Dal mondo

Stati Uniti e Talebani avviano una tregua in Afghanistan

Afghanistan

L’approfondimento di Giuliano Battiston per l’Ispi sull’accordo di pace a cui stanno lavorando Washington e i Talebani in Afghanistan

La politica afghana continua a dividersi sull’esito delle presidenziali del 28 settembre 2019, mentre gli Stati Uniti e i Talebani iniziano una tregua di 7 giorni che potrebbe condurre alla firma, il 29 febbraio, di uno storico accordo di pace.

Il 18 febbraio Ashraf Ghani è stato confermato presidente per un secondo mandato, ma il principale sfidante, Abdullah Abdullah, ne ha contestato la vittoria annunciando la nascita di un governo parallelo, sostenuto da alcuni importanti partiti e da politici di peso come il generale Abdul Rashid Dostum, che dalla sua residenza nella provincia settentrionale di Jawzyan ha invocato la piazza per protestare contro il “tradimento” della Commissione elettorale indipendente.

Dopo quasi cinque mesi di conteggi, riconteggi, boicottaggi e continue accuse, la responsabile della Commissione, Hawa Alam Nuristani, ha annunciato la vittoria al primo turno del presidente uscente, il tecnocrate Ashraf Ghani, già alto funzionario della Banca mondiale, docente in prestigiose università statunitensi, poi ministro delle Finanze a Kabul. Dal settembre 2014 Ghani è presidente della Repubblica islamica, in un governo di unità nazionale voluto dall’allora segretario di Stato Usa, John Kerry, per ovviare alla disputa post-elettorale tra Ghani e Abdullah, i quali si accusavano reciprocamente di brogli.

Per uscire da quell’impasse politica, che rischiava di deflagrare, è stata modificata l’architettura istituzionale, introducendo il posto di “chief executive officer”, una sorta di primo ministro, attribuito ad Abdullah Abdullah. La coabitazione tra i due non ha però funzionato, consolidando l’antagonismo che voleva sanare, riemerso con virulenza nella campagna presidenziale del 2019.

Secondo i dati – omissivi, parziali ed equivoci – della Commissione, questa volta Ghani avrebbe vinto ottenendo 924 mila voti circa, il 50,64% delle preferenze, rispetto al 39.52% (721 mila circa) ottenuto da Abdullah, mentre Gulbuddin Hekmatyar, a lungo a capo del partito armato Hezb-e-Islami e poi rientrato nell’agone politico istituzionale, ha il 3,85% dei voti (circa 70 mila) e Rahmatullah Nabil, già responsabile della National Directorate of Services, i servizi segreti, l’1.86% (34 mila voti circa). Come Abdullah, anche Hekmatyar e Nabil contestano la legittimità del voto e i criteri adottati dalla Commissione elettorale e dalla Commissione per i brogli nel confermare i voti regolari, e chiedono che Ashraf Ghani rinunci alla poltrona dell’Arg, il palazzo presidenziale di Kabul.

LA CRISI POLITICA

La profonda crisi politica rischia di danneggiare il processo di pace, arrivato a una svolta. Alla mezzanotte di oggi, venerdì 21 febbraio, inizia una “tregua” di 7 giorni concordata tra l’inviato del presidente Usa Trump, Zalmay Khalilzad, e la delegazione degli studenti coranici guidata da mullah Abdul Ghani Baradar, uomo della vecchia guardia dei Talebani, già vicino allo storico leader mullah Omar.

La tregua è definita ufficialmente una “riduzione della violenza”. Si tratta di un’accortezza lessicale per venire incontro alle richieste dei Talebani, che rifiutano di aderire formalmente a un cessate il fuoco (così è stato anche nel giugno 2018, durante i tre giorni di tregua). Ma il significato politico è chiaro: è un passaggio delicato e cruciale verso la firma dell’accordo tra gli Stati Uniti e i Talebani, il 29 febbraio, come confermato dal segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, e dagli stessi Talebani.

LA TREGUA CONCESSA DAI TALEBANI

La tregua è anche una concessione da parte dei Talebani, che lo scorso settembre avevano già concordato con Khalilzad un accordo di pace in quattro parti, la cui firma si dava per imminente. Quell’accordo, fatto saltare improvvisamente da Trump il 7 settembre via Twitter, non prevedeva prima della firma alcun cessate il fuoco, alcuna riduzione della violenza, per quanto parziale. Il governo di Kabul, estromesso dal negoziato, ha usato il periodo successivo allo stop voluto da Trump per alzare la voce e chiedere con insistenza un cessate il fuoco di un mese, come segno della reale disponibilità dei Talebani a rinunciare alle armi e negoziare la pace. Gli Stati Uniti hanno fatto da sponda al governo di Kabul, anche perché serviva loro un risultato concreto per giustificare il rientro nella partita negoziale, rilegittimato da Trump a fine novembre, durante una visita a sorpresa ai soldati americani nelle base afghana di Bagram, a nord di Kabul.

Se non ci saranno imprevisti, il cessate il fuoco porterà alla firma dell’accordo vero e proprio tra Washington e i Talebani e, dopo 10 giorni, ai primi colloqui ufficiali tra gli studenti coranici e i rappresentanti della politica e della società afghana. Sono ancora molte, però, le incognite e gli ostacoli: la prima riguarda proprio il periodo di “riduzione della violenza”. Nei loro comunicati ufficiali, sia Mike Pompeo sia i Talebani evitano di fornire dettagli precisi. Pare che i Talebani ridurranno le operazioni da 75 a massimo 15 al giorno, e che eviteranno di attaccare basi militari, città, strade principali. Anche le forze statunitensi e quelle afghane eviteranno il ricorso alle armi, pur mantenendo la libertà di rispondere, se attaccate. I metodi per verificare il rispetto dell’accordo di tregua ci sono, ha notato Thomas Ruttig dell’Afghanistan Analysts Network, ma la vaghezza dell’accordo porta con sé potenziali incomprensioni, e da qui disaccordi e la possibilità che naufraghi l’intero processo, sul quale però l’amministrazione Trump e la leadership talebana sembrano aver investito molto, apertamente.

LCOSA PREVEDE L’ACCORDO TRA USA E TALEBANI

L’accordo tra Washington e i Talebani prevede quattro punti: un calendario per il ritiro delle truppe straniere; garanzie da parte degli studenti coranici che rinunceranno a ogni legame con al-Qaeda e che continueranno a combattere contro la branca locale dello Stato islamico, e poi l’inizio del dialogo intra-afghano, tra i Talebani e i rappresentanti afghani, a partire da un cessate il fuoco prolungato. I quattro punti sono temporalmente legati tra loro. Entro 135 giorni dalla firma dell’accordo, le truppe americane passeranno da 13.000 circa a 8.600. L’ulteriore riduzione è legata al soddisfacimento dei Talebani delle richieste sull’antiterrorismo volute da Washington e dall’esito dei colloqui intra-afghani. Secondo Barnett Rubin, gli Stati Uniti manterranno anche il diritto di modificare il calendario del ritiro, e verrà aperto un centro per lo scambio di informazioni con i Talebani sul contro-terrorismo. Un altro tassello è il rilascio di circa 5.000 prigionieri talebani dalle carceri governative afghane e quello di circa 1.000 detenuti afghani in quelle degli studenti coranici, subito dopo la firma dell’accordo.

Si tratta di un classico accordo “conditions-based”, lungo e complicato. Ancora più lungo e complicato sarà il cosiddetto dialogo intra-afghano. Per due ragioni principali. La prima è che i due attori – i Talebani e i rappresentanti delle istituzioni afghane – partono da un lungo periodo di conflitto, di sovranità antagonistiche, di alleanze internazionali diverse, di idee diverse sulla società, sulla politica e sullo stesso ordinamento politico-istituzionale. Trovare un accordo consensuale, e trovare un accordo che soddisfi anche le esigenze della popolazione, che non riconosce come attori legittimi né gli uni né gli altri, non sarà facile. Sul fronte istituzionale, basterà ricordare che i voti totali alle presidenziali sono stati 1 milione e 823 mila, meno di un quinto dell’elettorato registrato nelle liste e appena il 18.8% dei 9,6 milioni circa registrati in quest’ultima tornata elettorale (su una popolazione di circa 35 milioni). I voti per Ghani rappresentano il 9.6% dell’elettorato registrato, ha ricordato Thomas Ruttig, mentre quelli per Abdullah il 7.5%.

L’altra ragione che rende complicata la via per la pace sta nella litigiosità e conflittualità della politica afghana, come dimostra ancora una volta la reazione all’annuncio dei risultati  delle presidenziali. La sovrapposizione tra la crisi politica e la nuova fase, così cruciale, del processo di pace può portare o a un’ulteriore radicalizzazione delle spaccature esistenti o, al contrario, alla loro ricomposizione, dentro un ordine più ampio. Come è stato sottolineato, i politici afghani potrebbero accorgersi che la via per tutelare efficacemente i propri interessi, così come quelli delle comunità che rappresentano, passano per l’inclusione nel team negoziale che dovrà incontrare i Talebani, prima ancora che nel proseguimento di una disputa elettorale che va avanti da cinque mesi. A dispetto delle incognite e degli ostacoli, la tregua di 7 giorni e l’eventuale firma del trattato di pace tra l’amministrazione Trump e i Talebani rimangono comunque l’unica via diplomatica praticamente percorribile per mettere fine al lungo conflitto afghano.

Articolo pubblicato su ispionline.it

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