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La ricetta per Venezia, il bluff del campo largo, lo spazio liberale: parla Boldrin (ORA!)

Il campo largo rischia di naufragare perché manca una base programmatica condivisa. Senza impegni chiari prima del voto la politica resta ostaggio delle lobby. L’intervista a Michele Boldrin, fondatore di ORA! e professore di economia alla Washington University in St.Louis

Il campo largo è un’alleanza elettorale vuota senza un programma condiviso su politica energetica, fiscale, politica estera. Promesse generiche e interventi non dichiarati paralizzano la politica e rafforzano le lobby, spiega Michele Boldrin, fondatore del partito ORA! intervistato da Policy Maker dopo l’annuncio che correrà da solo alle elezioni comunali di Venezia per la “rottura” con Carlo Calenda, leader di Azione. Boldrin non chiude la porta a possibili alleanze a livello nazionale con il mondo liberale, ma sottolinea l’importanza di condividere un’identità programmatica definita.

L’economista ha già in mente un piano di Governo: decentramento amministrativo, taglio drastico di bonus a pioggia e sussidi alle imprese, riduzione della pressione fiscale e riforma delle partecipate. In particolare, la scelta di sostituire Cingolani in Leonardo, secondo Boldrin, dimostra che la selezione dei vertici di queste aziende è spesso guidata da logiche politiche.

Come riportare i residenti e le imprese produttive (non turistiche) a Venezia?

La questione va impostata pragmaticamente: per attrarre imprese bisogna capire quali condizioni rendono Venezia una localizzazione razionalmente conveniente. Il primo fattore è il capitale umano. Le imprese ad alta produttività si localizzano dove trovano competenze adeguate; questo implica un ecosistema universitario e di ricerca più ampio e integrato di quello attuale. Venezia dispone di buone facoltà in Economia e Scienze ambientali, ma sono insufficienti a generare un cluster attrattivo. L’amministrazione dovrebbe quindi favorire l’insediamento di nuovi centri di formazione e ricerca, creando sinergie stabili tra università, istituzioni culturali e imprese. Il secondo elemento è la residenzialità. Senza offerta abitativa adeguata non esiste base demografica per attività produttive non turistiche. Oggi Venezia è espulsiva per i residenti; al contrario, aree come Mestre e la gronda lagunare dispongono di spazi sottoutilizzati che possono essere recuperati con interventi mirati. La politica urbana deve spostarsi da una logica di rendita turistica a una logica di popolamento stabile.

Il terzo pilastro è la gestione dei flussi turistici. L’attuale modello è quantitativo e produce congestione e bassa qualità. Una politica di prezzi più elevati per l’accesso alla città, significativamente superiori ai 5 euro attuali, anche 10 o 20 volte maggiori nei momenti di maggior congestione ,servirebbe a razionalizzare la domanda. Il punto non è solo “fare cassa” (il Comune ne ha comunque bisogno) ma modificare la composizione del turismo. Esistono margini per attività economiche profittevoli senza ricorrere a evasione o pratiche opportunistiche. C’è poi una dimensione strategica. Venezia ha un capitale reputazionale globale. Questo va utilizzato per attrarre investimenti esteri e funzioni produttive di fascia alta. Episodi recenti, come grandi eventi privati mal gestiti, mostrano che tale potenziale è oggi sottoutilizzato. Le faccio un esempio fra i tanti: l’Arsenale rappresenta un asset la cui rigenerazione in cooperazione con il Casinò può diventare un catalizzatore per attività ad alto valore aggiunto. Quando si parla di “modello Montecarlo” si genera spesso confusione. Il riferimento non è a un regime fiscale opaco, ma alla costruzione di un posizionamento di fascia alta: servizi, qualità urbana, selezione della domanda. Venezia può collocarsi in quella fascia senza snaturarsi.

Quali sono gli ostacoli?

Il principale ostacolo è istituzionale. La gestione dei grandi eventi e delle principali istituzioni culturali è fortemente centralizzata. L’esperienza della Fenice è indicativa: le decisioni rilevanti dipendono in larga misura da Roma. Questo limita l’autonomia strategica della città. Occorre chiedere autonomia ed autofinanziamento nella gestione delle grandi istituzioni culturali veneziane. Una linea alternativa consiste nel ridurre la dipendenza finanziaria dal centro, sviluppando capacità autonome di raccolta fondi, anche attraverso partnership con grandi istituzioni museali internazionali e sponsor privati. Venezia ha un brand sufficiente per competere su questo terreno.

A Venezia correrà da solo. Guardando al futuro, però, c’è un partito con cui potreste stringere una possibile alleanza per le elezioni politiche del 2027? Sarà possibile ricucire lo strappo con Calenda? Lo spazio liberale in Italia è frammentato tra Azione, Italia Viva e Più Europa. Cosa offre ORA! che questi partiti non sono stati in grado di offrire?

Le alleanze costruite ex ante per finalità elettorali tendono a essere incoerenti sul piano programmatico. La sequenza corretta è inversa: prima si definisce pubblicamente un’agenda condivisa, poi eventualmente si costruisce una coalizione di governo. A Venezia avevamo promosso un’aggregazione di forze centriste, ma è mancata da parte di altri la disponibilità ad assumere impegni vincolanti. Qualcosa di simile è successo ad Arezzo e ora a Prato Azione ha scelto di stare a sinistra. La scelta di collocarsi da un’altra parte è stata presa indipendentemente da un confronto sui contenuti locali. Questo ha reso impraticabile una collaborazione. A livello nazionale è difficile fare previsioni. Il problema strutturale è la frammentazione dell’area liberale. ORA! prova a costruire un’identità programmatica definita, non una mera sommatoria di sigle. La disponibilità al confronto pubblico sui temi rimane, ma su basi esplicite.

A proposito di alleanze, cosa ne pensa della proposta di campo largo? C’è la possibilità che aderiate? Può rappresentare davvero un’alternativa alla destra?

Il cosiddetto “campo largo” è un’aggregazione elettorale eterogenea, il cui obiettivo primario è massimizzare i seggi parlamentari. In assenza di coerenza programmatica, questo tipo di coalizione genera politiche incoerenti o paralisi decisionale. Inoltre, non è credibile governare con posizioni incompatibili su variabili chiave: politica energetica, fiscale, politica estera (in particolare sul conflitto in Ucraina). Senza convergenza su questi punti, l’alternanza si riduce a un fatto nominale.

A proposito di nomine, ho letto che ha criticato la scelta di sostituire l’ad di Leonardo Cingolani

La critica non è personale ma di metodo. In Italia la selezione dei vertici delle partecipate è spesso guidata da logiche politiche. Questo riduce l’efficienza allocativa. Quando un manager produce risultati verificabili, la sostituzione richiede motivazioni solide. Una riforma coerente implicherebbe due interventi: riduzione del perimetro pubblico tramite privatizzazioni mirate e introduzione di meccanismi di selezione competitiva e trasparente per le posizioni apicali rimanenti.

Lei critica spesso la tendenza italiana a incentivare e finanziare settori superati e improduttivi invece di lasciare che la “distruzione creatrice” faccia il suo corso. Se lei fosse al governo, qual è la prima industria o sussidio che taglierebbe domani mattina?

Non esiste una singola misura risolutiva; il problema è sistemico. Le priorità sono tre. Primo: eliminazione dei bonus generalizzati, che hanno effetti redistributivi regressivi e scarsa efficacia allocativa. Secondo: riduzione drastica dei sussidi alle imprese, sostituiti da una riduzione strutturale della pressione fiscale. Il trasferimento di risorse dai contribuenti a imprese selezionate introduce distorsioni e incentivi opportunistici. Terzo: riorganizzazione territoriale dell’amministrazione pubblica, con un ridimensionamento della concentrazione romana. A questo si aggiungono riforme su pensioni e ammortizzatori sociali: la cassa integrazione, in particolare, mantiene artificialmente in vita rapporti di lavoro non sostenibili, ritardando l’aggiustamento.

Parliamo dell’illusione delle riforme a costo zero. In Italia si parla sempre di “fare le riforme”, ma sembrano tutte mirate a non disturbare le corporazioni. Esiste una via politica per sconfiggere le lobby in un Paese demograficamente vecchio che vota per lo status quo?

Il vincolo politico è noto: gruppi organizzati con rendite concentrate hanno maggiore capacità di influenza rispetto a una massa diffusa di contribuenti. L’unico modo per superarlo è la trasparenza ex ante. Le riforme devono essere annunciate esplicitamente prima del voto, indicando costi e benefici.
La storia recente mostra il contrario: campagne elettorali costruite su promesse generiche, seguite da interventi non dichiarati o differiti nel tempo. Questo riduce la responsabilità politica e rafforza le lobby. Senza un impegno credibile e verificabile ex ante, le riforme restano nominali.

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