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Irpef, chi avrà più soldi in tasca a fine mese con la revisione?

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Il ridisegno congiunto di aliquote/scaglioni e detrazioni di imposta consente di eliminare il picco di aliquota marginale, superiore al 60 per cento, che oggi si verifica in corrispondenza di redditi compresi tra 35.000 e 40.000 euro, a causa della rapida riduzione delle detrazioni da lavoro dipendente e del bonus Irpef in quel tratto della distribuzione. Il comparto del lavoro dipendente è quello che beneficia della riduzione di imposta media maggiore: circa 190 euro, contro i 178 euro dei pensionati (per i quali l’incidenza sul reddito risulta lievemente superiore, 1 per cento contro lo 0,9 per cento) e i 105 euro dei lavoratori autonomi. Il 20 per cento delle famiglie in condizione economica meno favorevole, che sono già sostanzialmente escluse dall’ambito di applicazione dell’Irpef a causa dell’elevato livello dei redditi minimi imponibili, non sono coinvolte dalla revisione 

L’emendamento presentato dal Governo al DDL di bilancio specifica le modalità di utilizzo degli 8 miliardi del Fondo per la riduzione della pressione fiscale. Insieme alla revisione dell’Irpef, che comporta un maggiore onere di 6,4 miliardi nel 2022 e circa 7 a regime, l’emendamento interviene anche sull’Irap escludendo a partire dal 2022 le persone fisiche dal prelievo. L’Ufficio parlamentare di bilancio, organo terzo e imparziale, ha fatto diverse simulazioni per comprendere quali fasce reddituali, tra dipendenti, pensionati e liberi professionisti, beneficeranno maggiormente di tale novella.

COSA CAMBIA NELLE ALIQUOTE

Le aliquote legali sono ridotte da cinque a quattro, mantenendo inalterati i livelli delle aliquote minima (23 per cento) e massima (43 per cento). Guardando ai nuovi scaglioni, viene ridotta di due punti l’aliquota relativa al secondo scaglione (da 27 a 25 per cento) e di tre punti quella del terzo scaglione, il cui limite superiore scende da 55.000 a 50.000 euro. L’ultimo scaglione, al quale è applicata l’aliquota massima, parte da 50.000 euro, comportando un incremento dell’aliquota applicabile sui redditi da 50.000 a 55.000 di cinque punti e su quelli tra 55.000 e 75.000 euro di due punti. Quindi, in sintesi, vengono ridotte le aliquote legali che si applicano tra i 15.000 e i 50.000 euro mentre vengono aumentate quelle tra i 50.000 e i 75.000 euro.

Il bonus Irpef di 1.200 euro, precedentemente applicato tra gli 8.150 e i 28.000 euro, rimane in vigore solo fino a 15.000 euro. A partire da questa soglia il bonus viene incorporato nella detrazione che, si riduce progressivamente a zero in corrispondenza di un livello di reddito pari a 50.000 euro. Il ridisegno del bonus e delle detrazioni per il lavoro dipendente comporta un effetto sull’imposta non monotono al crescere del reddito come risultante dal confronto tra l’andamento rettilineo del nuovo assetto e l’andamento più irregolare dell’assetto vigente.

Per tutti e tre i regimi di detrazione è prevista un’alterazione del profilo dovuta a specifiche maggiorazioni di importo limitato (65 euro per i dipendenti e 50 euro per autonomi e pensionati) dettate dall’esigenza di evitare in corrispondenza di determinati intervalli di reddito l’insorgere di incrementi di imposta, anche di lieve entità. I due effetti sopra esaminati, sulle aliquote/scaglioni e sulle detrazioni, si combinano per determinare l’effetto complessivo della revisione dell’Irpef sul prelievo, che è analizzato per le tre tipologie standard di contribuenti (lavoratori dipendenti, autonomi e pensionati) .

L’effetto aliquote/scaglioni (che produce sempre un aumento del reddito disponibile) prevale, in termini assoluti, sull’effetto delle detrazioni e dell’eventuale bonus (che produce una variazione del reddito disponibile talvolta positiva e talvolta negativa per i contribuenti tipo qui considerati), determinando un profilo dei benefici al variare del reddito imponibile (sempre positivo per i contribuenti tipo qui analizzati) simile per le tre tipologie di contribuenti, che raggiunge il livello più elevato tra i 40.000 e i 50.000 euro.

Tuttavia, la revisione delle detrazioni comporta per tutte le tipologie anche un risparmio di imposta in corrispondenza di redditi più bassi che, sebbene più contenuto in termini assoluti rispetto all’effetto aliquota, è comparabile a esso in termini di incidenza rispetto al reddito. La modifica delle detrazioni non comporta benefici per redditi inferiori agli attuali minimi imponibili. Tra le distorsioni del vigente sistema impositivo sul reddito delle persone fisiche, vi è certamente l’andamento irregolare delle aliquote effettive, marginali e medie, così come segnalato in diversi contributi prodotti nell’ambito dell’analisi conoscitiva promossa dalle Commissioni Finanze di Camera e Senato.

La revisione proposta nell’emendamento contribuisce significativamente all’attenuazione delle più evidenti irregolarità, che riguardano il comparto del lavoro dipendente. Il ridisegno congiunto di aliquote/scaglioni e detrazioni di imposta consente di eliminare il picco di aliquota marginale, superiore al 60 per cento, che oggi si verifica in corrispondenza di redditi compresi tra 35.000 e 40.000 euro, a causa della rapida riduzione delle detrazioni da lavoro dipendente e del bonus Irpef in quel tratto della distribuzione .

L’aliquota marginale diminuisce inoltre per i redditi fino a 15.000 euro, passando dal 27,5 al 23 per cento (viene meno il contributo della detrazione, che è mantenuta costante in questo intervallo). Per i contribuenti con reddito tra 15.000 e 28.000 euro l’aliquota marginale effettiva aumenta dal 31,5 al 34,2 per cento, per l’effetto combinato della riduzione dell’aliquota legale (-2 punti) e dell’incremento della componente derivante dalla diminuzione delle detrazioni (aumentata di 4,7 punti).

I lavoratori dipendenti con redditi superiori a 28.000 euro, circa un quarto del totale della categoria, hanno un’aliquota marginale non inferiore al 43 per cento . Rimangono due piccole irregolarità del profilo in corrispondenza della detrazione aggiuntiva di 65 euro disposta con la revisione in esame. Va ricordato che la revisione dell’Irpef proposta con l’emendamento al DDL di bilancio viene dopo una serie di modifiche a favore dei redditi da lavoro dipendente decise negli ultimi anni quali, in particolare, l’introduzione nel 2014 del bonus 80 euro a favore dei redditi da lavoro dipendente e, dal 2020, l’incremento del bonus a 100 euro e l’estensione del suo decalage mediante l’introduzione della cosiddetta “ulteriore detrazione”.

Il bonus 80 euro ha ridotto significativamente il prelievo per i contribuenti con redditi più bassi, producendo tuttavia forti irregolarità nell’andamento delle aliquote marginali e medie. Tali discontinuità sono state in parte attenuate dall’introduzione dell’“ulteriore detrazione” che ha beneficiato i contribuenti con livelli intermedi di reddito (tra 28.000 e 40.000 euro). L’intervento previsto dall’emendamento al DDL di bilancio si muove in continuità, favorendo soprattutto i redditi oltre i 40.000 euro e contribuendo a regolarizzare la curva del prelievo medio.

ALCUNE SIMULAZIONI IN BASE ALLA RIMODULAZIONE DELL’IRPEF

Secondo le stime condotte con il modello di microsimulazione il complesso degli interventi esaminati comporta a regime una riduzione del prelievo di circa 264 euro medi pro capite (circa l’uno per cento del reddito disponibile) per 27,8 milioni di contribuenti, pari a circa due terzi del totale. L’onere complessivo a regime, stimato in 7,3 miliardi, non si discosta in modo significativo rispetto alle valutazioni riportate nella Relazione tecnica (circa 7 miliardi).

La simulazione, condotta su una platea rappresentativa di contribuenti eterogenei, consente di evidenziare un incremento di imposta per circa 370.000 individui, in media pari a 188 euro pro capite, per un totale di 70 milioni complessivi. Questo fenomeno si verifica in generale per effetto del disallineamento tra reddito imponibile (su cui si determina l’imposta) e il reddito complessivo (su cui si calcolano le detrazioni): per esempio il secondo, ma non il primo include le locazioni sottoposte a cedolare secca .

In termini di onere complessivo, il ridisegno delle aliquote e degli scaglioni (che naturalmente, come detto, si applica a tutti i contribuenti) rappresenta l’intervento predominante, che assorbe circa il 79 per cento delle risorse distribuite (5,8 miliardi). Il restante 21 per cento (1,5 miliardi) è egualmente ripartito tra il ridisegno delle detrazioni per il lavoro dipendente e quello delle detrazioni per pensionati e autonomi. A fronte di una riduzione media di imposta per i soggetti avvantaggiati di 264 euro, per circa la metà di essi il beneficio è inferiore a 185 euro, mentre un contribuente su 8 (il 12,5 per cento) beneficia per più di 500 euro.

La riduzione di imposta in valore assoluto è maggiore nelle classi di reddito medio-alte, con un beneficio medio di circa 765 euro per i contribuenti con reddito imponibile tra i 42.000 e i 54.000 euro (tra i 3.500 e i 4.500 euro mensili), raggiungendo anche l’incidenza sul reddito più elevata rispetto alle altre classi. Tutti i contribuenti in questa classe beneficiano di una riduzione di imposta comunque maggiore di 500 euro. Ai contribuenti in questo intervallo di reddito, che rappresentano il 3,3 per cento del totale della platea, affluisce il 14,1 per cento delle risorse complessive (circa 1 miliardo). Per le classi di reddito più elevate il beneficio medio scende progressivamente fino a circa 270 euro di risparmio di imposta che si osserva nelle ultime due classi. Complessivamente le risorse destinate ai contribuenti delle due classi di reddito più elevate sono circa il 3 per cento delle risorse complessive (circa 220 milioni).

Nella classe di reddito tra 30.000 e 42.000 euro (tra 2.500 e 3.500 euro mensili) il risparmio medio è pari a 330 euro e oltre il 50 per cento dei contribuenti riceve un beneficio medio inferiore a 250 euro. L’incremento delle detrazioni per livelli di reddito bassi evidenziato in precedenza comporta un beneficio medio maggiore (229 euro) per i contribuenti tra i 12.000 e i 18.000 euro (tra 1.000 e 1.500 euro di reddito mensile) rispetto a quanto accade per le due classi di reddito immediatamente superiori (rispettivamente 204 e 155 euro). Nel complesso, a questi contribuenti (il 16 per cento del totale) affluisce circa il 20 per cento delle risorse complessive (circa 1,5 miliardi).

Per contribuenti con reddito inferiore ai 12.000 euro il beneficio medio si riduce sensibilmente per effetto dell’incapienza fiscale. Le prime due classi d reddito, dove si concentra circa il 36,9 per cento dei contribuenti, beneficiano di circa il 6,7 per cento delle risorse complessive (circa 500 milioni).

Il comparto del lavoro dipendente è quello che beneficia della riduzione di imposta media maggiore: circa 190 euro, contro i 178 euro dei pensionati (per i quali l’incidenza sul reddito risulta lievemente superiore, 1 per cento contro lo 0,9 per cento) e i 105 euro dei lavoratori autonomi. Nel complesso, circa il 55 per cento delle risorse complessive (4 miliardi) è destinato ai percettori con reddito prevalente da lavoro dipendente e oltre il 36 per cento (2,6 miliardi) ai percettori di reddito da pensione.

Soffermando l’attenzione sui lavoratori dipendenti, emerge una riduzione media di imposta più elevata per i dirigenti (circa 368 euro), seguita da quella degli impiegati (266 euro) e infine degli operai (162 euro). Per queste ultime due categorie si rileva la medesima incidenza della riduzione di imposta rispetto al reddito, pari a circa l’1 per cento. La quota maggiore delle risorse affluisce agli impiegati (il 51,8 per cento del totale delle risorse destinate ai lavoratori dipendenti, pari a circa 2 miliardi), mentre i dirigenti ottengono meno del 3 per cento del totale (a fronte di un peso in termini demografici di circa l’1,8 per cento).

Per una valutazione complessiva dell’impatto distributivo della misura è utile considerarne l’impatto assumendo come oggetto di analisi i singoli contribuenti non in isolamento, come fatto finora, ma inseriti nel loro nucleo familiare. In particolare, si analizza l’effetto della variazione dell’imposta per decili di reddito familiare equivalente, tenendo conto di tutte le risorse economiche a disposizione dei membri del nucleo, imponibili ed esenti, e delle economie di scala connesse con l’ampiezza della famiglia.

L’incremento del reddito disponibile è, in termini assoluti, crescente con la condizione economica del nucleo, con il 20 per cento delle famiglie più povere sostanzialmente escluse dai benefici per effetto dell’incapienza fiscale. Il 50 per cento dei nuclei in condizione economica meno favorevole beneficia di circa un quarto delle risorse complessive (circa 1,9 miliardi), mentre il 10 per cento più ricco beneficia di più di un quinto (1,6 miliardi). L’incidenza sul reddito della riduzione di imposta risulta sostanzialmente omogeneo lungo la distribuzione per decili (valori tra lo 0,8 e l’1,1 per cento), con l’esclusione dei primi due, in cui il beneficio in rapporto al reddito risulta inferiore allo 0,3 per cento.

Di fatto, il 20 per cento delle famiglie in condizione economica meno favorevole, che sono già sostanzialmente escluse dall’ambito di applicazione dell’Irpef a causa dell’elevato livello dei redditi minimi imponibili, non sono coinvolte dalla revisione dell’Irpef. Ciò implica, scrivono dall’Ufficio parlamentare di bilancio, che se le future politiche sociali vorranno ulteriormente sostenere i redditi delle famiglie più povere dovranno affidarsi a strumenti diversi dall’Irpef, quali trasferimenti monetari diretti o meccanismi di imposta negativa.

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