Da dove nasce la crisi della stampa mainstream

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Da dove nasce la crisi della stampa mainstream

Da dove nasce la crisi della stampa mainstream

L’analisi di Stefano Magni per Atlantico Quotidiano sulla crisi della stampa mainstream

Qualche riflessione sulla crisi dei media si impone. I dati sulle vendite dei grandi giornali ci mostrano un quadro impietoso. Se nel 2008 il Corriere della Sera vendeva circa 466mila copie, oggi ne vende poco più di 212mila. La Repubblica idem: da quasi 443mila alle attuali 166mila. E non si salva nessuno: né la destra, né la sinistra, né i quotidiani nazionali, né quelli locali. E nemmeno quelli sportivi. Quelli che vantano i risultati migliori hanno “solo” dimezzato le vendite.

GIORNALISMO, SETTORE IN TRASFORMAZIONE

Quel che si nota è altro: non solo i giornali sono meno letti, ma i giornalisti godono mediamente di molta meno stima rispetto al passato. Certamente la rivoluzione di Internet e la diffusione degli smartphone fanno tanto. Ma il cambiamento degli strumenti non ha mai comportato la fine di un settore, semmai la sua trasformazione. Si lavorerà sempre di più su Internet (che non è solo la patria delle bufale, ma ti dà anche dei gran bei strumenti di verifica della notizia in tempo reale), invece che su carta, radio, o tv. La presenza massiccia dei social network nelle nostre vite può dare l’illusione che si possa anche fare a meno dei giornalisti, ma alla fine chi lancia le notizie (anche sui social) sono sempre i giornalisti. Gli utenti non fanno che rilanciare, segnalare o dare spunti, come sempre è stato.

UNA CRISI CULTURALE

La crisi di credibilità va intesa invece come una crisi culturale. Diversi studi, in Francia e in Italia, lo dimostrano abbastanza limpidamente. In Francia, alcuni sondaggi condotti nel corso degli anni, rivelano che la stragrande maggioranza dei giornalisti si collochi a sinistra o all’estrema sinistra. La rivista Marianne, nel 2001, rilevava che: “I giornalisti sono, a stragrande maggioranza, di sinistra. La differenza con il resto della popolazione, qui, è massima: in totale, solo il 6 per cento dei giornalisti pensa di votare a destra, contro almeno il 50 per cento nella popolazione francese”. Nel 2013, dopo le elezioni presidenziali vinte da Hollande, un sondaggio online dell’Osservatorio sul Giornalismo, stavolta sulla percezione popolare sul giornalismo, rivelava che il grosso della popolazione considerasse i giornalisti come poco indipendenti (95 per cento), di sinistra (47 per cento) o molto a sinistra (37 per cento), lontani dalla realtà (89 per cento) e con un’indipendenza di vedute distorta dalla loro visione ideologica (60 per cento). E in Italia? È la stessa cosa. Nel 2016, il sito Lavoce.info aveva sovrapposto i risultati sulla distribuzione ideologica dei giornalisti italiani (raccolti durante la ricerca demoscopica The Worlds of Journalism Study del 2015) rispetto a quella complessiva degli italiani. Ebbene: la distribuzione ideologica dei giornalisti italiani appare marcatamente posizionata più a sinistra rispetto a quella degli italiani in generale.

COLPA DELLA DISTANZA IDEOLOGICA

La distanza ideologica fra chi scrive e chi legge crea indubbiamente un danno nel mercato dell’editoria. Ma non è solo quello. Il problema vero è che l’ideologia di sinistra è lontana dalla realtà ed è dunque considerata sempre meno credibile da chi legge articoli che ne sono influenzati. Prima di tutto è bene specificare cosa si intende per “ideologia di sinistra”. Oggi che non c’è più l’Urss e lo stalinismo è seppellito da un pezzo, per “sinistra” si intende quella liberal, di ispirazione anglosassone, nata attorno alla contestazione del ’68. Le principali convinzioni di questa ideologia sono: caduta delle frontiere nazionali, instaurazione di super-Stati sovranazionali, fine dei pregiudizi razziali e di genere, uguaglianza sostanziale di tutti gli uomini.

IL GIORNALISTA IDEOLOGICO

Questa vulgata ideologica crede di aver capito che la fine del colonialismo, l’abolizione del segregazionismo, la fine dell’apartheid sudafricano, siano le prove provate della bontà della sua teoria del progresso. Ha travisato completamente le guerre di sopravvivenza di Israele e quella del Vietnam, come se fossero reazioni del colonialismo ai movimenti di liberazione. Ha frainteso completamente la caduta del comunismo vedendo solo un suo aspetto simbolico (la caduta dei muri) e lo ha inteso solo come un movimento per l’apertura delle frontiere. Ha pianto per lo scoppio di tutte le tensioni nazionali rimaste sepolte sotto la coltre del totalitarismo rosso, dalla Croazia nel ’91 all’Ucraina nel 2014, ma non le sa spiegare. Non ha mai capito che certe culture, come quella islamica radicale, vogliono ammazzare gente su larga scala per motivi religiosi. Sostanzialmente non lo vuole capire, perché non crede in Dio e pensa che la religione sia solo una tradizione. Dopo la fine del razzismo vero (sepolto sotto le macerie dell’apartheid), il giornalista ideologico ha semplicemente utilizzato le stesse identiche categorie dell’antirazzismo per promuovere le cause gender e pro immigrazione, che sono tutt’altra cosa. Vede ogni moto di opposizione alla centralizzazione europea e all’internazionalismo delle agenzie Onu, come una manifestazione di razzismo e fascismo di ritorno. Crede che lo Stato (meglio ancora se mondiale) sia l’unico agente che possa tutelare l’ambiente e fermare il riscaldamento globale e sia giusto reprimere chi dissente. Quel che non va nella direzione del suo progresso, va censurato, bollato come “politicamente scorretto”.

Questa ideologia ha saputo screditare o soffocare sul nascere ogni voce dissenziente, così da non lasciare al pubblico nessuna vera alternativa. E così ecco il risultato: la gente preferisce non leggere. O buttarsi sugli stregoni del complottismo e della terra piatta. Da giornalisti “alternativi” abbiamo dunque una responsabilità doppia: saper leggere la realtà senza lenti ideologiche e ripristinare un minimo di fiducia nel popolo dei lettori.

 

Articolo pubblicato su Atlanticoquotidiano.it

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