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Oltre i 70 anni dell’Italia nella Nato

Nato

L’impegno italiano nei confronti dell’Alleanza Atlantica è confermato dalla responsabilità che l’Esercito Italiano ha assunto nel 2018 attraverso il comando della Nato Very High Readiness Task Force. L’analisi di Alessandra Giada Dibenedetto per il Cesi

Settanta anni fa, il 4 aprile 1949, dodici Stati1 firmavano il trattato di Washington dando così vita all’Alleanza Atlantica, un’organizzazione di stampo militare allora finalizzata a prevenire e contenere le potenziali mire espansionistiche dell’Unione Sovietica verso l’Europa Orientale. Oggi la Nato ha allargato i propri confini sia geograficamente sia in termini di obiettivi e missione. Di fatto, l’Alleanza conta 29 Stati membri e si accinge ad accogliere la Repubblica della Macedonia del Nord come trentesimo Paese alleato.

SCOPI E OBIETTIVI DELL’ALLEANZA ATLANTICA

Lo scopo attuale dell’Alleanza è garantire libertà e sicurezza agli Stati membri, promuovere la pace e prevenire eventuali conflitti attraverso strumenti di tipo militare ma anche politico. Secondo il più recente Concetto Strategico approvato nel 2010, i compiti principali che spettano alla Nato sono: la difesa collettiva, la gestione di eventuali crisi e la sicurezza cooperativa. La difesa collettiva rappresenta sicuramente l’animo della Nato stessa; come definito dall’articolo 5 del Patto Atlantico, infatti, un attacco ad uno Stato membro viene considerato come un’aggressione nei confronti dell’intera Alleanza.

L’ART. 5 DEL PATTO ATLANTICO

Nella storia della Nato, l’articolo 5 è stato invocato per la prima e unica volta a seguito degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 che colpirono gli Stati Uniti. In risposta alla richiesta di Washington, la Nato aveva lanciato l’operazione Eagle Assist, che prevedeva il dispiegamento di sette aeromobili Nato AWACS sui cieli statunitensi per missioni di pattugliamento, e Active Endeavour, missione incaricata di monitorare i transiti nel Mar Mediterraneo per eventualmente individuare e scoraggiare le attività terroristiche nonché prevenire il possibile traffico di armi di distruzione di massa. Col passare degli anni e il conseguente cambiamento dell’assetto securitario transatlantico e delle minacce che potrebbero intaccare la sicurezza dei Paesi Nato, l’Alleanza ha avviato un processo di cambio di veste che la vede adattarsi agli scenari presenti e futuri. In particolare, i Summit che si sono susseguiti dal 2014 in poi, sono stati caratterizzati da un ripensamento delle priorità e della postura dell’Alleanza Atlantica.

DOPO ANNESSIONE DELLA CRIMEA FOCUS SUL FRONTE EST

Di fatto, l’annessione della Crimea da parte della Russia ha portato la Nato a focalizzare la sua attenzione sul fronte est e lanciare nuove operazioni volte a proteggere i Paesi alleati situati più ad Oriente. Solo nel 2016, durante il Summit di Varsavia, i Capi di Stato e di Governo hanno adottato un approccio definito a 360° e che guarda a tutti i possibili fronti di instabilità: dal confine orientale a quello meridionale passando per l’area del Mar Nero. Ad accompagnare tale nuovo approccio è la volontà di proiettare stabilità verso il fronte sud e affrontare le sfide che provengono dal bacino del Mar Mediterraneo attraverso principalmente missioni di addestramento come quelle approvate durante l’ultimo Summit di Bruxelles dello scorso luglio a favore degli ufficiali iracheni, giordani e tunisini. La Nato, quindi, raggiunge il traguardo dei suoi 70 anni con un bagaglio carico di successi in termini di espansione, missioni e cambiamenti dettati dal desiderio di modellare un’Alleanza per il ventunesimo secolo.

DUE NUOVI COMANDI E NUOVE INIZIATIVE

Non a caso, di recente sono state apportate delle modifiche alla struttura stessa della Nato con la creazione di due nuovi comandi (uno in Germania per il supporto logistico e la mobilità militare e uno in Virginia per portare avanti il pieno spettro delle sue attività nel Nord dell’Atlantico) e l’approvazione di nuove iniziative come la Readiness Initiative che prevede la prontezza operativa in 30 giorni di 30 battaglioni meccanizzati, 30 gruppi di volo e 30 navi da guerra entro il 2020 per fronteggiare potenziali crisi. Se l’Alleanza Atlantica ha contribuito negli anni a garantire la pace in particolare nel continente europeo e ha rimodellato la propria struttura al fine di adattarsi ai teatri di crisi emergenti, attualmente sono non poche le sfide ancora aperte che l’organizzazione deve affrontare. Trattasi, però, non solo di sfide alla sicurezza che coinvolgono più o meno direttamente gli Stati membri, ma soprattutto di difficoltà interne che l’Alleanza sta provando a superare con non poca fatica. Anzitutto, il dibattito circa il raggiungimento della soglia del 2% del PIL da dedicare alla spesa per la Difesa è ancora molto acceso. Tale percentuale era stata decisa durante il Summit in Galles del 2014 e dovrà essere raggiunta entro il 2024; tuttavia la maggior parte dei Paesi sembra ancora decisamente lontana dal traguardo.

LA POSTURA DEI PAESI MEMBRI IN SENO ALLA NATO

I cambiamenti che l’Alleanza Atlantica ha vissuto nei suoi 70 anni di vita riflettono anche e soprattutto gli sviluppi interni ai governi dei propri Stati membri e la relativa postura di ogni Paese nei confronti della Nato. L’Italia, che figura tra i fondatori dell’Alleanza, ha sempre supportato la stessa sia attraverso il dispiegamento di contingenti nelle operazioni che si sono susseguite negli anni sia in termini di sostegno politico e logistico. Di fatto, il territorio italiano ospita un numero importante di infrastrutture e basi alleate. Per citarne alcune, a Napoli si trova un comando militare Nato, il Joint Force Command, mentre a Vicenza è locato il Nato SP COE, il centro di eccellenza dell’Alleanza che si occupa di addestramento e del processo di trasformazione della Nato nel settore strategico della Polizia di Stabilità. Inoltre, presso la Scuola di Fanteria di Cesano è stato recentemente inaugurato il Nato SFA COE, centro finalizzato a migliorare l’efficacia dell’Alleanza nel promuovere la stabilità e il processo di ricostruzione negli scenari di conflitto e post-conflitto. Solbiate Olona, invece, è la sede del Nato Rapid Deployable Corps, il Comando multinazionale che mette a disposizione il proprio personale per interventi in aree di crisi. Infine, vengono utilizzate per operazioni Nato le basi aeree di Aviano e di Sigonella, quest’ultima sta per diventare un hub dell’Alleanza per la ricognizione strategica in quanto ospiterà cinque droni RQ-4B Global Hawk Block 40 e servirà anche da centro di utilizzo, analisi e distribuzione di immagini e informazioni.

IL SUPPORTO DI ROMA

Altrettanto rilevante è il supporto che Roma ha, negli anni, sempre garantito alle operazioni condotte sotto l’egida della Nato e che si sono, a volte, tradotte anche nell’assunzione del comando. Nel 1995, ad esempio, l’Aeronautica Militare partecipò alla campagna militare aerea contro le Forze della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina e molti degli aerei coinvolti nelle operazioni si alzavano in volo dalle basi italiane di Aviano e Istrana. Pochi anni dopo, nel 1999, l’Italia prese parte all’operazione Allied Force, la campagna aerea contro la Jugoslavia di Milošević. Durante la guerra in Kosovo l’impegno dell’Aeronautica Militare e della Marina Militare fu rilavante; inoltre ben 19 aeroporti italiani furono messi a disposizione come base logistica e operativa per la gran parte dei velivoli Nato coinvolti nella campagna aerea contro la presenza militare serba in Kosovo. Attualmente, l’Italia mantiene il suo impegno in Kosovo attraverso la partecipazione alla missione KFOR, responsabile di ristabilire la pace nell’area. È doveroso ricordare che un Generale dell’Esercito Italiano è a comando delle Forze dispiegate nel Paese.

IL CONTRIBUTO ITALIANO ALLE OPERAZIONI NATO

Inoltre, oggigiorno, l’Italia contribuisce a numerose operazioni Nato, tra cui Active Fence in Turchia, dove assicura sicurezza alla popolazione locale contro la minaccia di eventuali lanci di missioni dalla Siria attraverso il dispiegamento di una batteria ASTER SAMP/T. Inoltre, circa 850 militari italiani sono presenti in Afghanistan, sia a Kabul presso il Comando della missione Nato Resolute Support sia ad Herat nel contesto del Train Advise Assist Command West che si occupa di attività di addestramento e che opera sotto la guida dell’Italia. Per citare un ultimo esempio, in Lettonia 160 militari italiani sono schierati nel battaglione internazionale coinvolto in Baltic Guardian, la missione volta a rafforzare il quadro securitario dei Paesi baltici e il potere deterrente dell’Alleanza sul fronte est. Infine, l’impegno italiano nei confronti dell’Alleanza Atlantica e delle nuove iniziative lanciate dalla stessa è confermato dalla responsabilità che l’Esercito Italiano ha assunto nel 2018 attraverso il comando della Nato Very High Readiness Task Force (VJTF). Quest’ultima è una forza multinazionale congiunta caratterizzata da un’elevata prontezza operativa, finalizzata a preservare l’integrità territoriale di Paesi dell’Alleanza e a condurre operazioni di sicurezza e sostegno alla pace. Nel dettaglio, lo scorso anno la 132° Brigata Corazzata Ariete ha guidato la brigata multinazionale e il Comandante del Nato Rapid Deployable Corps Italia ha detenuto il comando e controllo della componente terrestre della VJTF.

Di fatto, data la posizione geografica della penisola italiana nel cuore del Mediterraneo, il nostro Paese non può che presentarsi a Bruxelles quale principale interlocutore alleato per comprendere e affrontare le possibili sfide provenienti dal bacino e che possono intaccare la stabilità di numerosi Stati Nato.

AVVICINARSI ALLA SOGLIA DEL 2% DEL PIL PER BUDGET DIFESA

Tuttavia, per raggiungere appieno tale obiettivo, l’Italia non può permettersi di perdere né credibilità né potere decisionale all’interno dell’Alleanza; conseguentemente si rende necessario avvicinarsi il prima possibile alla soglia del 2% del PIL da dedicare alla Difesa. Come già sottolineato, tale argomento è fonte di acceso dibattito tra gli Stati membri e si rivelerà presto una carta vincente per ottenere maggior potere decisionale al tavolo atlantico. Se quindi, nel 2018 l’Italia dedicava alla spesa militare l’1,15% del PIL, maggiori investimenti per la Difesa saranno indispensabili nel prossimo futuro per raggiungere le percentuali più alte degli altri Paesi membri e dimostrare l’impegno italiano che già da anni si traduce considerevolmente in termini di personale e mezzi dispiegati per le operazioni dell’Alleanza. In conclusione, guardando oltre i 70 anni dell’Italia all’interno della Nato, al fine di contribuire alla sicurezza transatlantica e avere voce in capitolo per i futuri sviluppi interni all’Alleanza, l’Italia dovrebbe continuare a supportare le missioni alleate, mantenere il suo impegno e l’attenzione degli altri Stati membri verso il fronte sud e investire maggiormente nel settore Difesa. Infine, anche attraverso un’attiva partecipazione nel quadro della nascente Difesa europea, il nostro Paese potrà continuare a rappresentare un tassello fondamentale per le politiche e le strategie di Difesa e sicurezza europee e, quindi, confermare il ruolo italiano di garante di pace e stabilità oltre i confini nazionali e alleati.

 

Estratto di un’analisi del Cesi, qui per leggere il testo completo

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