Nonostante sia il vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance è stato stranamente assente dalla scena pubblica e mediatica dell’offensiva statunitense in Venezuela. L’assenza di un volto “dovish”, o comunque prudente sull’uso della forza, in un’azione militare di tale portata suggerisce qualcosa di più di una semplice scelta di sicurezza o di protocollo. Potrebbe indicare una frattura più profonda: una battaglia interna alla Casa Bianca sulle narrazioni strategiche e sulle priorità della politica estera americana
Il raid statunitense di inizio gennaio 2026 che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro è stato autorizzato da Donald Trump e coordinato da un gruppo ristretto di alti funzionari, tra cui Marco Rubio, Pete Hegseth, John Ratcliffe e Stephen Miller. Il vicepresidente J.D. Vance invece è stato assente sia dalla fase di pianificazione pubblicamente riconosciuta sia dall’annuncio ufficiale dell’attacco.
Una marginalizzazione che non è passata inosservata e che, in un momento cosi simbolico della nuova amministrazione, solleva interrogativi sulla sua traiettoria politica e sul vero centro di gravità della politica estera trumpiana. Chi decide, oggi, la linea bellica degli Stati Uniti?
LA SEDIA VUOTA DI VANCE
Una prima spiegazione della sedia vuota lasciata da Vance— sia al momento dell’annuncio che durante le celebrazioni a Mar a Lago — potrebbe essere di natura ideologica.
Veterano dell’Iraq, il vicepresidente è uno dei critici più espliciti dell’interventismo americano nella seconda amministrazione Trump. Già in passato ha messo in discussione il ruolo degli Stati Uniti come “gendarme globale” e ha espresso cautela verso operazioni militari all’estero. In questo senso, restare ai margini di uno degli atti più significativi della nuova amministrazione potrebbe indebolire (o, per alcuni elettori, persino rafforzare) la sua posizione come possibile erede politico di Trump.
Ma l’assenza potrebbe anche riflettere qualcosa di più strutturale: una lotta intestina all’amministrazione, nella quale i falchi sembrano aver preso il sopravvento.
VANCE ROMPE IL SILENZIO SU X
Quando Vance ha rotto il silenzio, lo ha fatto su X. In un lungo post ha definito il Venezuela “una fonte di droga” e “un centro di profitto per tutti i cartelli latino-americani”, cercando di giustificare l’intervento come parte della lotta contro i traffici illegali — in primis cocaina e fentanyl — più che come un’operazione di potenza militare.
Ha inoltre ricordato che il Venezuela avrebbe espropriato beni energetici statunitensi, utilizzandone i proventi per attività illecite, suggerendo così l’esistenza di un interesse economico americano legittimo nell’azione.
Queste argomentazioni però non hanno avuto la stessa risonanza mediatica dell’apparizione di altri membri dell’amministrazione, contribuendo a rendere poco chiara la posizione pubblica del vicepresidente.
Come osserva il The New Yorker, la domanda posta da Vance suonava più difensiva che mobilitante: “Dovremmo permettere a un comunista di rubare le nostre risorse nel nostro emisfero e non fare nulla?”. Insomma, più che una dottrina strategica sembrava una giustificazione a posteriori.
UNA GUERRA PIANIFICATA MA SOTTO-TEORIZZATA
Il risultato è che l’atto di politica estera più rilevante dell’amministrazione appare, per usare le parole del The New Yorker, “impeccabilmente pianificato e disastrosamente sotto-teorizzato”.
Trump ha detto che gli Stati Uniti avrebbero “gestito” il Venezuela, oscillando tra retorica imperialista e dimostrazioni di forza. Rubio ha ridimensionato parlando di un ruolo limitato a un “quarantena” petrolifera. Stephen Miller ha evocato un mondo governato da “leggi di ferro”, in cui la forza e’ l’unico principio ordinatore.
In questo coro dissonante, l’assenza di Vance pesa quanto una voce mancante in una partitura già confusa. Non solo perché resta il comunicatore più efficace del trumpismo istituzionale, ma perché è anche il suo possibile successore. Restare fuori dall’inquadratura, mentre i falchi avanzano e l’opinione pubblica resta scettica sull’uso della forza, può essere prudenza politica. Ma può anche sembrare il segnale che, sul Venezuela, piu’ di qualcuno non fosse convinto di firmare.


