Per decenni le riserve d’oro sono rimaste nei caveau e nei bilanci delle banche centrali. Di recente, però, la Francia ha trasformato lingotti fermi in plusvalenza miliardaria. L’Italia, invece, continua a custodire l’oro come un simbolo e a trattarlo come leva fiscale solo quando è dei privati
La Banque de France ha venduto in meno di un anno 129 tonnellate d’oro, pari a circa il 5% delle proprie riserve — ovvero tutto l’oro custodito presso la Federal Reserve di New York — , riacquistando un ammontare equivalente in Europa, oggi custodito a Parigi. Presentata ufficialmente come un aggiornamento tecnico dei lingotti, l’operazione francese ha prodotto una plusvalenza di circa 12,8 miliardi e non solo. Ha riaperto il tema della custodia dell’oro sotto giurisdizione americana, tanto più in una fase in cui gli Stati Uniti, con Donald Trump alla guida, hanno reso imprevedibile il quadro occidentale, incluso il domani della Nato. Una questione che riguarda da vicino anche l’Italia, che continua a detenere una parte rilevante delle proprie riserve sotto giurisdizione americana.
IL RIMPATRIO “CONTABILE” DELL’ORO FRANCESE DA NEW YORK
La Banca di Francia, tra il 2025 e l’inizio del 2026, ha venduto l’oro custodito a New York per riacquistarlo in Europa. Il rimpatrio, più contabile che fisico, è stato ufficialmente motivato con l’esigenza di aggiornare l’arsenale aureo e adeguarlo agli standard della London Bullion Market Association. Questo perché i lingotti più vecchi spesso non sono allineati ai criteri richiesti oggi dai mercati internazionali, non solo per purezza — che deve essere almeno del 99,5% — ma anche per peso, forma e tracciabilità. E quando questi requisiti non sono rispettati, l’oro resta oro ma diventa meno liquido, ovvero più difficile da vendere. Eppure, dietro la motivazione tecnica si intravede anche altro. In questo momento custodire l’oro fuori casa, negli Stati Uniti, significa detenere un bene strategico sotto la loro giurisdizione, e quindi presupporre un certo grado di fiducia politica e istituzionale. Una fiducia che oggi appare meno scontata che in passato e che potrebbe aver pesato, più della plusvalenza, nelle scelte francesi.
L’ORO ITALIANO RESTA IN CANTINA
Se la Francia lo gestisce, l’Italia continua a tenere l’oro in cantina e, soprattutto, quasi per metà negli Stati Uniti. Con oltre 2.400 tonnellate, il nostro paese e’ tra i primi tre detentori al mondo. Di queste, circa il 45% delle riserve è in Italia, a Roma, e una quota analoga a New York; il restante e’ distribuito tra Svizzera e Regno Unito.
Nell’ultima legge di bilancio per il 2026, il governo Meloni ha introdotto un riferimento all’oro di Bankitalia come appartenente allo Stato “in nome del popolo italiano”. Con una formula dal valore evocativo ha voluto riaffermare la titolarità nazionale di un bene strategico, senza di fatto modificarne la natura giuridica né la disponibilità effettiva, che restano vincolate dai Trattati europei. Per questo, la stessa norma è stata accompagnata da un confronto con la BCE volto a ribadire che la gestione delle riserve resta nel perimetro della banca centrale e dell’Eurosistema, escludendone di fatto qualsiasi utilizzo per scopi di politica economica.
Un retroscena del Corriere aiuta però a chiarire la logica politica di questa mossa più simbolica che operatIva. In un dossier di Fratelli d’Italia sarebbe infatti emersa la preoccupazione che “soggetti privati, alcuni dei quali stranieri” potessero rivendicare diritti sulle riserve auree, e che la norma servisse anche a “blindare” quel patrimonio da quel rischio. Come ha osservato l’Espresso, la scelta di attribuire all’oro questo ruolo simbolico stride ancora di più se si considera che, dal 2024, e’ cambiato il regime fiscale per i privati. Ora in assenza di documentazione sul prezzo d’acquisto, la tassazione del 26% si applica sull’intero ricavato e non più su una quota forfetaria. Il risultato è che, in Italia, mentre l’oro pubblico viene proclamato bene nazionale che non si tocca, quello dei risparmiatori finisce soprattutto per fare cassa.


