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Dissesto idrogeologico: siamo sempre più a rischio, ma i fondi restano inutilizzati

Dissesto Idrogeologico

Cosa c’è scritto nella relazione della Corte dei Conti sulla spesa italiana per mitigare il rischio di dissesto idrodeologico

In Italia il rischio di dissesto idrogeologico è altissimo. Ma ce ne ricordiamo sempre dopo una tragedia. Questa volta quella che ha riguardato le Marche e che conta almeno 9 vittime e diversi dispersi. Per risolvere, o almeno mitigare, i rischi i soldi ci sono e ci sono stati, ma restano spesso inutilizzati.

Forse, grazie al Pnrr, si potrà far qualcosa.

Il rischio idrogeologico

Partiamo da un dato di fatto. In Italia oltre sette milioni di cittadini vivono in zone a rischio di frana e alluvione: 7.275 comuni (91 per cento del totale) sono a rischio frane e/o alluvioni ed il 16,6 per cento del territorio nazionale è classificato a maggiore pericolosità. Ben 1,28 milioni di abitanti sono a rischio frane e oltre 6 milioni di abitanti a rischio alluvioni.

Tutto dipende dal “delicato assetto geomorfologico del territorio nazionale, reso vulnerabile da uno sviluppo antropico disordinato e spesso speculativo, dalla scarsa manutenzione del territorio e dai fenomeni sempre più frequenti di piogge alluvionali dovute in larga misura ai cambiamenti climatici, ha esposto l’intero Paese a fenomeni franosi e alluvionali e quindi al dissesto idrogeologico. L’Italia, infatti, è il paese europeo maggiormente interessato da fenomeni franosi, con circa i 2/3 delle frane censite in Europa”.

Il programma ProteggItalia

A mitigare i rischi avrebbe dovuto pensarci il programma ProteggItalia, che aveva messo a disposizione, dal 2019 al 2030, oltre 14,3 miliardi di euro. Di questi circa 9 erano disponibili nel primo triennio. L’obiettivo era mettere in sicurezza oltre 7.000 Comuni.

Soldi inutilizzati

Ma di quei soldi ne sono stati utilizzati pochi. Troppo pochi, le conclusioni dell’indagine della Corte dei conti sugli “Interventi delle amministrazioni dello stato per la mitigazione del rischio idrogeologico” curata da Rossana Rummo e pubblicata ad ottobre 2021.

Il Piano, infatti, “condividendo la necessità di programmare unitariamente nel breve e medio periodo le risorse nazionali e comunitarie e coordinare in un quadro nazionale le misure per contrastare il dissesto idrogeologico, il Piano non ha unificato i criteri e le procedure di spesa; non ha risolto il problema dell’unicità del monitoraggio, né individuato strumenti di pianificazione territoriali efficaci, in grado di attuare una politica di prevenzione e manutenzione. Permane la lentezza nell’adozione sia dei processi decisionali che di quelli attuativi, spesso condizionati da lunghi processi concertativi nazionali e locali”, denuncia la Corte dei Conti.

La svolta con il PNRR?

Forse la svolta potrebbe arrivare con il Piano Nazionale di ripresa e resilienza. “La riforma prevista nel PNRR, connessa alle misure di semplificazione e accelerazione degli interventi di contrasto al rischio idrogeologico, prevede il superamento delle criticità di natura procedurale, legate alla debolezza e all’assenza di un efficace sistema di governance nelle azioni di contrasto al dissesto idrogeologico”, si legge nel report della Corte dei Conti.

Il Piano stanzia 15 miliardi per la tutela del territorio e della risorsa idrica, riservando circa 2,5 miliardi di euro agli interventi sul dissesto idrogeologico e di questi 1,287 miliardi sono di competenza del MiTe per progetti in essere finanziati da risorse già esistenti nel bilancio e 1,200 miliardi della Protezione civile, con risorse aggiuntive pari a 800 milioni. Non ci resta che attendere.

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