Aumentare la spesa per le armi? Per l’Italia potrebbe rivelarsi un pessimo affare, non soltanto per i conti pubblici ma anche per crescita e occupazione. Ecco perchè
L’Italia potrebbe non trarre alcun beneficio economico dal riarmo. E’ la tesi dell’analisi pubblicata oggi da Il Fatto Quotidiano, che prende le mosse dallo studio presentato nei giorni scorsi da Philip Lane, membro del Comitato esecutivo della Bce ed ex governatore della Banca d’Irlanda.
Il punto è semplice: la spesa militare non produce gli stessi effetti in tutti i Paesi. E quelli che partono con un debito elevato e una forte dipendenza dall’importazione di armamenti, come l’Italia, rischiano di ricavarne molto meno.
IL PROBLEMA È IL DEBITO
L’Italia ha poco spazio fiscale e un debito pubblico tra i più alti dell’eurozona: nei Paesi con margini di bilancio ridotti il moltiplicatore della spesa militare tende a essere molto basso o addirittura nullo.
Il motivo è abbastanza intuitivo: se il riarmo viene finanziato aumentando il deficit, crescono il fabbisogno di finanziamento e il rischio di un aumento dei tassi. Il risultato può essere che il maggior costo per rifinanziare il debito si mangi buona parte dell’effetto espansivo della nuova spesa.
È una dinamica che le istituzioni europee stanno osservando con attenzione. Anche il Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM), nel rapporto pubblicato ad agosto, sottolinea che l’aumento della spesa per la difesa comporta costi fiscali significativi per i Paesi con debito elevato e che il beneficio sulla crescita dipende dalla capacità di trasformare la spesa militare in maggiore produttività.
E POI CI SONO LE ARMI COMPRATE ALL’ESTERO
Per l’Italia c’è però un secondo problema, forse ancora più concreto: una parte dei soldi destinati al riarmo rischia semplicemente di uscire dal Paese.
Nei modelli considerati, aumentando fortemente la quota di armamenti acquistati dall’estero, il moltiplicatore del Pil si riduce drasticamente: da circa 0,8 a 0,3.
In altre parole, per ogni euro di maggiore spesa militare, una parte consistente non diventa produzione, salari o investimenti italiani: finisce a pagare fornitori stranieri.
Secondo i dati riportati nell’analisi, le imprese europee della difesa acquistano oltre la metà delle proprie forniture da fornitori extra-Ue (Usa) e una quota molto elevata delle loro controllate è localizzata all’estero (il 59,1%). Il rischio è dunque che il grande piano europeo di riarmo produca una domanda industriale soprattutto fuori dall’Europa.
LA CRESCITA E L’OCCUPAZIONE NON SONO GARANTITE
C’è poi il capitolo del lavoro. Anche qui l’effetto dell’aumento della spesa militare sarebbe contenuto. L’industria della difesa è distribuita in maniera molto disomogenea sul territorio italiano: il Nord-Ovest presenta livelli di produttività superiori alla media, mentre Sud e Isole sono più indietro. Il rischio, quindi, è che il riarmo accentui anziché ridurre i divari territoriali.
E c’è un altro dettaglio tutt’altro che secondario: i tempi di consegna degli armamenti possono arrivare a quattro o cinque anni. Quindi anche nel caso in cui la nuova spesa produca effetti sull’economia reale, non necessariamente li produce subito.
L’ALTERNATIVA: IL RIARMO COME POLITICA INDUSTRIALE
L’ESM sostiene però che la spesa militare può avere ricadute economiche più significative quando finanzia ricerca, sviluppo, innovazione e capacità produttiva europea. In questo caso il riarmo può generare effetti sulla produttività e ridurre nel tempo il suo costo fiscale.
Ma è una cosa diversa dal semplice acquisto di armamenti; se i miliardi servono soprattutto a comprare armi dall’estero, con debito e senza significative ricadute industriali, il riarmo rischia di essere un pessimo affare per crescita e conti pubblici. Se invece una quota consistente viene trasformata in ricerca, tecnologia e produzione nazionale ed europea, il risultato può cambiare.

