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Ecco cosa c’è dietro la mossa di Renzi con italia Viva

Il commento di Franco Carinci per Atlantico Quotidiano sulle motivazioni dietro la scissione di Matteo Renzi dal Pd

Non è corretto, allo stesso tempo, applaudire la costituzione del governo giallo-rosso e lamentare la scissione di Matteo Renzi, perché l’una e l’altra cosa insieme stanno. Se il fiorentino non avesse evocato drammaticamente l’alternativa rappresentata dai 5Stelle, difficilmente questa si sarebbe realizzata; e senza, a Camere sciolte, non avrebbe potuto realizzare la chiamata fuori di una quarantina di suoi parlamentari. Certo non tutti quelli che aveva a suo tempo scelto, fra cui non pochi renziani di ferro decisi a rimanere nel Pd, ma abbastanza per condizionare la sopravvivenza del Governo al Senato. Dirò di più, di certo Zingaretti, ma non solo lui nel vertice pidiessino, sapeva benissimo come sarebbe andata a finire, ma è stato posto sotto assedio dal timore paralizzante di un trionfo elettorale della Lega del tutto egemone in un centrodestra parzialmente o totalmente ricostituito, con il superamento del fatidico 40 per cento di cui alle legge elettorale vigente.

Se si volesse guardare indietro ne uscirebbe una precisa conferma del totale fallimento di quella fusione a freddo fra componente di formazione ex-comunista e rispettivamente democristiana promossa sotto la copertura dell’Ulivo, tant’è che della vicenda attuale sono stati co-protagonisti due figli della seconda, Franceschini e Renzi. Ma questa è storia vecchia che ritorna fino ad alimentare il sospetto che fra i due ci sia stata una qual sorta di convergenza tattica suggerita dalla lezione dell’esperienza, per cui il Pd da solo può solo rivendicare a parole una vocazione maggioritaria, ma a fatti necessita di una formazione che lo copra al centro. Nessuno nel Pd può illudersi che i 5 stelle possano rivestire questa parte, data la loro natura tendenzialmente destabilizzante, che se può essere apparentemente superata in una formula di governo, non lo è sostanzialmente nella piattaforma rivendicativa.

LE MOTIVAZIONI DI RENZI

Ora, mentre l’enigma del perché Salvini abbia rotto sembra essere non dico risolto, ma superato dal rapido recupero del consenso, che suona a conferma quanto lui stesso sostiene, di una manovra aggirante confezionata a priori; l’enigma del perché Renzi sia uscito resta aperto sul tavolo. Di sicuro non fa testo quanto da lui stesso ha dichiarato, di essere un fedele sostenitore del Governo in carica, perché l’uomo è ormai segnato nel suo tatticismo spregiudicato dalla famosa battuta “Enrico stai sereno”. Ma non fa testo, perché se così fosse non avrebbe senso alcuno quanto ha fatto, accompagnando la scissione parlamentare con la formazione del nuovo partito, Italia Viva, che, peraltro, suona come una condanna dell’Italia morta attuale. Di sicuro ha bisogno di tempo, quindi nessuna mossa traumatica a breve, ma ciò non significa una cambiale in bianco per l’intera durata della legislatura; ma neppure la promessa di una navigazione tranquilla. Come è stato rilevato, lui e il suo partito hanno bisogno di crearsi una identità, che non può certamente essere rivendicata il giorno precedente le elezioni, quindi se la deve guadagnare non solo prima, ma anche in maniera continuativa, cioè non volta per volta, ma in coerenza ad un progetto che abbia presa su un potenziale elettorato. Questo non viene identificato con un elettorato moderato, ma con uno traversale, lo stesso che gli diede il 40 per cento alle precedenti elezioni europee; un elettorato dopotutto desideroso di un uomo forte, capace di coglierne il bisogno di sicurezza e stabilità, che di per sé è del tutto compatibile con il modello di democrazia occidentale. Insomma, un anti-Salvini, che porti via questo ruolo a Conte, inchiodato alla croce di un Governo sottoposto giorno per giorno all’usura delle cose fatte, certo non attenuata ma esaltata dal passaggio sostanziale da un accordo a due ad uno a tre, tutti preoccupati di marcare la propria differenza.

Da qui la facile aspettativa che Renzi vorrà occupare quanto più spazio del palcoscenico così recuperato, anzitutto con interminabili monologhi destinati a mantener alta l’attenzione dei mass media; ma poi, perché la telenovela di per sé finirebbe per stancare, con prese di distanza su qualche questione dotata di grande appeal popolare, tanto per dire la politica dell’ordine pubblico o la riduzione contributiva e fiscale.

IL BANCO DI PROVA DELLE REGIONALI IN UMBRIA ED EMILIA ROMAGNA

Non esiste, però, solo il fronte esterno. Si è parlato non poco del fatto che alcuni renziani doc siano rimasti nel Pd, sospettando da qualcuno trattarsi di una longa manus di Renzi, una qual sorta di suoi agenti sotto copertura. Di sicuro c’è qualcosa che ci riserva l’immediato futuro, se, cioè, il centrodestra vincesse sia in Umbria sia in Emilia-Romagna, si porrebbe un problema ammortizzabile per il governo, rinsaldato nella sua giustificazione di ultimo baluardo per la democrazia, che la difende a denti stretti contro lo stesso elettorato; ma non per il Pd, con esposizione dello stesso segretario. Per inciso va detto che il patto civico proposto da Di Maio, con la foglia di fico di una lista capitanata da un personaggio della società civile, ma guardato a vista dai gruppi consiliari dei 5Stelle e del Pd, con ovvia ricaduta sia pur coperta sulla composizione di una giunta apartitica, diminuisce il rischio di perdere, ma solo con riguardo alle regioni in cui è fattibile, l’Umbria ma non l’Emilia; ma se realizzato a vuoto, cioè senza un successo elettorale a seguire, enfatizza la presenza di un’altra maggioranza, tenuta a mollo quanto si vuole, ma pur sempre vincente con invidiabile costanza.

Ora se si apre una crisi al vertice anche solo limitata al Pd, ecco che si inizierebbe una nuova partita in cui la truppa renziana rimasta e quella uscita potrebbero giocare in maniera significativa. Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare.

 

Articolo pubblicato su Atlanticoquotidiano.it

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