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Come la magistratura ha ridisegnato gli equilibri della Repubblica

L’uso politico della giustizia ha avuto un carattere eversivo. Per questo continua la lotta per la riforma: l’analisi di Fabrizio Cicchitto sul numero 10 di Civiltà Socialista,che pubblichiamo in estratto per gentile concessione dell’editore

Partiamo da lontano, addirittura dal 1944-1945. Badoglio, conoscendo le sue frequentazioni con i massimi dirigenti sovietici, inviò il segretario generale della Farnesina Renato Prunas a parlare con Vysinskij, prima terribile inquisitore e poi passato nelle alte sfere del ministero degli Esteri russo. Prunas, a nome di Badoglio, consegnò a Vysinskij un messaggio per Stalin: «Perché il Pci conduce contro il governo italiano un’opposizione frontale? Il governo italiano sarebbe lieto di inserire nel cuore del gioco politico un Pci ragionevole». L’idea piacque molto a Stalin che nel marzo del 1944 chiamò Ercoli, gli disse che sarebbe dovuto ridiventare Togliatti, tornare in Italia e appoggiare il governo Badoglio.

Da lì derivò la famosa «svolta di Salerno»: il Pci, scavalcando azionisti e socialisti, appoggiò il governo, e così tutti, dai monarchici, ai laici, ai democristiani, ai socialisti, ai comunisti si impegnarono nella Resistenza, organizzati nel Cln. Così, fermo il principio su cui si fondava la spartizione di Yalta, basato su una sovranità politica prodotta da chi – esercito angloamericano o Armata Rossa – aveva liberato questa o quella nazione, tuttavia, in seguito alla «svolta» che comportò il sostegno del Pci al governo Badoglio, i comunisti italiani si inserirono nel gioco politico. Le implicazioni della «svolta» non furono da poco. Per parte loro De Gasperi e Togliatti, in tutte le varie fasi politiche successive che andarono dal ’46 al ’48 (e nel ’47 il Pci e il Psi furono esclusi dal governo per una scelta globale di collocazione internazionale derivante appunto da Yalta), fecero il patto di ferro di evitare ad ogni costo un’altra guerra civile dopo quella del ’43-’45. Di qui l’approvazione della Costituzione quando già la rottura politica fra la Dc e il Pci-Psi era consumata.

IL FINANZIAMENTO IRREGOLARE DEI PARTITI

Una delle prime conseguenze di quella rottura politica e della comune scelta di evitare la guerra civile fu che il finanziamento dei partiti, sia della coalizione centrista sia del fronte popolare fu, fin dall’inizio, espresso dai rispettivi «mondi» internazionali e nazionali in modo del tutto irregolare e in modo del tutto consensuale. Il Pci poté immettere sul mercato politico italiano (…) i miliardi di rubli convertiti in dollari e poi in lire che provenivano dal «fondo di assistenza» messo in piedi dal Pcus e dal Kgb, dalle società di import-export, dagli imprenditori privati (…). Con una quota di quei fondi il Pci finanziava il Psi, collocato in modo del tutto subalterno nel fronte popolare. A sua volta la Dc rispose con i finanziamenti americani che venivano dalla Cia, con i soldi del «quarto partito» (Confindustria e i grandi gruppi industriali) e poi con quelli che provenivano dall’Iri e dall’Eni, i cui manager erano collegati ad Amintore Fanfani e alla sua corrente.

Successivamente, dagli anni Settanta in poi, in sede Italstat vennero gestiti i grandi appalti assegnati in rotazione con gare pilotate nelle quali alle cooperative rosse era assegnata una quota fra il 20 e il 30%. A ciò va aggiunta una rendita petrolifera dall’Eni al Pci per via sovietica (vedi Valerio Riva, Oro da Mosca). Tutti – compresi i magistrati e i direttori dei giornali – erano a conoscenza di questa situazione, ma nessuno diede ascolto alle denunce fatte da don Sturzo e da Ernesto Rossi. L’Eni di Enrico Mattei finanziava tutto e tutti, compreso l’Msi. A loro volta nei grandi Comuni i partiti dell’arco costituzionale finanziavano l’Msi. Non c’è mai stato nessun partito «con le mani pulite». Quando nel 1981 Berlinguer nell’intervista a Eugenio Scalfari lanciò «la questione morale» mentì sapendo di mentire parlando del Pci come del «partito diverso» e del partito con le mani pulite.

L’AUTONOMIA DELLA MAGISTRATURA E L’ARTICOLO 68 DELLA COSTITUZIONE

L’altro aspetto decisivo riguardò la gestione della giustizia. Siccome né la Dc, né il Pci nel ’45-’46 sapevano come sarebbero andate a finire le cose, si ritrovarono d’accordo sulla reciproca garanzia offerta dall’assoluta autonomia e indipendenza della magistratura italiana. Un’indipendenza e un’autonomia che fu molto più «spinta» di quella esistente negli altri Paesi dell’Occidente (ovviamente non parliamo dei Paesi dell’Est dove la magistratura era agli ordini dei partiti comunisti).

Siccome, però, allora i costituenti erano persone che avevano piena consapevolezza delle conseguenze di quello che facevano, quell’assoluta indipendenza e autonomia della magistratura fu bilanciata dall’articolo 68 della Costituzione, che dava alla Camera e al Senato la facoltà di concedere o negare l’autorizzazione a procedere nei confronti dei parlamentari chiamati in giudizio dalla magistratura (…). Come è noto, quell’autorizzazione a procedere fu eliminata all’inizio degli anni ’90 su impulso dei gruppi parlamentari comunisti (…).

LA NASCITA DEL “PARTITO DELLE PROCURE”

Giovanni Pellegrino, militante nel Pci e presidente della commissione Stragi, culturalmente garantista, ha descritto ciò che avvenne dopo il 1989-1991 con il crollo del comunismo in Russia e nei Paesi dell’Est europeo e con il Pci costretto a cambiare il nome. «L’innesto di alcuni magistrati, come Luciano Violante, nel gruppo dirigente (del Pds, nda) aveva finito col cambiare la cultura; comincia a nascere un partito delle Procure e si forma una corrente di pensiero secondo cui i problemi politici si risolvono con i processi. Il gruppo dirigente del partito era convinto che cavalcando la protesta popolare e con una riforma elettorale maggioritaria un partito del 16-17%, qual era allora il Pds, avrebbe conquistato la maggioranza assoluta dei seggi. Occhetto e parte del gruppo dirigente pensavano di avere un monopolio della astuzia. La nostra astuzia era al servizio di un disegno fragile che alla fine ha prodotto Berlusconi. Berlusconi è nato perché a sinistra erano convinti che la magistratura potesse essere la leva per arrivare al governo» (G. Fasanella, G. Pellegrino, La guerra civile, Rizzoli, Milano 2003).

LE CORRENTI DELLA MAGISTRATURA E IL RUOLO DELL’ANM

L’altra faccia della medaglia ha riguardato l’organizzazione politico-funzionale della magistratura basata su un Csm del quale si è impadronita un’Anm divisa in correnti (…) un’anomalia del tutto italiana, l’espressione di una profonda e irrisolta contraddizione. Da un lato nella Costituzione è stata proclamata la totale autonomia e indipendenza della magistratura dal governo in carica e dai partiti. Dall’altro lato, però, l’Associazione nazionale magistrati è da sempre divisa in correnti dichiaratamente di destra, di centro e di sinistra con i magistrati che votavano con il metodo proporzionale. (…) In molti altri Paesi europei, in nazioni fra le più democratiche e liberali, non c’è la divisione della magistratura in correnti, ma esiste la separazione delle carriere fra magistratura giudicante e magistratura inquirente e c’è in alcune di esse un rapporto fra l’esecutivo e la magistratura inquirente che però avviene alla luce del sole, in assoluta trasparenza.

Cogliamo queste contraddizioni per rilevare che gli esponenti dell’Anm rivendicano una verginità che essi non hanno mai avuto fin dalla nascita. Per di più le cosiddette correnti di destra (Magistratura indipendente) e di centro (Unicost) hanno avuto con i partiti di destra e di centro – vedi in primo luogo la Dc per non parlare poi di Forza Italia e dell’Udc – rapporti assai labili e fluidi, talora quasi inesistenti. Non così si può dire per ciò che riguarda Magistratura democratica e affini, ieri con il Pci, poi con il Pds, quindi con il Pd e adesso anche con M5S nel quale oggi militano parlamentari che hanno svolto ruoli essenziali nella magistratura, vedi Cafiero De Raho e Scarpinato, che si servono del loro attuale incarico per difendere quello che hanno fatto quando erano magistrati. Dal ’64 in poi ci sono state due fasi: la prima è andata dal ’64 al ’68; la seconda negli anni successivi. Magistratura democratica ha avuto una storia assai complessa. Come è noto Md è nata nel ’64, fondata da Adolfo Beria D’Argentine in una chiave liberaldemocratica e in contestazione con la maggioranza degli ermellini, che era conservatrice e spesso in continuità con il fascismo (…). Fra il ’64 e il ’68 Md andò incontro a un vertiginoso spostamento a sinistra; (…). Negli anni ’70-’80 Md si divise fra chi esplicitamente si riconosceva nel Pci e chi invece si dislocava sulle posizioni della sinistra extraparlamentare.

Addirittura una vicenda giudiziaria assai delicata perché riguardava il terrorismo, quella del 7 aprile, spaccò Md in modo assai profondo (…) Le cose dapprima si svilupparono solo sul piano teorico, poi si spostarono sul terreno dell’esercizio della giurisdizione, con conseguenze gravissime: la crisi dello Stato di diritto in Italia (…),la fine della terzietà del giudice in Italia con la conseguente disintegrazione dello Stato di diritto è stata provocata proprio da alcuni settori della magistratura (in primo luogo Magistratura democratica).

lL “GOLPE” CON MANI PULITE

Tutto ciò in un primo tempo si è sviluppato solo sul piano teorico, ma non appena si è offerta una «occasione storica» si è tradotto nell’esercizio della giurisdizione in una chiave rivoluzionario-eversiva, a secondo dei punti di vista, quale è stata dal ’92-’94 Mani pulite che ha appunto fatto piazza pulita, attraverso il circo mediatico-giudiziario, di ben cinque partiti regolarmente eletti in parlamento. In sostanza, su questo snodo delle correnti della magistratura si è sviluppata la seconda fondamentale anomalia italiana (la prima è stata costituita dalla presenza del più forte partito comunista dell’Occidente), con forti conseguenze sul sistema di potere reale dal 1992 ai giorni nostri.

Come abbiamo già visto, il primo aspetto di questa anomalia è costituito dalle conseguenze dell’esistenza di correnti politicamente caratterizzate. Dagli anni ’60 in poi si creò una tale interconnessione che, non forzando affatto la verità, si disse che all’interno del Pci c’era un autentico «partito dei giudici», guidato dal lato del partito da Ugo Pecchioli e dal lato della magistratura da Luciano Violante (…), con l’esistenza di una componente saldamente organizzata da parte dell’Anm nel Csm (Magistratura democratica) e, su un altro versante, nelle commissioni Giustizia alla Camera e al Senato. Infatti, grazie al centralismo democratico che caratterizzava il regime interno del Pci, il partito poteva assicurare a un certo numero di magistrati la certezza dell’elezione in Parlamento ed essi potevano addirittura alternare la loro attività fra i cinque anni di legislatura e gli anni successivi nella magistratura dove facevano carriera.

Un certo numero di personalità politiche del Pci che ha potuto seguire questo doppio cursus honorum gestito dal partito. (…). Dal 1989 al 1992 si aprì una questione politica di fondo, da cui poi derivarono conseguenze dirompenti sul terreno dell’esercizio della giurisdizione. In seguito al crollo del comunismo in Urss e nei Paesi dell’Est (…) il Pds doveva sostituirsi al Psi, diventando il braccio politico dei poteri forti che, vista la fine del pericolo comunista, volevano liberarsi proprio dell’eccesso di potere dei tradizionali partiti di governo usando la leva giudiziaria (dapprima il pool dei pm di Milano poi anche altre Procure) con la criminalizzazione del finanziamento irregolare dei partiti spesso tradotto in corruzione con il rovesciamento di ciò che era avvenuto dagli anni ’40 fino agli anni ’80.

Da ciò derivò un autentico colpo di Stato del tutto nuovo e moderno realizzato non attraverso i carri armati o i paracadutisti, ma attraverso il «circo mediatico-giudiziario» costituito dagli avvisi di garanzia, dagli arresti per strappare le confessioni con le conseguenti «sentenze anticipate» che distrussero migliaia di uomini politici e i rispettivi partiti. Il carattere eversivo-rivoluzionario dell’operazione fu accentuato e radicalizzato per il fatto che mentre il finanziamento irregolare era praticato da tutti, forze politiche e gruppi economico-finanziari (sistema di Tangentopoli), invece a essere perseguiti attraverso Mani pulite furono Craxi e il Psi, i partiti laici, l’area di centro-destra della Dc, e a essere «salvati» e poi a essere impiegati con il ruolo politico e di governo furono il ristretto gruppo dirigente del Pds e quello, ancora più concentrato, della sinistra democristiana. (…)

IL RAPPORTO TRA PDS E POOL DI MILANO

Su come andarono realmente le cose ha fornito recentemente una testimonianza decisiva Giovanni Pellegrino in una intervista al Corriere della Sera. Avendo colto una forzatura giustizialista da parte del pool dei pm di Milano, che quasi in automatico traduceva il finanziamento irregolare in corruzione, Pellegrino si recò da D’Alema. La risposta di D’Alema fu assai netta: «Volete capire che quelli di Milano stanno facendo una rivoluzione? E le rivoluzioni si sono sempre fatte con la ghigliottina e con i plotoni d’esecuzione. E poi Luciano mi ha detto che Mani pulite non se la prende con noi». Il giornalista del Corriere: «Luciano ovviamente è?». E Pellegrino: «Violante. Chi altri?». Il giornalista: «E come fa Violante a sapere che il pool non avrebbe toccato il Pds?». Pellegrino: «Violante era la voce della magistratura nella politica» (Corriere della Sera, 3 giugno 2024).

DA CRAXI A BERLUSCONI: I BERSAGLI DELLA MAGISTRATURA

Tutto ciò si è prolungato in modo sistematico dal 1991-92 al 2013 e come bersagli della magistratura rivoluzionaria ci furono prima Craxi e una parte della Dc, poi Berlusconi quando questi, dopo aver sostenuto il pool dei pm di Milano per tutto il 1993, inaspettatamente decise di scendere in politica: lo scopo di Mani pulite era quello di costruire una sorta di diarchia di potere fra il pool dei Pm di Milano poi ampliato ad altre Procure e il nucleo politico costituito dall’alleanza fra «i ragazzi di Berlinguer» e una parte della sinistra Dc. Berlusconi, alla guida di tutta un’area politica di centro-destra, con la presenza anche di liberali e socialisti, venne considerato un intruso da eliminare come precedentemente erano stati eliminati Craxi, Andreotti, Forlani, il Psi, la Dc e i partiti laici. La storia ovviamente non si è fermata (…) il sottofondo politico è rimasto sempre in piedi e anzi si è accentuato nel corso della battaglia referendaria dove si è costruito un autentico asse fra Anm e il cosiddetto campo largo, cioè la variegata area di una sinistra sempre più radicalizzata.

IL CASO PALAMARA E IL SISTEMA DELLE CORRENTI

Fino agli anni 2000, una delle regole non scritte, ma considerate inviolabili, era costituita dal fatto che l’Anm e quindi il Csm dovevano essere regolati in modo ferreo dall’alleanza fra il centro di Unicost e la sinistra di Md e affini. Sennonché a un certo punto Luca Palamara, il leader di Unicost, ha rovesciato le alleanze e si è alleato con la destra di Magistratura indipendente guidata da Cosimo Ferri. A quel punto Md ha reagito ricorrendo però alla «bomba atomica», non a un killer solitario. Così a un certo punto un pm ha sollevato contro Palamara l’accusa del tutto infondata di corruzione. Il reato di corruzione ha consentito l’uso del trojan che intercetta tutto, anche l’ambiente: troppa grazia Sant’Antonio.

Le intercettazioni del trojan inserito nel telefonino di Palamara misero allo scoperto non solo quello che erano stati appellati «i commensali dell’hotel Champagne» (fra cui quattro appartenenti al Csm) intorno alla scelta di Viola quale procuratore della Repubblica di Roma, ma l’esistenza di un autentico «sistema», come riportato anche nel libro scritto dallo stesso Palamara con l’ausilio di Alessandro Sallusti: Il sistema (…).

Anche il Csm successivo ha continuato a essere di fatto come prima, sempre dominato dalla lottizzazione delle correnti, però con la ripresa dell’egemonia politica di Md (…). Questa casta è appunto quella dei magistrati guidata da «questo Csm» dominato dalle correnti di Anm al netto del suo ruolo istituzionale previsto dalla Costituzione.

A proposito di «questo Csm» così marchiato dalle correnti, certamente il ministro Carlo Nordio ha usato la mano pesante ripetendo la battuta del magistrato Nino Di Matteo che fu lui a evocare «metodi paramafiosi» nella gestione del Csm. Quando Di Matteo fece quella battuta nessuno disse niente. Ciò detto non si può fare a meno di ricordare che per condannare la frase di Nordio gli speaker dell’Anm hanno affermato che essa avrebbe oltraggiato anche la figura di una vittima della mafia come Giovanni Falcone. Essi hanno finto di dimenticare che il Csm guidato dalle correnti di Anm ha sempre osteggiato Falcone. (…)

LO SCONTRO SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

Di conseguenza, indipendentemente dal risultato del referendum, ci sembrano destituite di ogni fondamenta le motivazioni del No a opera di Anm che ha dato vita a un’esperienza assai singolare: un’associazione di magistrati si è trasformata in un soggetto politico contro una legge approvata dal Parlamento e ha potuto farlo con grande efficacia perché quasi tutte le componenti della sinistra politica si sono impegnate a svolgere il ruolo di braccio armato dell’Anm per la profondità del rapporto di alcune correnti della sinistra (maggioranza del Pd, Conte e M5S, Avs) con Md.

Così un’associazione privata come Anm, che controlla un’istituzione pubblica quale è il Csm, si è contrapposta sia al governo sia a una maggioranza parlamentare legittimamente eletta sostenendo tesi del tutto contestabili perché non c’era nessun rischio di un’involuzione autoritaria, addirittura di stampo parafascista e non esisteva nel testo della riforma, l’articolo 104, alcuna subalternità del pm all’esecutivo, anzi era accentuata l’autonomia della magistratura nei due rami, quella inquirente e quella giudicante.

Il fatto è che il ricorso al sorteggio avrebbe smontato uno strumento di potere nelle mani della cinquantina di «cacicchi» che guida le correnti e che esercita un potere «pieno e incontrollato» nei confronti di novemila magistrati. Il sorteggio (peraltro già esercitato in molte altre circostanze, fra cui la nomina delle giurie popolari e quella dei componenti del Tribunale dei ministri) non costituisce in alcun modo un ridimensionamento del ruolo e del valore degli appartenenti così scelti ai due Csm, perché non si sarebbe rivolto a gente che passa per caso, ma a magistrati che dopo 12 anni di un lavoro assai delicato che riguarda la vita e la libertà di migliaia di cittadini sarebbero certamente in grado di giudicare le capacità professionali dei loro colleghi.

Per ciò che riguarda l’Alta corte disciplinare non era messa in questione la preminenza in essa di soggetti di alta competenza provenienti dalla magistratura (su 15, erano ben 9 di cui 6 giudicanti e 3 inquirenti gli appartenenti alla magistratura, con 3 nominati dal presidente della Repubblica e solo 3, sempre attraverso un sorteggio, derivanti da un’indicazione del Parlamento, per di più fra maggioranza e opposizione).

LA BATTAGLIA POLITICA SULLA GIUSTIZIA E IL BLOCCO DI POTERE

Ciò detto, non può sfuggire a nessuno che uno scontro così duro è avvenuto perché un settore della magistratura politicamente assai forte ha reputato che con la riforma veniva messo in discussione il blocco di potere di cui essa è parte, un blocco di potere politico, giudiziario e mediatico aggregatosi negli anni ’90-’92 e costituito da un pezzo dei poteri forti (…) sempre in campo anche se alcune sue componenti politiche sono cambiate.

Questo blocco di potere è fondato sulla preminenza nella magistratura dei pm in primo luogo nei confronti dei gip nella fase decisiva degli atti preliminari del processo, quando è massima la prevalenza dei pm che possono utilizzare a loro arbitrio sia la polizia giudiziaria, sia i cronisti giudiziari, mentre il potere della difesa è ai minimi termini.

Paradossalmente, lungi dal provocare alcuna preminenza del potere politico e del governo sui pubblici ministeri, l’obiettivo più significativo della riforma era quello di ridare a un settore della magistratura giudicante, finora del tutto subalterno a quella inquirente, cioè ai gip, il loro potere di controllo nei confronti dei pm essendo finalmente gestiti da uno dei due Csm, appunto quello della magistratura giudicante, per cui sarebbe venuto meno il potere di condizionamento nei loro confronti dei pm, realizzato sia attraverso i cronisti giudiziari, sia attraverso l’influenza sulle loro carriere tramite il Csm.

Tutto ciò, a nostro avvisto, vuol dire che si è persa una battaglia, ma che la guerra decisiva sulla giustizia va ripresa in altro modo, sul terreno politico e parlamentare riscrivendo un programma per la giustizia giusta.

L’esigenza di alcune riforme è confermata da ciò che emerge da alcune vicende giudiziarie prive di valenza politica, come ad esempio quella di Garlasco.

IL REFERENDUM E LE MOTIVAZIONI POLITICHE DEL VOTO

È poi risultato evidente che da un certo momento in poi sul referendum hanno pesato fattori che non avevano nulla a che fare con esso.

In primo luogo era scattata ancora una volta una ragione politica che prescindeva del tutto dalla sua materia e dal No al governo, o a Trump, perfino a Israele. Il Sì nel referendum è stato invece indubbiamente selettivo, nel senso che sosteneva alcune scelte e ne scartava molte altre.

Invece il No ha sommato insieme sia i rifiuti più disparati sia le forze più eterogenee. Basti pensare, per dirla in modo volutamente paradossale, che sul No hanno potuto sommarsi forze e personalità del tutto eterogenee: dai militanti di Askatasuna fino a personalità come Paolo Gentiloni e Pier Ferdinando Casini.

Inoltre, anche tenendo conto della storia pregressa di Giorgia Meloni e del suo partito, ha pesato il fatto che in 6-7 punti veniva cambiata la Costituzione, anche se quei cambiamenti non implicavano affatto il sentimento dell’indirizzo costituzionale sul terreno dell’autonomia della magistratura.

LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA E LA SFIDA FUTURA

Ciò detto, però, a maggior ragione rimane ferma la ragione di alcune riforme della giustizia da realizzare per via ordinaria, cioè per via parlamentare. (…)

In Italia c’è un «complesso giudiziario-mediatico-politico» (…) invasivo, inquietante e pericoloso con il quale vanno fatti i conti perché esso dagli anni ’90 in poi ha schiacciato lo Stato di diritto e ha forzato la normale dialettica politica con conseguenze molto negative sulla democrazia indipendentemente dai risultati elettorali e dal colore del governo.

La versione integrale dell’articolo è pubblicata nel numero 10 di Civiltà Socialista.

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