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Fiat a secco di semiconduttori chiude lo stabilimento di Melfi

Fiat Semiconduttori Melfi

Non arrivano più semiconduttori dall’Asia e Fiat deve chiudere Melfi. Settimila in cassa integrazione. Il giornalista di ANSA Giovanni Innamorati: «Nel dibattito pubblico italiano questo tema è del tutto assente, benché L’Italia sia la seconda manifattura europea. Da un anno ci siamo scorzati il petto sull’orario di apertura di bar e ristoranti»

Resterà chiuso per l’intera settimana lo stabilimento Stellantis di Melfi, in provincia di Potenza, adibito alla produzione dei modelli Fiat 500X, Jeep Renegade e Jeep Compass. Sono così finiti nuovamente in cassa integrazione gli oltre 7.000 lavoratori. Una storia, quella delle fabbriche Fiat che procedono a singhiozzo, apparentemente sentita fin troppo spesso in passato, ma questa volta c’è una novità non di poco conto: la chiusura non è dovuta al fatto che si vendano poche Fiat (non solo, visto che comunque la pandemia ha provocato notevoli cali di mercato), ma perché non riusciamo più a importare semiconduttori e così Melfi ne fa le spese, in attesa che la componentistica arrivi nuovamente in Italia.

La denuncia arriva dai sindacati: «Stellantis ha annunciato una nuova chiusura totale di tutto lo stabilimento dal 3 al 10 maggio compreso. Tale ulteriore periodo di sospensione delle attività è legata alle conseguenze di mercato derivate dall’emergenza Covid-19 e dalla mancanza di componenti essenziali alla produzione – semiconduttori», ha detto al Sole 24 Ore il segretario regionale della Uilm lucana, Marco Lomio.

Spiega bene cosa stia accadendo, in un intervento sulla propria pagina Facebook il giornalista di ANSA Giovanni Innamorati: «Si tratta del più grande stabilimento manifatturiero a Sud di Napoli con migliaia di operai. Perché si ferma? Perché non arrivano i semiconduttori necessari per la componentistica elettronica, ormai centrali nelle auto. Ma perché non arrivano i chip? Semplice, dallo scoppio della pandemia, oltre un anno fa, la domanda di chip è cresciuta in modo esponenziale, vista la richiesta mondiale dei produttori di computer e dispositivi elettronici per il lavoro e l’insegnamento a distanza. I produttori di chip sono tutti in Asia, concentrati tra Cina, Corea del Sud e Taiwan, e non riescono a soddisfare la domanda globale di tutti i settori.»

Il giornalista sottolinea poi come «nel dibattito pubblico italiano questo tema è del tutto assente, benché L’Italia sia la seconda manifattura europea ed una delle prima sette al Mondo, con i semiconduttori che servono non solo all’industria automobilistica. Da un anno il problema attanaglia la nostra manifattura, ma noi ci siamo scorzati il petto sull’orario di apertura di bar e ristoranti».

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