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Tassa sulle merendine? Cosa pensano favorevoli e contrari

tassa sulle merendine

Le tasse verdi proposte dal ministro Fioramonti non hanno riscosso tanto successo. In particolare la tassa sulle merendine sembra proprio non piacere a nessuno. Vediamo perché

In tempi di preparazione della manovra, si sa, si rincorrono le idee e le proposte su dove trovare qualche soldo per limitare i tagli. La coperta è corta e circa 35 miliardi da trovare non sono pochi. Forse anche per questo il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha definito una “strada praticabile” l’ipotesi di “tasse verdi” su merendine, bibite gassate e voli per finanziare le scuole di cui si è fatto promotore il neo ministro dell’Istruzione, in quota Movimento Cinque Stelle, Lorenzo Fioramonti. In verità, già nel 2016 Fioramonti aveva tirato fuori l’idea di una tassa di scopo quale deterrente per attività inquinanti e per un sistema di alimentazione sbagliato.

La levata di scudi però non si è fatta attendere ed è arrivata, tra gli altri, anche da parte del leader grillino Luigi Di Maio, spaventato che il M5S appaia come “il partito del fisco”: “Il nostro obiettivo è quello di abbassare le tasse, non di aumentarle. È totalmente sbagliato scatenare un dibattito ogni giorno per parlare di nuovi balzelli”.

Sul tema hanno fatto sentire la voce anche i due Matteo. In particolare, per quanto riguarda le merendine, il numero uno della Lega è stato chiaro: tasse ad hoc sono “demenziali”. “Alla salute dei bambini ci pensano la mamma e il papà e gli insegnanti” ha detto Salvini mentre Renzi – più in generale – ha spiegato: “Sì agli investimenti verdi ma che questo non si traduca in un aumento delle tasse. Sarebbe devastante”.

C’è poi chi è passato direttamente dalle parole ai fatti: la senatrice di Forza Italia Licia Ronzulli ha manifestato il su dissenso mangiando – in diretta su La7 – uno snack al cioccolato.

Una lunga coda del dibattito si è poi scatenata sui social, dove trionfano tra l’altro anche meme e battute satiriche sulla tassa sulle merendine.

TASSA SULLE MERENDINE? COSA NE PENSANO GLI OPERATORI DEL SETTORE

Tra le molte voci che si sono levate si registrano anche quelle di alcuni operatori del settore alimentare. In un’intervista al Corriere della sera Andrea Guerra, amministratore delegato di Eataly, è stato tranchant: si tratta di “un annuncio inutile che fa solo danni”. Per Guerra siamo di fronte a “un proclama che aumenta l’incertezza nella società e tra le imprese. Non sappiamo se si farà mai o finirà come la chiusura dei negozi di domenica o la tassa sui veicoli inquinanti: discussioni che durano qualche settimana e poi svaniscono”. Per l’ad di Eataly Palazzo Chigi “dovrebbe dire piuttosto quali sono gli obiettivi, dove stiamo andando”.

Sulla finalità di creare un deterrente rispetto al consumo di cibi ipercalorici, Guerra non ha dubbi: “Credo di più a un lungo percorso culturale, bisogna spiegare perché lo zucchero fa male. Perciò bisogna fare educazione nelle scuole e poi si possono inserire disincentivi al consumo lungo il percorso ma è sbagliato partire con una tassa che incide soprattutto sulle famiglie meno abbienti”.

Sempre sul quotidiano di Via Solferino si registra pure l’intervento di Mattia Noberasco, quarta generazione in una famiglia di imprenditori che dal 1908 lavora la frutta e che nel 2001 ha scelto di specializzarsi nel settore “bio”. La tassa sulle merendine è una scelta corretta? “Avrei la convenienza a risponderle di sì – ha detto Noberasco – , ma in realtà le tasse non risolvono la questione principale che resta l’educazione alimentare. Noi siamo attivi nelle scuole primarie con un programma sotto forma di gioco promosso dal ministero”.

COME FUNZIONA IN ALTRI PAESI

Il Sole 24 Ore ricorda cosa accade in merito in altri Paesi, europei e non. In Finlandia, ad esempio, esiste un prelievo su alimenti o bevande che producono un numero eccessivo di calorie e in Norvegia: c’è la tassazione sui soft drink da oltre 20 anni. Rimanendo in Scandinavia, otto anni fa in Danimarca il governo ha introdotto un’imposta universale sugli alimenti con un contenuto di grassi saturi superiore al 2,3% e pure in Ungheria e in Francia sono state introdotte tasse “salutistiche”, rispettivamente dal 2011 e dal 2012. In particolare, Oltralpe – dove si chiama sugar tax – l’imposta ha prodotto il primo anno un calo delle vendite corrispondente a un taglio di 3 calorie al giorno ma già dall’anno successivo i consumi sono tornati ai livelli precedenti.

Anche in Sud America esistono tasse di questo genere. Nel 2014 in Cile l’aliquota sulle bevande zuccherate è stata portata dal 13% al 18% per i drink contenenti 6,25 g di zucchero e in Messico è stata introdotta una tassa del 10% sulle bevande, con e senza zucchero: all’inizio si è registrata una riduzione dei consumi seguita poi da un veloce ritorno, nel 2016, ai livelli pre tassa che sono stati superati nel 2018.

COSA NE PENSANO I CONSUMATORI

Prevale lo scetticismo pure tra le associazioni dei consumatori. “Non siamo pregiudizialmente contro la sugar tax, se accompagnata da messaggi educativi” ha chiarito l’Unione nazionale consumatori. “Se la finalità venisse comunicata adeguatamente, ad esempio sulle confezioni stesse dei prodotti, con un bollino che spiega le ragioni della stessa – ha proseguito in una nota il presidente, Massimiliano Dona -, allora potrebbe essere utile e servire di stimolo alle aziende per mettere in commercio prodotti più equilibrati e salutari. Altrimenti sarebbe solo una scusa per fare cassa”.

Arriva invece un “no a priori” dal Codacons secondo cui la sugar tax è una “tassa ipocrita”. Per il presidente Carlo Rienzi l’imposta in questione “non lancia alcun messaggio educativo”. “All’estero – ha aggiunto – tassazioni di questo tipo si sono rivelate un flop, non hanno migliorato lo stile alimentare dei cittadini e hanno creato danno all’economia, al punto da essere abbandonate da molti Paesi”.

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