Italia

Come procede il rapporto tra Vaticano e governo gialloverde

papa Francesco

L’analisi di Pietro Mattanoi per Affarinternazionali sui rapporti tra Italia e Vaticano

Che i rapporti tra Italia e Vaticano non siano idilliaci non è certo una novità. Né, tantomeno, una scoperta. In questo senso, quindi, il vertice bilaterale in occasione del novantesimo anniversario dei  Patti lateranensi – firmati dal cardinal Pietro Gasparri e dal primo ministro del Regno, Benito Mussolini – svoltosi a febbraio a Palazzo Borromeo, sede dell’ambasciata italiana presso la Santa Sede, non fa notizia. Più interessante, invece, è indagare sulla prima volta (ufficiale) del governo gialloverde di fronte alla gerarchia cattolica.

Senza star a rimestare nel passato quasi centenario delle relazioni tra le due sponde del Tevere, è sufficiente osservare gli ultimi venti anni. In questo periodo, al soglio pontificio, si sono succeduti Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Con Karol Wojtyla, dopo un avvio promettente, le cose si complicarono prima con la Guerra del Golfo, poi con il coinvolgimento indiretto dell’Italia nell’invasione dell’Iraq nel 2003. Nessun miglioramento con Joseph Ratzinger, avversato dalla consistente frangia filostatunitense del sistema politico italiano. Da quando il vescovo di Roma è Jorge Mario Bergoglio, i rapporti tra Italia e Vaticano hanno un andamento sinusoidale: buoni, ad esempio, con gli esecutivi di Enrico Letta e Paolo Gentiloni – non a caso, due personalità molto vicine al mondo cattolico –, meno sgargianti oggi.

Lo scarso risalto dato all’appuntamento fa capire già da sé come vi sia freddezza tra Santa Sede e il governo di Lega e Movimento 5 Stelle. Eppure, da parte di almeno uno dei due contraenti dell’esecutivo, la volontà di avvicinarsi al voto cattolico non manca. Il riferimento è alla Lega di Matteo Salvini, che più di una volta ha tentato di strizzare l’occhio ai seguaci di papa Francesco. Sfruttando, a proprio favore, le fratture interne al Vaticano stesso.

CONVERGENZE E DIVERGENZE

L’immagine di Matteo Salvini con crocifisso e Vangelo è stata tra le più iconiche della campagna elettorale per le politiche del 4 marzo 2018. Una scelta, quella del leader leghista, assolutamente non casuale e, se vogliamo, neppure troppo originale. Ingraziarsi l’elettorato cattolico in vista del voto è pratica usuale in Italia. Salvini, quantomeno, ci è in parte riuscito. Le politiche della Lega, soprattutto in materia di accoglienza e immigrazione, hanno spesso trovato sponda nella corrente tradizionalista del cattolicesimo. In modo più o meno celato, il ministro dell’Interno ha delle “affinità elettive” con chi avversa, ormai da anni, il pontificato aperturista e progressista di papa Francesco.

Spostandosi verso Bergoglio, però, il rapporto si incrina. O meglio: non decolla. Anche il Movimento 5 Stelle, che ha provato spesso – soprattutto attraverso l’azione diplomatica del proprio leader politico, il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio – a presentarsi come partner dialogante con i sacri palazzi, non riesce a sfondare. Del resto, anche se la questione è stata in parte sottaciuta dall’esecutivo, il recupero dell’Imu sugli immobili della Chiesa è, da sempre, un cavallo di battaglia almeno della fronda più calda dei pentastellati. Come anche, agli esordi, l’abolizione del Concordato del 1929. Non certo un bel biglietto da visita.

ALLA PROVA DEI DOSSIER INTERNAZIONALI

Sui temi internazionali le relazioni tra papa Francesco e il governo gialloverde divergono diametralmente. Su tutte, come detto, è la questione migratoria a tener banco. Il pontificato di Bergoglio promuove una politica di apertura, di inclusione e di integrazione del prossimo, non compiendo certo l’errore di ridurre alla sola Italia il governo del fenomeno. Come ha affermato anche il segretario di Stato Pietro Parolin, si tratta di una questione di carattere globale, per la quale dev’essere l’Europa unita a legiferare. Tratto distintivo, questo, della “geopolitica dello spirito” del successore di Pietro, che fa del multilateralismo il metro di valutazione con il quale misurare – e risolvere – le crisi internazionali.

Alla base, vi è un’incomprensione di fondo tra Chiesa cattolica ed esecutivo Lega-M5S. Tutto dipende da modi concettualmente antitetici di vedere la politica estera. In Italia, la politica internazionale non ha mai avuto grande risalto e, oggi, al tempo del sovranismo, ne ha ancor meno. Il governo del presidente del Consiglio Giuseppe Conte è per sua essenza rivolto al proprio interno, impegnato costantemente nel guardarsi l’ombelico.

I dossier internazionali – dal Venezuela alla Libia, passando dalla Brexit al rapporto con Washington – hanno spazio marginale nelle dinamiche governative, contribuendo a isolare Roma fra i partner europei e internazionali.  Al contrario, la Santa Sede è per sua natura – e in particolare dall’elezione di papa Francesco in poi – votata all’internazionalismo e, in particolare, alle periferie del mondo. Cosa del tutto normale per un impero transnazionale che conta più di un miliardo di fedeli sparsi nel mondo.

UNA COLLABORAZIONE DIFFICILE SULLA SCENA GLOBALE

Una vocazione, quella vaticana, che l’Italia spesso non ha saputo sfruttare. Il vettore petrino potrebbe essere un vero e proprio megafono per l’azione internazionale del nostro Paese, che come media potenza dovrebbe approfittare di più dei mezzi e del soft power che il Vaticano possiede.

Per qualche anno, questa sinergia sembrava realizzabile, grazie alla presenza di personaggi come Andrea Riccardi, presidente della Comunità di Sant’Egidio, e di Mario Giro negli esecutivi da Mario Monti a Gentiloni. Oggi più che mai, però, la collaborazione diplomatica tra Vaticano e Italia nella dimensione internazionale risulta infattibile.

 

Articolo pubblicato su Affarinternazionali.it

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