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Tutto quello che c’è da sapere sulle prossime elezioni in Israele

Gli israeliani si preparano al voto del 9 aprile tra sondaggi, leader e prospettive. L’articolo di Luca Ciampi per Affarinternazionali

Saranno circa sei milioni gli israeliani, con esclusione dei cittadini residenti all’estero, che il 9 aprile, giornata dichiarata festiva appositamente per favorire l’affluenza alle urne, verranno chiamati ad esprimersi in occasione delle elezioni politiche anticipate. La Knesset, parlamento monocamerale formato da 120 seggi, sarà rinnovata per 21a volta dalla sua costituzione. Il partito o la coalizione, con una soglia di sbarramento fissata al 3,25%, che riuscisse ad ottenere almeno 61 seggi conquisterebbe la maggioranza assoluta, guidando quello che sarà il 35o governo della storia dello Stato d’Israele. L’affluenza nel corso delle ultime elezioni tenutesi il 17 marzo 2015 è stata del 65,7%. Il voto vide l’affermazione del Likud, partito di centrodestra dell’attuale primo ministro Benjamin Netanyahu.

LA SITUAZIONE: LA SICUREZZA AL PRIMO POSTO IN AGENDA

Israele arriva alle elezioni anticipate con la consapevolezza che qualsiasi partito guiderà il nuovo Governo non potrà prescindere dal mettere in cima alla propria agenda i temi di sicurezza interna, con ovvi riferimenti alla questione palestinese, e regionale, rappresentata dalla minaccia sciita che dall’Iran si estende al Libano passando per la Siria a ridosso delle Alture del Golan, area di elevato potenziale strategico e simbolico.

L’esito del voto si annuncia quanto mai incerto, specchio di un Paese obbligato a difendere la propria identità pur dovendo rinnovarsi, se non nell’ideologia, sul piano del progresso tecnologico militare e scientifico. L’elettorato è consapevole che oggi Israele rappresenta, anche per la politica audace del premier uscente, un Paese forte ed avanzato, in crescita sul piano delle relazioni diplomatiche, testimoniati dai rapporti con India, Brasile, Paesi del Centro Asia e molti Stati africani, e in possesso di significative risorse energetiche off shore (i giacimenti Leviathan e Tamar), con indicatori macroeconomici positivi.

A tutto ciò si sovrappone, però, una realtà multiconfessionale, entropica, multietnica e da sempre in lotta con un nemico ideologico e fisico che, con gradazioni diverse, funge da aggregatore e collante delle sue differenti anime e tribù.

I SONDAGGI: NESSUNO AVRÀ LA MAGGIORANZA ASSOLUTA

Secondo gli ultimi sondaggi pre-elezioni, la lista Blue e Bianco dell’ex capo delle forze armate israeliane Benny Gantz e del leader del partito di centro Yesh Atid, Yair Lapid, dovrebbe ottenere 32 seggi alla Knesset, mentre il Likud di Netanyahu solo 28. Il partito baburista conquisterebbe appena 8 seggi, confermando un trend negativo che dura da almeno un decennio, ancor più amplificato dalle incertezze di Avi Gabbay e dall’uscita dalla scena politica di Tzipi Livni, figura storica del progressismo sionista.

In termini di possibili coalizioni, il blocco della destra nazionalista, guidato dal Likud, raggiungerebbe verosimilmente 64 seggi, grazie al sostegno dei partiti religiosi ed ultraortodossi, rappresentanti dei coloni in Cisgiordania, mentre la coalizione guidata da Gantz più il partito laburista ed i progressisti del Meretz, che nelle ultime elezioni non hanno superato la soglia di sbarramento, ne avrebbe 56.

LE PREVISIONI E IL PROCESSO PER FORMARE UN NUOVO GOVERNO

Esito del voto incerto, su cui peseranno le valutazioni degli israeliani, proprio pochi giorni dopo l’inatteso lancio di missili provenienti dalla Striscia di Gaza che ha colpito, a distanza di cinque anni, il distretto di Tel Aviv, sede di quasi tutte le ambasciate accreditate, e non soltanto, come di norma, le regioni meridionali del territorio, da sempre esposte al terrorismo di Hamas.

Meglio, dunque, puntare su un sistema già collaudato e sostanzialmente vincente anche in termini di esperienza e relazioni “pesanti” (il premier ha incontrato negli ultimi giorni Trump e Putin), oppure virare su un progetto nuovo che vede in Gantz un credibile interprete di lungo periodo, anche in ragione dell’incombente processo giudiziario dal quale Netanyahu dovrà necessariamente difendersi?

Il risultato elettorale rappresenterà un riferimento per il Capo di Stato, Reuven Rivlin, che avrà a disposizione 42 giorni dalla chiusura dei seggi per avviare le consultazioni ed assegnare l’incarico di formare un nuovo esecutivo a una figura individuata nel politico con più possibilità di coagulare una maggioranza stabile. Non è escluso che si possa anche ritornare al voto, magari a novembre, in presenza di uno scenario di stallo ed incertezza.

Appare, tuttavia, più verosimile che uno tra Netanyahu e Gantz, con quest’ultimo pronto ad accogliere nel proprio Governo anche i partiti ultraortodossi a cui dovrà, però, garantire importanti concessioni non gradite a buona parte della società laica, riesca a formare un esecutivo, la cui composizione passerà per il necessario sostegno di partiti minori, ad eccezione di quelli arabi storicamente all’opposizione.

Tra questi, il peso maggiore potrebbe averlo Zehut, il partito di estrema destra dell’ex portavoce del Likud, Moshe Feiglin, che si definisce libertario. Zehut, favorevole all’annessione dei Territori palestinesi ed alla cancellazione degli accordi di Oslo, ha inserito nel programma elettorale la legalizzazione della cannabis, ponendola come condizione per il suo eventuale sostegno a qualsiasi coalizione di governo.

Da tali premesse risulta evidente che il 2019 si preannuncia come un anno cruciale per gli israeliani. Ma sarà significativo anche per la Comunità internazionale, chiamata a dialogare con un Paese orgoglioso, dalle radici antiche ed, allo stesso tempo, ambizioso ed avanzato, capace di lanciare anche la sua prima sonda lunare, Bereshit, contenente una capsula del tempo digitale con oltre 50 milioni di pagine di dati, tra cui l’Antico Testamento.

 

Articolo pubblicato su Affarinternazionali.it

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