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Papa Francesco in Marocco, prosegue il diario interreligioso

Dopo la visita negli Emirati Arabi Uniti, durante la quale il pontefice ha rilanciato insieme all’imam di al-Azhar il dialogo tra Islam e cristianesimo, papa Francesco si reca il 30 e il 31 marzo in Marocco. L’analisi di Pietro Mattonai per Affarinternazionali

Come la pietra di Sisifo, il dialogo interreligioso vive di successi e ricadute. Il personaggio della mitologia greca, punito da Zeus per aver sfidato gli dei, fu costretto per l’eternità a spingere un masso dai piedi alla cima di un monte. Raggiunta la vetta, ogni volta, il macigno rotolava nuovamente a valle. E così sembra il percorso di papa Francesco alla ricerca dell’unità del genere umano: dopo la visita negli Emirati Arabi Uniti, durante la quale il pontefice ha rilanciato insieme all’imam di al-Azhar il dialogo tra Islam e cristianesimo, Bergoglio si reca il 30 e il 31 marzo in Marocco. Un viaggio che arriva dopo la ricaduta del masso, ovvero la strage in Nuova Zelanda di 49 fedeli che, nel venerdì di preghiera, si trovavano in moschea.

Un attacco terroristico che non può non rappresentare un ulteriore ostacolo nel tortuoso percorso intrapreso da papa Francesco. In Marocco, su invito dei (pochi) vescovi e del re Mohammed VI, il pontefice compirà un’altra tappa fondamentale. Un viaggio storico, non fosse altro per gli anni trascorsi dall’ultima visita di un Papa in terra marocchina: ben 34, ovvero da quando papa Giovanni Paolo II riallacciò i rapporti con il sovrano dell’epoca, Hassan II, padre dell’attuale monarca.

L’ATTENZIONE PER MINORANZE E PERIFERIE

Storico sì, ma che, dalla prospettiva cristiana, può apparire irrilevante. Del resto, nel quadrante più occidentale del Maghreb, la popolazione cattolica si compone di poco meno di 30 mila individui. Sui più di 34 milioni di cittadini marocchini, i cristiani sono soltanto lo 0,08%. Una comunità quasi invisibile, che proprio per questo rientra a pieno titolo nella strategia pontificia adottata da Francesco. L’azione papale deve necessariamente concentrarsi laddove i cattolici costituiscono minoranze in difficoltà, represse e spesso imbavagliate. Una descrizione che calza a pennello anche ai cattolici cinesi, verso i quali la Santa Sede, dopo l’accordo con Pechino dello scorso settembre, si sta muovendo a grandi passi rispetto al passato.

Ma, come detto, l’invito in Marocco è partito da Rabat. Questo perché il viaggio di papa Francesco è funzionale non solo agli obiettivi dei sacri palazzi, ma anche a quelli dello stesso sovrano Mohammed VI. L’ultimo esponente della dinastia alawita – che regna sul Marocco dal 1666 – è convinto promotore del processo riformista portato avanti a colpi di liberalizzazioni in ambito economico, sociale e civile. Dalla nuova carta costituzionale del 2011 all’abolizione della pena di morte per il reato di apostasia, Mohammed VI ha contribuito a fare del Marocco – agli occhi delle cancellerie occidentali – un modello di riferimento per l’Africa settentrionale e l’Islam moderato. E per fare del regno un pivot di livello internazionale, una referenza dalla Santa Sede può garantire un ulteriore slancio.

INTEGRAZIONE DEI CATTOLICI NELLA SOCIETÀ ISLAMICA

In Marocco, papa Francesco cercherà di sfruttare l’onda lunga delle sue visite ad Abu Dhabi – più recente – e in Egitto, nella primavera del 2017. Al Cairo, il pontefice e l’imam di al-Azhar, la più importante università dell’Islam sunnita, individuarono nel concetto di “cittadinanza” l’elemento discriminante per una pacifica – e possibile – convivenza interreligiosa. Nel passaggio alla modernità che la Chiesa ha affrontato con il Concilio Vaticano II e che numerose personalità musulmane stanno incoraggiando negli ultimi anni, la cittadinanza assume valore centrale. Essa opera una traslazione da sistema confessionale a sistema costituzionale, dove i diritti dell’individuo hanno valore indipendentemente dall’appartenenza religiosa.

Non più una serie di ordinamenti più o meno paralleli in base alla fede del singolo, ma un concetto di cittadinanza basato esclusivamente sull’appartenenza a un determinato Stato. In questo senso, il Marocco può essere forza trainante di un processo innovativo volto alla piena inclusione delle minoranze religiose all’interno di un Paese a stragrande maggioranza musulmana. Anche perché la Costituzione del 2011 ha riconfermato il ruolo del sovrano come “principe dei credenti”. Il re, dunque, ha potere decisionale ultimo nel sistema dell’Islam statalizzato del Marocco, potendo agire direttamente negli affari religiosi. E di tale facoltà si è avvalso ampiamente Mohammed VI, intervenuto soprattutto nel processo formativo degli imam: questi, dal 2015, frequentano l’istituto Mohammed VI, dal quale un anno più tardi è scaturita la Dichiarazione di Marrakech sui diritti delle minoranze nelle comunità a maggioranza islamica. Istituto che, non casualmente, papa Francesco visiterà.

Un modello di apertura e dialogo interreligioso, dunque, che vuole realizzarsi innanzitutto a livello domestico. Papa Francesco, per questo, troverà nel suo interlocutore un attento ascoltatore: le riforme portate avanti in Marocco vanno nella direzione tracciata dalla diplomazia petrina verso il mondo islamico, esattamente come si è visto negli Emirati Arabi. Il regno alawita, in questo rinnovato dialogo, vuol rivestire un ruolo fondamentale.

IL RILANCIO DI MOHAMMED IV DAL MAGHREB ALL’AFRICA

Che la visita papale sia un’altra direttrice della politica multivettoriale di Rabat è cosa certa. La convergenza con Francesco e una possibile intesa con la Santa Sede conferirebbero al monarca un biglietto da visita mica male da poter spendere all’estero, dove Mohammed VI vuol rilanciare il suo regno.

Innanzitutto nel Maghreb, habitat naturale del Marocco. Da qui, il Paese vuol farsi promotore di quell’Islam moderato che il sovrano alawita cerca di diffondere come progetto futuribile ed esportabile. Anche su questo s’innesta la diatriba infinita con l’Algeria, che accusa il Marocco di voler imporre i propri imam – e, quindi, la propria interpretazione del credo – sulle diaspore musulmane in Europa, in particolare su quelle di Francia e Belgio. Rabat, in questo senso, vorrebbe sfruttare la crisi istituzionale e l’arroccamento del vicino orientale – sull’orlo di una crisi di nervi tra piazza e urne – per fare la voce grossa e conquistarsi il titolo di unico partner credibile per il dialogo.

Da risolvere, poi, la questione interna-esterna del Sahara occidentale, che pesa sulla posizione di Rabat all’interno dell’Unione africana (Ua). Dopo più di trent’anni di assenza, il Marocco è tornato ad essere membro a pieno titolo dell’organizzazione panafricana: dal 1984 al 2017, il regno è stato l’unico Paese del continente a non farne parte, in polemica con l’ammissione del Sahara occidentale. Da un paio d’anni le due realtà convivono, anche se da Rabat fanno sapere che l’indipendenza del popolo saharawi non sarà mai presa in considerazione. Anche su questo, Francesco e Mohammed VI avranno modo di confrontarsi. Del resto, la strada per assumere la leadership nel continente africano passa anche dalla risoluzione della contesa ai confini meridionali del Paese.

 

Articolo pubblicato su Affarinternazionali.it

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