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De Gregori Gaza

Condannato per non aver detto il fatto. Gaza e il caso De Gregori

“Non faccio proclami su Gaza o Israele. Non mi sento di dare o prendere lezioni da nessuno”: le parole del cantautore Francesco De Gregori sono diventate un caso. Ma l’artista deve sempre schierarsi?

Se, come ha scritto Louis-Ferdinand Céline in Viaggio al termine della notte, “non bisogna credere che è facile addormentarsi una volta che ti sei messo a dubitar di tutto”, allora è lecito ritenere che dormano sonni profondi tutti coloro che non dubitano di nulla, ma hanno solo certezze.

La querelle nata dalle dichiarazioni del cantautore Francesco De Gregori, accusato paradossalmente più di ciò che non ha detto e non ha voluto dire che non di quanto da lui effettivamente affermato, nasconde qualcosa di profondo e niente affatto banale perché esula dal recinto musicale, ma attiene al ruolo che l’artista ha o pensa di dover avere all’interno della società.

LA DOMANDA SBAGLIATA

Karl Popper è stato un “nemico” di Platone poiché lo accusava di aver posto una domanda fuorviante e sbagliata su chi debba governare, mentre per Popper ciò che rileva è organizzare le istituzioni politiche in un modo tale da evitare che governanti cattivi o incompetenti possano produrre troppi danni.

Dai David di Donatello alla cerimonia in occasione del 145° anniversario dell’istituzione della SIAE, abbiamo ascoltato l’artista, latu sensu, credere di essere investito, ovviamente si tratta di autoinvestitura, a guidare la società, se non addirittura il mondo: “Se il mondo fosse abitato solo da lei e dagli artisti” – ha detto Paolo Sorrentino rivolgendosi al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, – “vivremmo gioiosi e pacifici, ma purtroppo ci sono anche gli altri”. Gli altri siamo noi, ma non si tratta del titolo della canzone di Umberto Tozzi, ma del fatto che tutti coloro che artisti non sono non sono evidentemente idonei a guidare, unfit to lead. 

L’OBBLIGO DI SCHIERARSI

Come si diceva, De Gregori è stato accusato “per non aver detto il fatto”, per non essersi adeguato alla convinzione diffusa, o forse alla moda, che l’artista per essere tale debba schierarsi su questioni internazionali o di guerra, e schierarsi dalla parte giusta, ça va sans dire, che è quella sposata dagli artisti con la kefiah. E quindi, come ha scritto ieri Antonio Polito sul Corriere della Sera, il cantautore romano “ha subito una purga mediatica per NON (in maiuscolo nell’articolo) avere espresso una opinione”.

Insomma, De Gregori è stato accusato per la serafica ammissione di non credere di poter dare lezioni su Gaza e sull’Iran e, al contempo, di non volerle però prendere da un cantante o da una persona di cinema. Come dargli torto?

NESSUNO DÀ CIÒ CHE NON HA

Secondo il celebre brocardo latino, nemo dat quod non habet, nessuno dà ciò che non ha, nessuno può trasferire ad un altro più di quanto egli stesso abbia e allora come fa, in questo caso un cantante o una persona di cinema, a trasferire ad altri “verità” e competenze che non possiede? Eppure, lo abbiamo visto in occasione del referendum costituzionale sulla giustizia, decine e decine di uomini di spettacolo, e non solo, hanno ritenuto non di esprimere una loro posizione e indicazione di voto, il che è assolutamente legittimo, ma di spiegare agli altri la Costituzione e il diritto.

CREDERE E NON PENSARE

A che titolo? Forse costoro, a differenza di De Gregori, si sentono superiori al pubblico, in grado di trasmettere ad altri ciò che non hanno. E non è un caso che Polito abbia usato proprio il termine “purga” perché il modello è quello, purificare il pensiero unico totalitario ed intollerante, liquidando il dissidente come traditore, vigliacco o pazzo. Credere e non pensare. Come scrisse Carl Gustav Jung, “pensare è difficile, ecco perché le persone preferiscono giudicare”, persino giudicare qualcuno per qualcosa che non ha mai detto.

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