELLA POLITICA TURCA

Nell’arena partitica sono in corso alcuni notevoli riassestamenti: sul fronte nazionalista, l’Mhp (alleato dell’Akp) sembra aver subito nei confronti dell’İyi Parti (forza di centrodestra nell’alleanza di opposizione), un arretramento e un travaso di consensi. Sul fronte curdo, l’Hdp (partito di sinistra filocurdo) è uscito rafforzato da questa tornata elettorale in cui ha dato un consistente apporto all’elezione di İmamoğlu.

Ma lo scenario potenzialmente più interessante è offerto all’interno dell’Akp: alcuni ex-fedelissimi di Erdoğan, tagliati fuori dal presidente nel progressivo processo di accentramento del potere e nel suo circondarsi di soli yes-men, hanno annunciato l’intenzione di fondare nuovi partiti, portandosi dietro una fetta consistente di parlamentari e consensi.

Tra questi “scissionisti” figurano personaggi di assoluto rilievo, come Abdullah Gül (ex primo ministro e presidente della Repubblica), che furono i protagonisti insieme a Erdoğan stesso della fondazione dell’Akp nel 2002, in seguito alla scissione dal precedente partito del quale facevano parte (il Fazilet Partisi).

Il gruppo di dissidenti interni di cui facevano parte, gli yenilikçiler (innovatori), promosse tale azione sulla base di varie divergenze, la principale delle quali riguardava i rapporti con l’Ue. Pur con il loro solido background islamico, essi sostenevano la necessità di perseguire la strada dell’integrazione europea, e caratterizzarono in questo modo l’Akp, che nei suoi primi anni condusse la Turchia alla storica apertura dei negoziati di adesione nell’ottobre 2005. La strada intrapresa in seguito, e il cambiamento delle posizioni di Erdoğan, sempre più uomo solo al comando, sono storia recentissima.

LE LEVE A DISPOSIZIONE DI BRUXELLES

A differenza dell’attuale presidente, però, i potenziali scissionisti di oggi sono ancora convinti della necessità di riprendere il dialogo con l’Europa: un parallelismo interessante con la situazione che portò alla nascita dell’Akp, sorto proprio lungo la frattura su questi temi.

E proprio questa fase di incertezza e transizione pone all’Unione europea un’enorme opportunità, legata al supporto delle forze democratiche e pluraliste in Turchia. Si tratta di scegliere se agire da fattore stimolante di questi processi di cambiamento, utilizzando le leve di cui dispone. Leve economiche, ma anche politiche: riprendendo il percorso negoziale con Ankara in modo da vincolare questo nuovo sforzo politico ed economico europeo (in una fase in cui i turchi mostrano insofferenza proprio verso la situazione politica ed economica) all’adeguamento della Turchia ai parametri europei.

D’altra parte, la scelta europea di rinunciare a esercitare questo tipo di condizionalità si è rivelata finora controproducente: l’assenza dell’argine politico europeo piuttosto che punire il regime ha colpito la popolazione, consentendo lo straripare dell’autoritarismo erdoğaniano e delle sue politiche populiste e repressive.

 

Articolo pubblicato su Affarinternazionali.it

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