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Lavoro, a che punto sono le proposte sul salario minimo (5 Stelle e Pd)

salario minimo
Torna il dibattito sul salario minimo orario mentre in Parlamento ora sono due le proposte di legge a riguardo. Dopo quella del Movimento Cinque Stelle arriva quella del Pd che piace ai sindacati, timorosi di un depotenziamento dei contratti collettivi

Con la festa del primo maggio è tornato d’attualità il dibattito sul salario minimo orario, elemento tanto caro al Movimento Cinque Stelle che vorrebbe metterci il cappello in vista delle elezioni europee. Sta infatti per finire l’iter in commissione Lavoro al Senato la proposta di legge grillina cui i sindacati confederali, e anche le parti datoriali in primis Confindustria, si oppongono. A spiazzare i Cinquestelle – e a strizzare l’occhio alle sigle sindacali – ci ha pensato ora il Pd con un disegno di legge, nella stessa commissione, sul medesimo tema ma con approccio diverso. Intanto ieri botta e risposta sull’introduzione del salario minimo fra il vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio e la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

COSA HA DETTO DI MAIO E COSA HA RISPOSTO MELONI

Ai microfoni di Rtl 102.5 Luigi Di Maio si è augurato che quello di ieri sia stato l’ultimo primo maggio in Italia senza salario minimo “perché chi lavora deve avere una paga oraria che gli consenta di arrivare a fine mese. Sennò non è lavoro, è essere sfruttati”. Il ministro dello Sviluppo economico, sempre in tema di occupazione, ha anche espresso l’auspicio che si abbassi il livello di burocrazia oggi esistente: “Se vogliamo festeggiare i lavoratori – ha detto -, bisogna lasciarli in pace e farli lavorare, invece ora c’è un livello di burocrazia per imprenditori e lavoratori altissimo”.
Alle parole di Di Maio ha risposto la numero uno di FdI, Giorgia Meloni: “Se il governo vuole essere credibile – ha spiegato – cominci con adeguare i salari delle forze dell’ordine, degli insegnanti, dei troppi dipendenti pubblici sottopagati. Visto che è lo Stato il datore di lavoro di queste persone – ha proseguito -, cominci lui a dare il buon esempio e poi si potrà parlare di salario minimo per tutti. I lavoratori hanno bisogno di meno demagogia e più azioni concrete”.

LA PROPOSTA DEL M5S

Al Senato è in discussione in commissione Lavoro la proposta di legge di Nunzia Catalfo (M5S) per portare la retribuzione oraria minima a 9 euro lordi per tutti i contratti di lavoro subordinato e parasubordinato. La legge si applicherebbe sull’intero territorio nazionale e a tutte le attività che non sono regolamentate da contrati collettivi nazionali. Secondo i conti fatti dall’Istat e presentati in audizione in commissione Lavoro a Palazzo Madama, l’incremento riguarderebbe il 21% dei lavoratori totali, apprendisti esclusi, per un aumento medio pro capite di 1.073 euro e un monte salari stimato in circa 3,2 miliardi. Il 6 maggio scade il termine per la presentazione degli emendamenti.

PERCHÉ I SINDACATI SONO CONTRARI

La pdl grillina ha trovato fin da subito l’avversione dei sindacati che con l’introduzione di un salario minimo orario temono un depotenziamento dei contratti collettivi che peraltro al momento coprono tra l’80% e il 90% dei lavoratori. Semmai, dicono, andrebbero estesi  a tutti i ccnl, strumento difeso sempre a spada tratta dai confederali, in modo da aggiungere per legge altri aspetti e tutele come le ferie e la malattia. Il rischio inoltre, sempre secondo i sindacati, è che fissare per legge una paga oraria spinga le imprese a non trattare più per i contratti collettivi. Possibile conseguenza: una compressione verso il basso degli stipendi.

LA PROPOSTA DEL PD

A scombussolare il tavolo un altro po’, come dicevamo, ci pensa ora il Pd che ha presentato sempre in commissione Lavoro al Senato un disegno di legge, prima firma Tommaso Nanncini, bocconiano ed ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio durante il governo Renzi, che cambia il punto di vista al tema. Non si parla di stabilire una cifra come salario minimo ma si prevede un meccanismo di base per cui assumono valore legale i minimi dei contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni sindacali e datoriali più rappresentative. In sostanza, viene delegata alle parti sociali la definizione del salario minimo e si mettono al centro i contratti collettivi che offrono tutele dal punto di vista della retribuzione ma anche dei diritti.

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