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Il MUR sotto Bernini: il bilancio del 2025

Il 2025 del Ministero dell’Università e della Ricerca, guidato da Anna Maria Bernini, è stato un anno intenso, segnato da riforme strutturali e ambiziose. Dal semestre aperto nelle facoltà di Medicina alla proposta di riforma dell’ANVUR, passando per il ridisegno del reclutamento di docenti e ricercatori e per una rinnovata e più robusta ripartizione del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO). Vale allora la pena ripercorrere i principali passi compiuti dal MUR nel 2025 e interrogarsi su quali nodi restino aperti nel 2026

Per il 2025 il fondo destinato ad università e ricerca e’ salito a 9,4 miliardi di euro, la cifra più alta mai raggiunta, con un incremento di circa 336 milioni rispetto al 2024. La ministra Bernini ha rivendicato la scelta come un segnale politico chiaro: “Un Paese che crede nel futuro investe nell’Università e nella Ricerca, perché è questa la strada della crescita”. Un’affermazione difficilmente contestabile. D’altronde, abbattere le rigidità storiche del sistema universitario italiano e accrescerne competitività e inclusione, in una fase di trasformazione accelerata, non è una sfida da poco. E senza i fondi necessari sarebbe ancor più difficile. Eppure, accanto agli annunci e agli investimenti, le criticità sollevate da rettori e studenti raccontano un’altra storia: riforme complesse che faticano a tradursi in cambiamento concreto. Un percorso ancora lungo e tortuoso che richiederebbe maggiore ascolto delle voci dal basso. Anche perché liquidare il dissenso come semplice rumore ideologico — come accaduto sul palco di Atreju — rischia di produrre più imbarazzo che consenso, soprattutto per chi guida il dicastero dell’Università e della Ricerca.

RIFORMA DELL’ACCESSO AI CORSI DI LAUREA IN MEDICINA, ODONTOIATRIA E VETERINARIA

Protagonista indiscussa del 2025 è stata la riforma dell’accesso ai corsi di laurea in Medicina, Odontoiatria e Veterinaria. Con il decreto firmato dalla ministra Bernini a giugno, sono stati aboliti i tradizionali test a crocette e introdotto un accesso iniziale aperto a tutti, segnando una discontinuità netta con il sistema selettivo precedente.

Il nuovo impianto prevede un “semestre aperto” di attività formative comuni, al termine del quale gli studenti devono sostenere tre esami di base: chimica, fisica e biologia. Il superamento delle prove consente l’inserimento in una graduatoria nazionale che determina l’accesso al secondo semestre. Chi non supera gli esami di base, o li supera solo parzialmente, può utilizzare i crediti acquisiti per iscriversi a corsi di laurea affini, replicando in parte un meccanismo già presente, ma spostando in avanti il momento della selezione. Il primo semestre aperto si concluderà il 28 febbraio 2026, diventando così il vero banco di prova della riforma.

Fin dall’avvio, però, il nuovo modello ha mostrato criticità operative. Il Consiglio nazionale degli studenti universitari (CNSU) ha definito la riforma una “falsa soluzione”, denunciando l’impreparazione di molti atenei di fronte alla mole di iscritti. A rimetterci è stata soprattutto la didattica, spesso inadeguata sul piano strutturale e organizzativo, con aule sovraffollate e carichi formativi non proporzionati alla platea. 

A questo si sono aggiunte difficoltà nell’attuazione delle misure di diritto allo studio. Il decreto ministeriale che avrebbe dovuto garantire l’accesso a residenze universitarie, mense agevolate e borse di studio già durante il semestre aperto — in particolare per gli studenti provenienti da famiglie a basso reddito — si è scontrato con forti diseguaglianze territoriali. Pur con il parere favorevole della Conferenza Stato-Regioni, infatti, l’effettiva erogazione dei servizi è dipesa in larga parte dalle capacità amministrative locali, alimentando dubbi sulla reale portata inclusiva della riforma.

Di fronte alle contestazione, la ministra ha finalmente aperto un tavolo di confronto permanente per valutare correttivi, tra cui la possibile riduzione dei programmi d’esame e un maggiore investimento sulla didattica. Resta però una linea rossa: il ritorno ai test tradizionali è escluso. La sfida, ora, è evitare che l’abolizione della selezione iniziale si traduca semplicemente in una selezione posticipata, più costosa in termini sociali e più opaca nei suoi effetti.

RIFORMA DEL RECLUTAMENTO ACCADEMICO: VERSO MAGGIORE FLESSIBILITÀ O PIÙ LOCALISMO?

Il 19 maggio 2025 il Consiglio dei Ministri ha approvato uno schema di disegno di legge , su proposta della ministra Bernini, per riformare il reclutamento, la valutazione e l’accesso dei docenti e dei ricercatori universitari, superando l’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN). L’obiettivo dichiarato e’ snellire un meccanismo oramai elefantico, restituendo centralità alle università nella selezione del personale accademico. Il nuovo modello affida infatti la scelta ai singoli atenei attraverso commissioni composte da membri interni ed esterni sorteggiati a livello nazionale. Il tutto con il supporto di una piattaforma ministeriale per la verifica dei requisiti minimi di qualificazione scientifica. 

La riforma proposta, tuttavia, ha sollevato perplessità nel mondo accademico. Il superamento dell’ASN viene letto da molti come un arretramento delle garanzie di omogeneità e comparabilità, con il rischio che la selezione sia eccessivamente affidata ai singoli atenei, aprendo spazi a pratiche localistiche e diseguaglianze tra settori scientifici. Come ha osservato il manifesto, il nuovo impianto potrebbe “aumentare il localismo e ridurre strumenti di merito consolidati, senza introdurre prove didattiche per valutare la capacità di insegnare”. Insomma, la riforma interviene sui meccanismi di selezione senza affrontare in modo organico i temi della mobilità accademica, della valutazione della ricerca e dell’allineamento effettivo agli standard europei. Con il rischio che la promessa di semplificazione si traduca solo in una minore trasparenza del sistema e in un divario ancora più marcato tra atenei “forti” e “periferici”.

LA RIFORMA DELL’ANVUR 

Tra le misure più discusse c’è anche la revisione della governance dell’ANVUR, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca. La riforma mira ad ampliare il raggio d’azione dell’Agenzia, includendo strutture AFAM (Accademie di belle arti, Conservatori, istituti di danza e teatro) e enti di ricerca privati finanziati con fondi pubblici, oltre ad aprire alla possibilità di operare anche a livello internazionale.

Il cambiamento più controverso riguarda il meccanismo di nomina del Presidente, che passa sotto un controllo più diretto del Ministero con un parere parlamentare non vincolante, insieme alla riduzione dei membri del Consiglio direttivo e del Comitato consultivo.Una scelta che riduce pluralismo e rappresentanza interna, rafforzando una governance più verticale.

La riforma autorizza inoltre l’ANVUR a intervenire sui contenuti della didattica universitaria, con un modello che richiama le prove Invalsi, aumentando il rischio di standardizzazione e omologazione dell’offerta formativa. In sintesi, sebbene l’intervento sia presentato come un passo verso maggiore qualità e internazionalizzazione, resta il timore che autonomia tecnica e libertà accademica vengano progressivamente subordinate a logiche di governo e di performance, con ricadute dirette sulla didattica e sulla distribuzione delle risorse.

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