Italia

Gli effetti della pandemia sulle relazioni internazionali

relazioni

Competenza, fiducia e nuova profondità in politica estera, le opportunità di ricostruzione dell’Italia dopo lo shock pandemico. L’analisi di Carmine de Vito

Metabolizzare la condizione di pericolo e convivere con le prescrizioni di protezione e distanziamento sociale, cercando soluzioni pratiche di normalità, è sicuramente il miglior approccio alla crisi. Il solo tentativo di adjustment del delta strutturale e tecnologico con i modelli coreano o cinese, in tempi deduttivi così stretti, sarebbe addirittura controproducente.

Su questo limes deve muoversi l’impegno del Governo nel monitorare tutte le fasi di tenuta e uscita dall’emergenza, assieme all’attenta protezione della dimensione economica nazionale, dei suoi mercati e degli asset strategici.

GLI EFFETTI DELLA PANDEMIA SULLE RELAZIONI INTERNAZIONALI – LA POST E DIVERSA GLOBALIZZAZIONE

Lo Shock pandemico ha denudato le contraddizioni nei rapporti internazionali, nelle relazioni di privilegio, nelle nuove strategie di espansione e potenza nel concerto dell’ormai post e diversa-globalizzazione.

La decisione del Governo italiano di chiedere, senza infingimenti, l’aiuto e il supporto della comunità internazionale è stata un’operazione non solo di onestà intellettuale, ma soprattutto di Discovery sulla reale affidabilità e consistenza dei classici schemi di relazione e di alleanza.

La tempesta pandemica ha hobbesianamente esasperato il confronto strisciante tra gli Stati, attualizzando nell’emergenza le concezioni dottrinal-realiste dell’utilitarismo ora ancor più libere in un contesto internazionale anarchico a-spaziale.

L’effetto Covid-19 sta procedendo ad una resetto-modulazione delle fasi di globalizzazione; il tutto in una ridefinizione delle distanze fisiche, politiche ed ideologiche tra attori più disponibili a schemi di confronto strategico bilaterali, svuotando di ulteriore credibilità e poteri il sistema delle organizzazioni sovranazionali.

Per Stephen M. Walt, professore di Relazioni internazionali all’Università di Harvard, “la pandemia rafforzerà lo Stato e rafforzerà il nazionalismo. I governi di tutti i tipi adotteranno misure di emergenza per gestire la crisi e molti saranno riluttanti a rinunciare a questi nuovi poteri quando la crisi sarà finita”.

Un rafforzamento del nazionalismo è anche previsto da John Ikenberry, professore di politica e affari internazionali all’Università di Princeton secondo cui “dati i danni economici e il collasso sociale in atto, non accadrà altro che un rafforzamento del movimento verso nazionalismo, rivalità delle grandi potenze e disaccoppiamento strategico”.

Tendenze oggettivamente riscontrabili ma non assolutamente univoche perché la transizione di una crisi tanto “irreale” può dar corso a dinamiche di aggregazione e d’interesse di natura teleologica, o con una migliore espressione su un risultato win win, specie se il tema o l’obiettivo viene richiamato con pertinenti azioni di soft power: ricerca medica e scientifica, collaborazione tecnologica e il recupero di storie e culture comuni.

Il primo obiettivo deve essere il rapido recupero della lucidità d’analisi poi d’azione dopo l’onda d’urto della paura e soprattutto lo scotto delle vulnerabilità strutturali emerse.

IBRIDIZZAZIONE DEL CONFLITTO E LE OPPORTUNITÀ

La pandemia costituirà uno shock di sistema con effetti asimmetrici con conseguenze e risposte dipendenti in gran misura dalla capacità degli Stati di riorganizzarsi con le proprie risorse, proteggersi e con molta serietà inter-legĕre i nuovi e convenienti spazi d’azione.

Con molto acume Marco Maiolino su ITSTIME ha collocato il processo pandemico come un ulteriore elemento di ibridizzazione del conflitto che caratterizza la realtà contemporanea; la minaccia permane e allo stesso tempo materializza finestre di opportunità sfruttabili dagli attori in campo.

Le manifestazioni di soccorso e aiuto all’Italia da parte di Cina, Russia, Cuba e Albania, straordinarie sotto l’aspetto emozionale, sono, ovviamente, producenti azioni di soft-power tese a rimuovere l’antico velo straussiano della nobile menzogna, ma allo stesso tempo se ben coordinate e gestite, possono rispondere all’esigenza di nuova profondità della politica estera italiana in America Latina, in Africa e nell’area Mediterraneo-Medioriente.

La collaborazione con Cuba sul campo medico e di relazione rimetterebbe il nostro paese tra gli attori di privilegio in America Latina e in Africa; con Argentina e Messico soprattutto, interessante nuovo asse strategico e con la Repubblica Sudafricana e i paesi del cono sudafricano.

Immaginare una sede in Lombardia dell’ELAM (Scuola Latino-Americana di Medicina), l’istituto che ha formato tantissimi medici in America latina e nei paesi in via di sviluppo, sarebbe non solo un sano gesto di gratitudine, soprattutto l’opportunità per il sistema-Italia di ritagliarsi un ruolo di garanzia e patrocinio su mercati fondamentali per la riconversione del modello di sviluppo.

Abolire la Legge “Gelmini”, un mostro giuridico medievale che di fatto ha bloccato i corsi di dottorato di ricerca e tutte le sinergie internazionali su un tema estremamente strategico.

Con la Russia la partnership più significativa potrebbe spiegarsi sull’area turbolenta del mediterraneo dove le spinte egemoniche panturchiste di Erdogan minano la storica posizione d’interesse italiana e tutto affaire energetico.

La Cina da una posizione di svantaggio, topos simbolico di causa e inizio del male, sta intelligentemente ribaltando la percezione della sua immagine internazionale, imponendosi come leader mondiale sulla condivisione di pratiche, mezzi e risorse, utilizzando al meglio la percezione e l’attività troll sul cinismo dei paesi amici.

È presumibile che la mastodontica Belt and Road Initiative (BRI), cavallo di battaglia della politica estera del governo cinese, si trasformi un nuovo progetto e spazio di collaborazione post-bellico, sfruttando il vuoto di leadership che per sua natura il trumpismo non può esprimere.

Gli aiuti del governo albanese comunicati in italiano dal premier Edi Rama mostrano quanto sia coinvolgente e significativa la cultura e presenza italiana nel sud dei Balcani, strategico corridoio est-ovest.

L’ITALIA E GLI STRUMENTI DI RICOSTRUZIONE

Tutto questo senza in alcun modo mettere in discussione la ragione fondante dell’appartenenza dell’Italia allo spirito europeo e atlantico e, soprattutto l’amicizia leale con gli Stati Uniti che avrebbero tutto l’interesse a recuperare un alleato angolare, lucido e competente.

Interesse ancora più evidente nella progressiva congiunzione tra la crisi siriana e quella libica dove un domino di impotenza e il disimpegno distonico della Turchia all’alleanza, ha di fatto espunto Washington dalla partita siriana e ora anche libica.

Ogni shock muove per definizione lo stato delle cose presenti enfatizzando il conflitto ibrido che caratterizza la realtà contemporanea; con questa cruda consapevolezza, L’Italia ha il dovere, con le sue migliori tradizioni culturali, di scorgere le opportunità di avanzamento strategico e ritrovare nella competenza, nella fiducia e nella profondità in politica estera, i preziosi strumenti di ricostruzione.

 

 

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