Invio di sistemi antimissile e antidrone nel Golfo, che ruolo può giocare Roma? L’intervista al generale Leonardo Tricarico
Mentre sale la tensione nel Golfo dopo l’operazione Epic Fury condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, diversi Paesi cercano di rafforzare celermente le proprie difese aeree. Anche l’Italia è stata interpellata: come ha confermato il ministro della Difesa Guido Crosetto, dichiarando che ogni decisione passerà dal Parlamento, sono arrivate richieste per sistemi antimissile e antidrone, tra cui il SAMP/T air defence system, già impiegato in Ucraina.
Ma quali margini ha davvero Roma per sostenere i partner del Golfo? E quale ruolo può giocare l’Europa in uno scenario di escalation militare e di crescente minaccia missilistica? Ha senso ancora la missione Unifil in Libano? Lo abbiamo chiesto al generale Leonardo Tricarico, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica Militare, per analizzare rischi, capacità operative e limiti dell’impegno italiano nella difesa aerea della regione.
Generale, quanto è concreta oggi la minaccia missilistica e con droni nella regione mediterranea?
La minaccia missilistica direi che è molto prossima allo zero, perché le gittate dell’armamentario iraniano non dovrebbero consentire di raggiungere il territorio nazionale. Il tragitto è tanto lungo, ci sarebbero buone speranze che qualcuno, compresi noi, possa intercettare missili prima che causino danni. Anche per quanto riguarda i droni, con 2.500 chilometri da percorrere non capisco perché l’Iran dovrebbe mettere l’Italia tra gli obiettivi quando ce ne sono di più remunerativi. Non mi preoccuperei molto da questo punto di vista.
Considerando la proliferazione di UAV e droni senza pilota nei teatri mediorientali, quali sistemi potrebbe schierare l’Italia in tempi brevi e, concretamente, che sistemi antimissile e anti-drone è in grado di inviare l’Italia oggi senza indebolire la propria difesa?
Senza indebolire la difesa non possiamo schierare nulla, lo ha ribadito anche il ministro della Difesa Crosetto. È una nostra preoccupazione quella di poter difendere gli spazi italiani e lo è da sempre negli ultimi anni. Le aspettative e le iniziative di chi ha presentato programmi e progetti sono state deluse, perché i programmi sono stati sistematicamente bocciati per questioni di bilancio. In sintesi, abbiamo qualcosa da dare, ma in caso indeboliremmo un corpo già stremato.
Considerando che i sistemi SAMP/T sono già stati impiegati anche nella Guerra in Ucraina, quanto è sostenibile per Roma continuare a fornire supporto militare su più fronti contemporaneamente?
Naturalmente abbiamo dei supporti pregiati e dei supporti meno pregiati, e forse meno necessari. Tra quelli pregiati metterei senz’altro quelli che abbiamo già dato all’Ucraina, ossia strumenti per garantire l’aiuto a mantenere la sovranità negli spazi aerei. Siamo molto ben organizzati e credo che il contributo italiano sia stato indubbiamente molto importante e molto apprezzato anche da parte dell’EPO. E con quello dobbiamo continuare, non c’è dubbio. Tutti gli altri sistemi andranno valutati con grande accuratezza perché i nostri depositi sono altamente carenti e qualunque cosa noi diamo, ce ne priviamo. Detto questo, io non ho dubbi riguardo agli aiuti all’Ucraina, e sono convinto che un giorno ci sarà un tavolo negoziale: dobbiamo consentire loro di andare a testa alta ai prossimi auspicati incontri.
In Italia, quali basi militari sono più attrezzate per un eventuale coinvolgimento in caso di esplicita richiesta degli Stati Uniti?
Tutte. Ognuna ha le sue funzioni, quindi dipende da che cosa serve a loro. Le più attrezzate sono sicuramente Aviano e Sigonella.
In uno scenario di escalation con l’Iran, quale ruolo potrebbe giocare l’Europa nella costruzione di uno scudo di difesa aerea regionale e quanto è realistico un coordinamento europeo in tempi rapidi?
L’Europa dal mio punto di vista è un termine che non andrebbe più usato. Esistono dei singoli Paesi che pur avendo dei poli di consultazione, non riescono a mettere a punto una visione comune. Parlare di uno scudo quando non c’è una coalizione che sia in grado di disegnarlo e metterlo in azione è assolutamente improprio. Oggi sarebbe difficile gestire a livello europeo una missione, avrebbe più senso parlare di NATO. Se l’Europa dovesse decidere di fare uno scudo a protezione dei Paesi dell’area, avrebbe senso parlarne con la NATO.
Il governo di Beirut scarica Hezbollah, ma l’avanzata dell’IDF non si arresta. Cosa sta accadendo? Sarà la fine del dominio politico di Hezbollah, o del Libano per come lo conosciamo? E per quanto riguarda gli assetti italiani all’estero, ha senso ancora la missione Unifil in Libano?
Le condizioni attuali di Israele rispetto all’interlocuzione con Hezbollah sono l’indice del clamoroso fallimento della missione Unifil perché sarebbe spettato alle Nazioni Unite mantenere libera da armamenti e capacità militari quell’area del sud del Libano, e purtroppo così non è stato.
Il Libano è diventato una sorta di roccaforte di Hezbollah e ritengo abbia ragione Crosetto quando lamenta di aver tentato con l’ONU di cambiare le regole del gioco e di essere rimasto inascoltato. Siamo in una fase acuta, il Libano e le autorità libanesi fanno quello che possono. L’esercito libanese che avrebbe dovuto avere il controllo del territorio ed essere l’unica forza autorizzata in zona a fermare Hezbollah è rimasto un esercito di qualità abbastanza modesta, non in grado di fare più di così.


