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Tutti gli impatti del coronavirus sul Maghreb

Maghreb

Con un ritardo di alcune settimane rispetto alla prima ondata di contagi al di fuori della Cina, anche il Maghreb si è trovato costretto a fare i conti con la pandemia di nuovo coronavirus. L’approfondimento di Lorenzo Marinone per il Cesi

Con un ritardo di alcune settimane rispetto alla prima ondata di contagi al di fuori della Cina, anche il Maghreb si è trovato costretto a fare i conti con la pandemia di nuovo coronavirus. Questo scarto temporale si è rivelato prezioso per mettere in campo una prima batteria di risposte all’emergenza, tale da limitare la diffusione incontrollata del COVID-19 ed evitare una pressione eccessiva sul sistema sanitario. I governi di Marocco, Algeria e Tunisia hanno adottato diverse misure di contenimento, tra cui la quarantena obbligatoria e la chiusura degli spazi pubblici, accompagnate in alcuni casi anche dalla dichiarazione o dal rinnovo dello stato di emergenza. Caso a parte la Libia, dove la frattura istituzionale tra Est e Ovest e l’ennesima recrudescenza del conflitto in corso in Tripolitania hanno ovviamente reso molto più complesso preparare il sistema sanitario e la popolazione alla pandemia.

Nonostante l’apparente efficacia di queste misure nel breve termine e per quanto riguarda la salute pubblica, la pandemia avrà con ogni probabilità conseguenze profonde e durature sull’area. Infatti, esattamente come nel resto del mondo, il coronavirus ha già portato a una sospensione della maggior parte delle attività economiche e commerciali nel Maghreb. Gli effetti immediati sull’economia e sulle società maghrebine verranno ampliati dalla fase di recessione globale che si staglia all’orizzonte. In più, queste difficoltà si inseriscono in un quadro politico già caratterizzato da numerose vulnerabilità, sia per le incertezze legate al compimento del percorso di democratizzazione tunisino, sia per le tensioni sociali e le relative rivendicazioni politiche espresse negli ultimi anni dai movimenti di protesta in Marocco e Algeria.

A ben vedere, tuttavia, la pandemia non sembra aggiungere alcun dato realmente nuovo al quadro della regione. Piuttosto, al pari di altri fattori come, ad esempio, i cambiamenti climatici, il coronavirus agirà da moltiplicatore di instabilità e tensioni sociali già esistenti, esacerbandole e rendendone gli esiti più estremi.

In questo senso, nel contesto maghrebino l’impatto della pandemia potrebbe farsi sentire in modo decisivo sul rapporto tra società e Stato, già provato dalle Primavere Arabe e dalle diverse ondate di reazione autoritaria. Infatti, la capacità di risposta delle classi dirigenti alla prossima crisi economica sarà inevitabilmente viziata dai disequilibri e dalle vulnerabilità croniche delle economie dell’area. Più della flessione del PIL (consistente e compresa tra il 3,7% del Marocco e il 5,2% dell’Algeria nel 2020), vanno monitorate le ripercussioni sull’occupazione e sulla capacità di spesa dello Stato.

Infatti, è almeno dalla metà degli anni ’80 che la disoccupazione figura tra i fattori con il più elevato potenziale di mobilitazione, dalle émeutes du pain emerse in seguito alle prime liberalizzazioni dell’economia alle rivolte del 2011 e i loro strascichi. Intersecata con la persistenza di disuguaglianze regionali (percepite non di rado come parte di una strategia deliberata delle istituzioni per tenere sotto controllo il dissenso), la mancanza di impiego è alla base dei recenti movimenti di protesta dell’Hirak marocchino (2016) e di una lunga stagione di tensioni sociali nel centro-sud e nelle aree montuose della Tunisia, oltre a rappresentare una delle matrici della contestazione al Pouvoir algerino iniziata a febbraio 2019.

A limitare i margini d’azione statali concorrerà la ridotta capacità di spesa a causa del venir meno di introiti essenziali per le economie maghrebine. Tra questi figurano quelli del settore turistico (che vale il 10-15% del PIL tunisino), le rimesse dall’estero, e i proventi dell’export di idrocarburi nel caso algerino e libico. Un assottigliamento delle riserve di valuta estera può costringere le classi dirigenti a introdurre misure di austerità anche molto pesanti, nel tentativo di evitare un collasso improvviso delle strutture statali.

Il caso algerino è paradigmatico. Il crollo dei prezzi del petrolio (in particolare proprio quelli del Saharan Blend algerino) ha dimezzato le entrate da idrocarburi, prospettando un crollo verticale delle riserve di valuta pregiata (da 80 a 40 miliardi di dollari nel corso del 2020). La reazione di Algeri è stata un taglio prima del 30% e poi ben del 50% della spesa per il welfare. A seconda di come saranno calibrati i tagli e di come la presidenza Tebboune sarà in grado di gestire questa fase delicatissima, questa decisione potrebbe rivelarsi una matrice formidabile di malcontento e tensioni trasversali al tessuto sociale.

Oltre ad alimentare le sperequazioni già esistenti, un’interruzione così drastica di sussidi e altre misure di sostegno alle fasce più deboli rischia di destabilizzare dalle fondamenta i sistemi di potere della regione. Le relazioni di potere e gli equilibri degli establishment, infatti, si basano tutti, seppur in misura diversa, sull’elargizione di benefici alla popolazione. In questo senso, l’iscrizione di una simile dinamica assistenzialista all’interno del contratto sociale stesso accomuna la Monarchia marocchina, il Pouvoir algerino (peraltro in una difficile fase di transizione al post-Bouteflika) e la giovane democrazia tunisina, che in larga parte ha lasciato immutate certe dinamiche dei potentati locali risalenti all’era di Ben Ali.

Non va poi sottovalutata quale sarà la percezione popolare di un isterilimento delle tradizionali fonti di reddito statali e dei canali del welfare. E’ ampiamente possibile che la natura delle prossime rivendicazioni non sia soltanto socio-economica, bensì politica. D’altronde, i recenti movimenti di protesta hanno già ampiamente collocato le problematiche economiche in un quadro di mancate riforme politiche, che rimanda all’immobilismo delle classi dirigenti e alla corruzione diffusa come le cause di fondo dei problemi nazionali. Dunque, una congiuntura economicamente così svantaggiosa potrebbe portare a un rinvigorimento delle proteste e a richieste più pressanti di cambiamento politico, e, soprattutto in Algeria e Tunisia, ad un maggiore protagonismo della società civile.

D’altro canto, sia nel Maghreb che nel resto del mondo arabo, dove la maggior parte dei Paesi sono accomunati da un certo grado di autoritarismo nelle proprie istituzioni e nelle classi dirigenti, la pandemia è stata sfruttata prontamente come occasione per restringere ulteriormente gli spazi di dissenso, smembrare  le strutture della società civile considerate più pericolose e segnalare la disponibilità a fornire una risposta prettamente securitaria a istanze e rivendicazioni di carattere socio-economico e politico. Una tentazione che può facilmente tornare a concretizzarsi anche su scala più vasta e in modo più organico in futuro, qualora le condizioni economiche dovessero peggiorare sensibilmente.

Un circolo vizioso, quello tra malessere sociale e repressione statale, proteste popolari e giro di vite securitario, che proprio negli ultimi anni è stato uno dei fattori alla base dell’espansione dell’estremismo e della facilità di attecchimento dei messaggi radicalizzanti di gruppi estremisti violenti. Se le istituzioni (non solo quelle nordafricane) faticano a individuare soluzioni efficaci ai primi effetti della pandemia, i gruppi estremisti hanno invece colto l’occasione fornita dal COVID-19 per rilanciare la loro opera di propaganda e approfittare dell’emergenza sanitaria per delegittimare gli organi statuali, rafforzare le narrative centrate sulla vittimizzazione, e fare proseliti.

In conclusione, su questo sfondo a tinte così fosche, la pandemia rappresenta un vero e proprio test di primaria importanza per le relazioni euro-mediterranee. Infatti, l’indebolimento delle economie e dei sistemi politici del Maghreb può aprire spazi imprevisti per un aumento dell’influenza di attori esterni. In prima linea figurano senza dubbio i Paesi del Golfo, colpiti anch’essi dalla crisi ma ancora in grado di mobilitare liquidità e di fornire pacchetti di aiuti mirati in breve tempo. Ma non vanno persi di vista altri attori, come Turchia e soprattutto Russia, che in ambito mediterraneo hanno dimostrato di saper esprimere un’azione esterna estremamente efficace nonostante le scarse risorse economiche a disposizione.

In entrambi i casi, un ruolo maggiore di questi player non può che tradursi in una perdita di influenza per l’Unione Europea così come per i singoli Paesi del Vecchio Continente. Bruxelles nel 2020 dovrebbe calibrare il nuovo strumento per la cooperazione nel Vicinato (NDICI), mentre alcuni Stati hanno già provveduto a far confluire aiuti e assistenza verso la sponda sud. Un fascio di iniziative che conserva però tutti i fattori di vulnerabilità ormai ben noti, tra cui spiccano la discrepanza tra obiettivi nazionali e scopi dell’azione esterna UE, nonché la difficoltà a prendere decisioni coraggiose e impegnative a livello europeo in aree spesso ancora considerate “cortile di casa” esclusivo da alcuni Paesi membri.

 

Articolo pubblicato su cesi-italia.org

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