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Favero

La crisi in Medio Oriente minaccia il Veneto: parla Favero (PD)

La guerra in Medio Oriente minaccia il centro produttivo del Veneto. La risposta non sono le trivellazioni, ma le rinnovabili. E una svolta su Rovigo può cambiare l’inerzia politica in Veneto. L’intervista a Matteo Favero, responsabile ambiente e infrastrutture del Pd Veneto e commissario del Pd di Rovigo

Il conflitto in Medio Oriente torna a minacciare i mercati dell’energia. L’Italia rischia davvero di restare a corto di gas? Le autorità del Qatar hanno confermato le consegne di GNL per marzo, regalando una boccata d’aria al rigassificatore di Rovigo.

Tuttavia, l’instabilità geopolitica continua a pesare sui prezzi e alimenta il timore di una nuova spinta inflazionistica. “La politica estera statunitense mira a contare in aree del mondo in cui sono presenti riserve di idrocarburi e altre terre rare. La strada maestra dell’indipendenza europea è data solo dalle rinnovabili”, spiega Matteo Favero, responsabile ambiente e infrastrutture del Pd Veneto nell’intervista rilasciata a Policy Maker, sottolineando il suo no alle trivellazioni nel Mar Adriatico: un investimento non conveniente e rischioso per il Polesine. Un territorio che, secondo il neocommissario del Pd di Rovigo, può diventare la roccaforte del Partito Democratico e la chiave di volta per la riconquista del Veneto alla fine del mandato Stefani, rilanciando una Regione che resta una “Cenerentola dal punto di vista infrastrutturale”, nonostante i 14 miliardi di euro del Pnrr e gli investimenti legati alle Olimpiadi Milano-Cortina.

Il conflitto in Medio Oriente rischia di lasciarci a corto di gas? Quali effetti avrà sulle tasche degli italiani e quando saranno tangibili?

Le Autorità qatarine hanno al momento confermato le consegne di marzo. È evidente che le presenti tensioni geopolitiche creano instabilità che ha un effetto sui prezzi energetici. Questo comporta un aumento della spirale inflattiva, tra cui l’aumento dei costi per famiglie e imprese. L’Italia ha perso tempo nel percorso di indipendenza energetica per colpa di una pianificazione molto farraginosa.

Basti pensare che il Rapporto sulle Rinnovabili alla Camera che racchiude gli indirizzi normativi e le procedure burocratiche è di circa sessanta pagine, non immagino come possa fare una persona a districarsi dal punto di vista autorizzativo. Regioni e Comuni non devono essere lasciati solo perché poi si innescano una serie di problematiche locali. Abbiamo un dl Aree Idonee ancora in costruzione e un dl Bollette il cui effetto è scaduto ancora prima di essere approvato.

L’Ue e l’Italia rischiano di essere sempre più dipendenti dall’energia statunitense?

La politica estera statunitense mira – senza alcun dubbio – a contare in aree del mondo in cui sono presenti riserve di idrocarburi e altre terre rare. Anche in contrapposizione alla Cina. Aumentando gli idrocarburi aumentano il valore strategico delle crisi internazionali.

La strada maestra dell’indipendenza europea è data solo dalle rinnovabili. Prima o poi le fossili finiranno, e nel frattempo sarà sempre più difficile farle arrivare a prezzi convenienti perché sotto l’effetto di variabili non prevedibili, minacciando la sopravvivenza della manifattura europea, e ugualmente a livello nazionale e locale l’Italia e il Veneto. A sostegno di questo va detto che gli asset dei grandi fondi internazionali confermano la bontà del sostegno alle rinnovabili perché non vogliono scommettere su tecnologie che appartengono ormai al passato.

Restando in tema di gas, la richiesta dello stop alle trivellazioni nel Delta del Po è condivisa da diversi partiti. Perché?

Alcuni partiti parlano con una lingua biforcuta, a Roma dicono una cosa in Veneto un’altra. Ci sono esponenti importanti come la sindaca di Rovigo che traccheggiano, mentre gli amministratori locali tutti sono per il no. Nel Mar Adriatico c’è poco petrolio, più o meno l’equivalente del consumo italiano di un anno, se dovessimo quindi guardare ai costi/benefici questo non è un buon investimento. C’è poi il tema della subsidenza, perché creerebbe un sensibile abbassamento dei suoli, mettendo a rischio l’esistenza stessa del Polesine. I consorzi di bonifica nel Polesine affrontano spese energetiche enormi, stimate in circa 6 milioni di euro l’anno per il solo funzionamento degli impianti idrovori necessari a mantenere il territorio all’asciutto. C’è una questione di sicurezza geologica che le tecnologie attuali non possono garantire.

Si legge che il Consigliere della Lega Corazzari ha detto che lavorerà a una legge regionale che estenda la tutela ambientale a tutto il Polesine, bloccando le attività estrattive e istituendo un sistema permanente di monitoraggio sugli impatti ambientali e socioeconomici delle attività energetiche. La proposta normativa potrebbe trovare d’accordo anche il Pd?

Un primo quadro normativo di tutela del Polesine esiste già ed è stata fatta sin dai tempi del consigliere regionale Ivo Rossi, con il Parco del Delta, poi c’è il PITESAI e la legge nazionale a tutela del Golfo di Venezia. Riguardo la proposta di Corazzari, il consigliere dovrebbe telefonare a al segretario della Lega, Matteo Salvini, perché mi sembra che abbiano vedute differenti sul tema delle trivellazioni.

Il 2026 è l’anno della verità per i cantieri PNRR (oltre 14 miliardi in Veneto). Qual è il giudizio sulla capacità di messa a terra della Regione e quali opere sono ormai fuori tempo massimo o non più strategiche?

Voglio essere molto chiaro. Il PNRR è un piano di performance, non di spesa. Il Veneto è la seconda Regione per progressione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Un risultato raggiunto a nonostante la politica, grazie al lavoro di bravissimi amministratori locali che hanno iniziato a lavorare sul PNRR. La vecchia Giunta Zaia pensava perfino che si potessero costruire nuove strade o autostrade con il PNRR. Dal punto di vista infrastrutturale, il Veneto è una Cenerentola. La linea AV non prosegue verso est, un errore madornale e sarà conclusa in ritardo. La ferrovia che collega il Polesine è nata a fine ‘800. Questo limita l’accesso dei competitor, ad esempio francesi. Investire in infrastrutture sostenibili come il ferro porta benefici direttamente per le tasche dei cittadini.

Al di là dell’evento, quale ‘legacy’ infrastrutturale e ambientale lasceranno davvero le Olimpiadi Milano- Cortina al Veneto secondo il PD? Il bilancio costi-benefici è ancora in attivo?

Le Olimpiadi sono state sicuramente una kermesse importante. Tuttavia, se dobbiamo guardare al dossier Olimpiadi – che contemplava un focus determinante sulla sostenibilità – gli obiettivi sul fronte della sostenibilità sono stati perlopiù disattesi. Cosa rimane dopo le Olimpiadi? Il bilancio sul fronte dei servizi lasciati al territorio, il collegamento con le aree interne, lo sviluppo delle ferrovie che possano collegare le Dolomiti con le valle è de facto negativo. Anzi, rischiamo perfino che non ci sia più un collegamento ferroviario per la montagna. Siamo stati fortunati che il meteo ha aiutato, altrimenti avremmo dovuto ricorrere a quantità maggiori di neve artificiale, con un impatto importante in termini di spesa e consumo di acqua. L’aumento della temperatura di 2,3 gradi getta un’ombra sulla gestione dell’acqua, perché porta di nuovo al centro il tema di preservare l’acqua e gestire gli eventi climatici estremi.

Le nomine dei Direttori Generali delle ULSS sono da sempre un nervo scoperto. Il PD ha pronto un piano per de-politicizzare la gestione della sanità veneta, magari attraverso un comitato tecnico indipendente per la selezione dei vertici?

Non contesto i profili dei Direttori Generali nominati, ma credo fortemente nella proposta di Giovanni Manildo nata peraltro già durante la sua campagna elettorale che mira alla difesa della sanità pubblica e al riconoscimento del valore degli operatori sanitari e delle tante professionalità a cura della salute dei veneti. Credo poi che la proposta di coinvolgere alti profili manageriali in Sanità, lavorando insieme al Consiglio regionale e alle minoranze, possa essere una via transitoria per arrivare poi a esclusive scelte tecniche manageriali.

Parliamo di Rovigo. Quali sono gli obiettivi principali che si pone di raggiungere con il commissariamento? Il Polesine è al centro di discussioni su logistica e Zone Economiche Speciali. Qual è la visione del PD sulla gestione dei fondi PNRR in provincia di Rovigo? C’è il rischio che la frammentazione politica locale rallenti i progetti?

Riguardo la logistica, gli obiettivi sono mettere al centro le potenzialità di questo territorio, che sono tantissime dal punto di vista agricolo, del turismo e di alcune eccellenze in manifattura: distretto della termoidraulica e della giostra in primis. Il Polesine è un luogo di cesura tra la Pianura Padana e il cuore produttivo dell’Emilia-Romagna. L’obiettivo è rigenerare la comunità democratica allargando il perimetro a quanti si riconoscono nel centro-sinistra. Questa terra, quella di Matteotti, può tornare a vedere un centrosinistra protagonista, contribuendo a portare il Pd al Governo della Regione alla scadenza del mandato Stefani. Dalla nomina a commissario ho riscontrato tanta energia e disponibilità da parte di tutte le anime del Partito Democratico.

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