La riforma della giustizia voluta dal ministro Nordio entra nella fase decisiva. Ecco cosa cambia e le ragioni del sì e del no
La riforma della giustizia proposta dal ministro Carlo Nordio sotto l’egida del Governo Meloni avanza. Mancano solo 200.000 firme sul sito del Ministero della Giustizia per raggiungere il quorum per arrivare alle urne. Tutte le ragioni del sì e del no.
LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA AVANZA
Il referendum sulla giustizia si avvicina. Sul sito del ministero della giustizia ha già totalizzato 300.000 firme su 500.000. Proprio per questo, alla conferenza di fine anno di venerdì scorso, la premier Giorgia meloni ha confermato che molto probabilmente si andrà alle urne il 22 e 23 marzo 2026 se si raggiunge il quorum entro il 30 gennaio. La riforma prevede la modifica degli articoli 87, 102, 104, 105, 106 e 107 della Costituzione. Attualmente magistrati e pubblici ministeri fanno parte di un unico CSM che include entrambe le carriere e gestisce incarichi e provvedimenti disciplinari con un direttorio interno eletto tra gli iscritti all’ordine. L’esame per diventare pm o magistrato è unico. La “fluidità”, ovvero il passaggio da una carriera all’altra, è concesso una sola volta nella vita e riguarda circa 50 persone l’anno. Con la riforma chi nasce giudice non può morire pm e viceversa. Attualmente l’elezione dei membri del Csm avviene integralmente per opera dei membri del consiglio stesso. Con la riforma, invece, la scelta avverrebbe in parte per elezione a sorteggio.
Inoltre, vengono creati due CSM distinti, uno per i magistrati e uno per i pm. Sopra di loro viene istituito un nuovo organo, la Corte Disciplinare, che si occupa dei procedimenti disciplinari che riguardano sia i giudici che i pubblici ministeri. A capo di questi organi ci sarebbe il presidente della repubblica (da qui l’ammenda all’articolo 87).
CHI DICE SÌ ALLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA
Il fronte del “sì” è trainato principalmente dal governo e dai partiti di centro-destra che lo sostengono ma è trasversale. Il PD ufficialmente è contrario, ma nella sinistra esiste un dibattito interno, con qualche voce che riconosce che la separazione delle carriere era un principio caro anche a esponenti progressisti in passato. Italia Viva si è astenuta su alcuni voti parlamentari ma è favorevole in linea di principio alla separazione delle carriere tra giudici e pm. L’obiettivo dichiarato della riforma è rafforzare imparzialità, neutralità e trasparenza dell’ordinamento giudiziario.
I fautori del sì sostengono che la separazione delle carriere tra PM e giudice possa aumentare la neutralità della Giustizia e ridurre i conflitti d’interesse. Inoltre, l’introduzione del sorteggio per parte dei membri nei Consigli Superiori della Magistratura limiterebbe le dinamiche di potere interne legate alle correnti e la politicizzazione della magistratura, secondo i fautori della modifica costituzionale.
CHI DICE NO E PERCHE’
I sostenitori del no alla riforma della giustizia spaziano dall’Anm ai giuristi cattolici a gruppi di civili, passando per Marco Travaglio fino al Nobel per la fisica Giorgio Parisi. Il fronte del no sostiene che la riforma sarà inutile e dispendiosa, poiché non porterebbe alcun miglioramento in termini di accelerazione di processi e non risolverebbe i problemi del sovraffollamento delle carceri della divisione delle carriere e della vetustà della macchina giudiziaria. Inoltre, secondo gli oppositori, la modifica costituzionale interesserebbe una manciata di persone protagoniste del cambio di carriera e non escluderebbe il rischio di conflitto d’interesse.
Al contrario, i fautori del no sottolineano il timore che la divisione del Csm in due organi risponda a una sorta di strategia “dividi et impera” volta ad indebolire in particolar modo i pubblici ministeri e renderli soggetti a pressioni politiche, asservendo la magistratura alla politica. Infatti, il sistema attuale è volto a bilanciare i poteri e a tenere la giustizia spuria da ingerenze del governo.


