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DECRETO 1 MAGGIO

Dal referendum alle elezioni: perché il centrodestra rischia il 2027. L’analisi di Cazzola per la Civiltà Socialista

Dal referendum sulla giustizia alla legge elettorale, passando per politica estera, conti pubblici e Ppe: una riflessione di Giuliano Cazzola sulle prospettive del governo e del centrodestra verso il 2027, apparsa sul numero 10 di Civiltà Socialista, che pubblichiamo in estratto per gentile concessione dell’editore

Il 22 e 23 marzo Giorgia Meloni non ha perso solo il referendum sulla giustizia, ma si è candidata a perdere anche le elezioni politiche del 2027. Ovviamente io non sono un indovino né un sondaggista in grado di azzeccare un risultato con tanto anticipo, dimenticando che molti elettori decidono di attribuire il loro voto in data molto vicina all’apertura dei seggi. Il mio è un tentativo di ragionare con la testa di quanti (in modo diverso da me) hanno deciso di votare No. Le dimensioni del successo dei voti contrari alla legge Nordio sono troppo imponenti per essere ridotte al merito del quesito: nella solidità degli argomenti hanno sicuramente prevalso i sostenitori del Sì, specie quelli appartenenti alla sinistra riformista.

LE CAUSE DEL NO

Direi piuttosto che si è trattato di una presa di distanza da quanto è accaduto negli ultimi anni (le guerre, le crisi, le novità nello scenario internazionale, il venir meno dell’idea di sicurezza e il terrore di essere privati dagli eventi in corso dei piccoli privilegi di un benessere diffuso). Per certi aspetti il No è stato anche lo sbocco delle manifestazioni pro-Pal e dei propositi di disarmare l’Ucraina e abbandonarla al suo destino. È un No alla guerra dettato da una visione unilaterale che ha messo sul banco degli accusati Donald Trump e Benjamin Netanyahu e di conseguenza coloro che sono ritenuti loro amici.

ALLA RICERCA DEL CONSENSO PERDUTO

A Meloni resta dello spazio e soprattutto del tempo per recuperare il consenso perduto? A parte l’accumulo di infortuni che sono piovuti sul governo dopo il voto, l’aggravarsi dello scenario internazionale ha tolto margini di manovra a un Paese disarmato e disarmante come il nostro. La premier si è qualificata fin dall’inizio sul terreno della politica internazionale, acquisendo per l’Italia un ruolo importante in Europa e nel Mondo. Oggi però, dopo l’elezione di Donald Trump, gli spazi di iniziativa si sono parecchio ristretti per la Ue (e per l’Italia) anche perché i nodi sono venuti al pettine e hanno messo a nudo le indisponibilità del Vecchio Continente a giocare quando il gioco si fa duro. (…) Ma sulla politica internazionale, al di là della propaganda spicciola, nessuno si dorrà per la cautela del governo (…) Su altri temi sembra evidente che non vi sia né tempo né spazio per riforme di rango istituzionale, come il premierato o l’autonomia differenziata, una nuova legge elettorale – lo Stabilicum – già proposta dal governo.

L’INCERTA PROSPETTIVA DELL’ECONOMIA

Rimane una sola via di risalita: l’economia. Il governo sembra voler imboccare questa strada per recuperare il consenso perduto. Ma per rendere concreta tale opzione Meloni dovrebbe nuotare controcorrente come i salmoni perché gli scenari internazionali condizioneranno negativamente gli andamenti dell’economia. (…) l’Italia non solo non crescerà nell’economia reale, ma non riuscirà neppure a mantenere quell’equilibrio nei conti pubblici che è stata la priorità delle ultime leggi di bilancio. Persino l’anticipo dell’uscita dalla procedura di inflazione è mancato per colpa di un decimale «galeotto» (di qualche centinaio di milioni) a testimonianza della scarsa vigilanza nel controllo della spesa, da parte della Rgs, un tempo gioiello di efficienza e professionalità.

CHE COSA «NON FARE»

In una situazione tanto complessa, prima di porsi la classica domanda del «che fare?», è opportuno individuare che cosa «non fare». (…) In estrema sintesi, l’esecutivo e la maggioranza tentano di aggiustare le loro politiche nel senso indicato dalle opposizioni (…). Nel compiere questa virata, la maggioranza – alla stregua di un esercito in rotta – sta abbandonando armi e vettovaglie al nemico che avanza.

LA POLITICA INTERNAZIONALE

Sul piano della politica internazionale (uno dei meriti riconosciuti a Giorgia Meloni) si assiste a un cambio di strategia e di alleanze. (…) Le opposizioni l’hanno tenuta sotto pressione con la scusa della subordinazione a Donald Trump, giocando non sulla sostanza dei fatti politici, ma sulla fuffa delle dichiarazioni e dei convenevoli. Non c’è stato infatti un solo atto politico che abbia visto il governo italiano muoversi, nel confronto con il bizzarro leader statunitense, su di una linea diversa da quella della Ue. (…) Meloni ha sempre usato toni appropriati nella consapevolezza che non esisterebbe un Occidente senza gli Usa.

I CONTI PUBBLICI

Ma soprattutto il governo ha tenuto una linea dei conti pubblici che in quattro anni ha ridotto il deficit di 5 punti di Pil. Da alcune settimane su questa linea emergono dubbi e cambiamenti. (…)

LE POLITICHE SOCIALI E DEL LAVORO

Sul piano sociale e dei rapporti con le organizzazioni sindacali, il governo aveva a disposizione una legge delega (n.144/2025) che era stata l’alternativa della maggioranza al salario minimo legale chiesto dalle opposizioni. La sua attuazione era un’impresa difficile perché in quel provvedimento il governo a suo tempo inserì l’impegno a risolvere tutti i problemi in attesa da ottant’anni (…). Il governo, però, avvertiva il rischio di andare a uno scontro con la Cgil e la sinistra (…) Così la montagna ha partorito il topolino del decreto del Primo Maggio.

IL PATTO DI STABILITÀ

La devianza più grave rispetto alle politiche di bilancio seguite fino ad ora, sta nella richiesta ossessiva, in sede Ue, di sospendere il patto di stabilità nella sua gradazione di imbecillità che va dall’uscita unilaterale alla proposta di «fare da sé» nel caso in cui l’Unione rimanga contraria. In questa revisione di linea generale è visibile la tentazione di una marcia indietro sul riarmo. In questo insieme di retromarce è fin troppo evidente che la crisi energetica, per quanto grave, non c’entra. (…) Il vero obiettivo di un maggiore deficit è quello di una legge di bilancio di stampo elettorale, che tuttavia non garantirebbe una vittoria nelle elezioni del 2027.

LA LEGGE ELETTORALE

Si arriva così all’ultimo punto. Che cosa intende fare il governo sulla legge elettorale? La proposta presentata prima delle elezioni di marzo (…) era stata pensata per consolidare nel prossimo Parlamento, attraverso un robusto premio di maggioranza, la vittoria nel referendum. La sua attuazione era un’impresa difficile.(…)

«LA BELLA MORTE»

(…) Se Giorgia Meloni dovesse insistere nel portare a termine la nuova legge,(…) si spiegherebbe il cupio dissolvi con cui la presidente del Consiglio, dopo aver perso in modo netto e inequivocabile nel referendum sulla giustizia, insiste per varare una legge elettorale fortemente maggioritaria in nome di un principio discutibile secondo il quale alla chiusura delle elezioni e dello spoglio delle schede si deve sapere chi ha vinto e chi ha perso. (…) una legge elettorale maggioritaria è coerente con un sistema bipolare e ne garantisce l’alternanza. Però un bipolarismo è sano quando esiste nei fatti e la legge elettorale vi si adegua.

UN BIPOLARISMO INFETTO

(…) sono le leggi elettorali a imporre ai partiti coalizioni alternative forzate al solo scopo di vincere, senza preoccuparsi di governare con stabilità e unità di intenti.(…) In Italia oggi si fronteggiano due coalizioni divise al proprio interno su questioni cruciali della politica internazionale, europea, economica e sociale tra loro interdipendenti, ma unite per metà con la metà avversaria. Sui temi accennati, se contassero le posizioni di merito, sarebbero in campo due blocchi diversi da quelli che in Parlamento siedono nella maggioranza e all’opposizione.

RITORNO AL PROPORZIONALE

Per far saltare questa anomalia è necessario cambiare le leggi elettorali che la impongono (…). Senza essere liberate dai vincoli di potere che tengono insieme le coalizioni non si realizzerà mai quella evoluzione del quadro politico e del sistema dei partiti in grado di affrontare i problemi nuovi anche con alleanze diverse da quelle tradizionali maturate nella Seconda Repubblica. Il governo deve ritirare il disegno di legge elettorale presentato.

LA ROULETTE RUSSA

Nelle condizioni in cui versa il centrodestra andare al voto con quella legge sarebbe come mettersi a giocare alla roulette russa. (…) Nei palazzi romani in questo momento si aggira uno spettro, il «fantasma del pareggio» (…) resterebbero in campo due ipotesi: grande coalizione, con tutti o quasi dentro; scomposizione e ricomposizione delle alleanze su basi diverse da quelle della campagna elettorale, da attuarsi – come peraltro prevede la nostra Costituzione – dentro le aule del Parlamento. Solo un ritorno al proporzionale (con soglia di sbarramento e ripristino delle preferenze), senza dover ricorrere al doping di un premio maggioritario, potrebbe disarticolare l’attuale bipolarismo(…).

VERSO IL PPE

Poi Giorgia Meloni deve pensare a che cosa fare da grande. (…) deve imparentarsi con le grandi famiglie politiche europee. In Italia manca un partito capace di svolgere il ruolo esercitato per cinquant’anni dalla Dc. Berlusconi ci ha provato, ha cambiato tanti vecchi equilibri, ma non è stato in grado di andare fino in fondo (…) Giorgia Meloni sa che la politica è «sangue e m…a», ha imparato dalla sua esperienza sul campo di battaglia che l’esercizio del potere si giustifica solo se è illuminato dall’etica di una visione politica. E – come ha detto di sé – non è ricattabile.

TORNARE A FIUGGI

Per Giorgia è venuto il momento di tornare a Fiuggi e di consolidare lo spazio che si è guadagnata sul piano europeo e internazionale. (…) Ciò significa, come primo passo, aderire al Partito popolare europeo (…). Un’operazione siffatta potrebbe interessare al Ppe per contare di più in Italia, a Meloni per poter essere protagonista in Europa e sul piano internazionale. Ma anche in Italia una nuova formazione politica nell’area del Ppe sgombrerebbe il campo dalla ricerca – fino ad ora inutile – di ritrovare un centro del sistema politico. Per arrivare in un secondo tempo a nuove alleanze e all’emarginazione delle ali estreme ora incluse in un bipartitismo finto.

La versione integrale dell’articolo è pubblicata nel numero 10 di Civiltà Socialista.

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