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Ora anche Draghi vuole gli Eurobond

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Gli Eurobond da sempre dividono l’Unione europea, spaccata tra Nord e Sud, tra chi li vuole e chi no. Adesso anche Draghi è tra i sostenitori: “Serve una politica fiscale che ci porti fuori dalla crisi”, ha detto ieri al Consiglio europeo

I titoli di Stato europei, meglio noti come Eurobond, sono tornati sul tavolo dell’ultimo Consiglio Ue e a lanciare la sfida è stato il presidente del Consiglio Mario Draghi. L’ex presidente della Bce ha evidenziato la necessità di intraprendere un percorso che porti a un debito pubblico comunitario per resistere a possibili nuove crisi economiche.

GLI SCHIERAMENTI

Draghi, in quanto convinto europeista, non poteva non sostenere questa battaglia di vecchia data. Li voleva già da tempo Giulio Tremonti (ministro delle Finanze nel governo Berlusconi I e ministro dell’Economia e delle Finanze nei governi Berlusconi II, III e IV) e più recentemente l’ex premier Giuseppe Conte. La pensano come lui Francia e Spagna, ma non la Germania e i cosiddetti “Paesi frugali”: Austria, Danimarca, Paesi Bassi, Svezia – noti anche per essersi opposti al Recovery Fund.

In realtà, nella sostanza, è stato già trovato un compromesso sul Recovery Fund, con l’emissione di Recovery bond, o “Ursula bond”, che sono sì obbligazioni comuni con garanzia Ue, ma che prevedono la condivisione del rischio solo per il futuro. Si tratta di una soluzione differente rispetto agli Eurobond che permetterebbero, invece, una vera e propria mutualizzazione del debito passato, presente e futuro.

DRAGHI L’EUROPEISTA CHE GUARDA AGLI USA

Durante il vertice europeo, Draghi ha ribadito l’importanza di creare un titolo comune europeo: “Lo so che la strada è lunga, ma dobbiamo cominciare a incamminarci. È un obiettivo di lungo periodo, ma è importante avere un impegno politico”.

Il premier ha fatto l’esempio degli Stati Uniti perché l’Ue dovrebbe guardare verso l’Atlantico anche su questo tema: “Negli Usa hanno un’unione dei mercati dei capitali, un’unione bancaria completa, e un safe asset”, che garantiscono un ruolo di importanza internazionale al dollaro.

DA EUROBOND A CORONABOND

Gli Eurobond, a un certo punto, circa un anno fa, sono diventati – almeno sui giornali – i Coronabond, proprio perché visti da chi li sostiene come la soluzione per uscire dalla crisi causata dalla pandemia. Chiedere l’introduzione di Eurobond significa quindi istituire un nuovo tipo di titolo di debito pubblico comune il cui rimborso sia garantito non da un singolo Stato – come funzione con i titoli di Stato – ma da tutti i Paesi dell’euro.

IL VANTAGGIO PER L’ITALIA

L’emissione di Eurobond garantita da Bruxelles sarebbe un grande vantaggio per l’Italia, perché in questo modo le obbligazioni comuni avrebbero dalle agenzie di rating internazionali una tripla AAA (valutazione che garantisce come sicuro l’investimento agli occhi dei creditori) – e questo proprio perché nell’Ue ci sono Stati come la Germania e altre economie virtuose, che godono di ottima reputazione nel mercato, al contrario del nostro Paese.

Draghi sa bene che l’importanza degli Eurobond è soprattutto politica, perché sarebbe nella sostanza un passo in avanti irreversibile verso l’unione fiscale (e politica) per i membri dell’Unione europea. Questo sembra, infatti, il momento storico decisivo per la Comunità europea per scegliere se approfondire l’integrazione oppure disintegrarsi.

Leggi anche: SURE, quanti sono i cassintegrati coi soldi dell’Ue?

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