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La grande incognita dell’astensionismo

Alle elezioni del 25 settembre il grande vincitore potrebbe essere l’astensionismo. Fatti, numeri e previsioni

E’ partita – ufficiosamente – la prima campagna elettorale italiana lampo e digitale. Ma sul voto del 25 settembre spunta la grande incognita: l’astensionismo.

I numeri del fenomeno

Nicola Piepoli parla di un 3% di diminuzione dell’affluenza, in linea con le tendenze europee, facendo una sola riserva: cioè il possibile risveglio del ‘popolo del centro-sinistra‘ per arginare la vittoria già assegnata sulla carta al centro-destra. Renato Mannheimer vede invece nel crollo delle illusioni dell’elettorato dei Cinquestelle la fonte maggiore dell’astensionismo a fine settembre. Pari al movimento di fuga di una parte dei dirigenti e parlamentari del partito che vinse con il 33% le elezioni nel 2018.

Maurizio Pezzato guarda ai dati delle ultime amministrative: uno su due non ha votato e stima un calo di affluenza rispetto al 2018, ma non un tracollo.
Federico Benini (Winpoll) -come scrive ‘Domani‘- parla di debole e ininfluente partecipazione giovanile, mentre Antonio Noto spiega: «I partiti fanno più ricorso alla tattica che ai contenuti.

Candidano i giovani, pensando di ottenerne il consenso, ma non cercano di intercettarli con gli argomenti». Ed è ancora ‘Domani‘ (Giovanna Faggionato, 6 agosto) a ricordare meritoriamente il milione e mezzo di giovani ‘italiani’ che la burocrazia tiene appesi non dando loro ancora la cittadinanza e quindi il voto.

Anche Il Sole 24 Ore entra nel dibattito sulle previsioni concentrandosi (Riccardo Saporiti, 5 agosto) sulle rimescolate e per certi versi sconvolte attitudini dell’ex-elettorato Cinquestelle: il 41,8% di quegli ex-elettori conferma la fiducia, il 10,5% andrà in dichiarata astensione, l’11,7% darà il voto al PD, mentre poco meno, cioè l’11,4% andrà dall’altra parte, votando FdI. Allo scissionista Luigi Di Maio andrà il 10,7% di quel voto. Il 14,4% non sa ancora come comportarsi, ma nessuno esprime intenzioni verso la Lega.

Astensionismo grande vincitore?

Riccardo Grassi, direttore di ricerca dell’istituto Swg, ha rilasciato a Moked un’ intervista proprio sui rischi dell’astensionismo che parte da una valutazione generale: “La grande sfida che accomuna tutti i partiti: riacquistare fiducia in un elettorato sempre più distante e meno propenso a partecipare”. Poi un’osservazione non scontata nel dibattito in corso: “Sempre sull’onda della caduta dell’esecutivo, gli italiani stanno premiando i partiti che hanno tenuto una rotta, sia a favore che contro, mentre stanno punendo quelli che hanno cambiato atteggiamento in corso d’opera”.

E infine l’argomento specifico: “L’astensionismo comunque rischia di essere il grande vincitore di queste elezioni”.

“Nonostante votare in Italia sia un dovere civico, sempre più persone decidono di non partecipare. Anche nei Paesi in cui questo dovere è stato formalmente impostato come obbligo, il partito del non voto è in crescita. Nel resto dell’Unione europea, sia nelle elezioni che coinvolgono tutto l’elettorato (come quelle per il Parlamento europeo), che in quelle locali, i numeri sono in linea con quelli del nostro Paese, se non addirittura peggio. La notizia, dunque, non è tanto il basso livello di partecipazione, ma la ragione per cui gli italiani decidono di non votare. Il calo dei numeri è coinciso con lo scandalo Tangentopoli e l’inizio della seconda repubblica. Fino all’inizio degli anni ‘90 il tasso di partecipazione era poco sotto il 90% (nel 1992 votò l’87,35%), nel 1996 si è scesi all’82,80%, fino ad arrivare al punto minimo per un’elezione politica nel 2013, quando andò alle urne solo il 75,20% degli elettori”, si legge su Openpolis.

Astensionismo ed Italia

Per capire l’evoluzione comparativa dell’astensionismo in Italia sarà utile ricordare che l’Italia è posizionata in Europa (rispetto alle elezioni per il PE) al quinto posto per astensionismo tra i 27 membri, dopo Belgio, Lussemburgo, Malta e Grecia. La previsione tecnica circa l’astensionismo resta in una forbice fluida che va dal 35 al 45 per cento. La possibilità di contenere o di espandere viene individuata nel rapporto con l’elettorato giovanile -con fattori di motivazione a votare e a non votare che vengono segnalati- su cui qualche riconsiderazione può essere fatta in corso d’opera.
Sempre ricordando che per il diritto parlamentare l’astensionismo non è un crimine nel senso che«gli astenuti risultano presenti durante la votazione ma non si esprimono».
Su queste basi Osservatorio sulla comunicazione pubblica dell’Università IULM di Milano -a fronte del campione di elettorato rappresentato dai propri studenti, tutti in fascia votante e alcuni per la prima volta- ha reputato di avviare una ricognizione sugli aspetti tecnico-previsionali (più sopra indicati in linea di massima) per prospettare nella prima parte di settembre agli studenti un’analisi del tema e per promuovere un’ultima più ragionata argomentazione attorno al diritto-dovere civico del voto.

Nuovi equilibri e percentuali

Nodo astensionismo a parte, l’Istituto Cattaneo disegna le nuove Camere sulla base del voto delle Europee 2019, della media dei sondaggi pubblicati tra la seconda settimana di luglio e la prima di agosto, e nel caso di Renzi-Calenda, delle intenzioni di voto espresse nei primi 4 mesi del 2022.

Le ipotesi di partenza attribuiscono al centrosinistra il 30%, alla lista Iv-Azione il 6%, ai tre partiti di centrodestra (FdI, Lega, FI) avrebbero il 46%, al M5S poco meno dell’11 per cento. I collegi “sicuri” per il centrosinistra, naturalmente, rimangono sempre (più) confinati in una parte della ex zona rossa (Emilia-Romagna, Toscana) e nelle grandi città (Milano, Torino, Genova, Roma, Napoli). Rispetto alla stima precedente, il centrodestra conquisterebbe 19 collegi uninominali in più a Montecitorio e 9 seggi in più a Palazzo Madama, arrivando al 61% dei seggi complessivi nel primo caso e al 64% nel secondo.

La Camera sarebbe composta così da 245 deputati del centrodestra, 107 del centrosinistra, 27 del Movimento 5 Stelle, 16 di Iv-Azione, 3 di Svp, 2 altri. Il Senato sarebbe composto da 127 senatori di centrodestra, 51 di centrosinistra, 12 del M5S, 7 di Iv-Azione, 2 di Svp e 1 altri.

Sulla base dei dati attualmente disponibili appare del tutto improbabile che il centrodestra possa conquistare i due terzi dei seggi. “Rispetto all’equilibrio che emerge da questa stima, i margini di crescita sulla quota proporzionale appaiono risicati. Anche assumendo, come avevamo implicitamente fatto nella stima precedente (senza Iv-Azione, ndr) che i parlamentari eletti in liste indipendenti della ripartizione dell’America meridionale aderiscano al centrodestra, il centrodestra dovrebbe conquistare altri 6 collegi uninominali del Senato (tra i 9 che le stime del Cattaneo ancora assegnano al centrosinistra) e, soprattutto, 20 collegi in più alla Camera (tra i 23 che le stime dell’Istituto ancora assegnano al centrosinistra)”, chiarisce il Cattaneo.

In pratica, il centrosinistra dovrebbe perdere nei collegi di Prato, Grosseto, nel primo municipio di Genova, ma anche in tutti e tre i collegi del centro di Milano, a Napoli-Fuorigrotta e Napoli-San Carlo, nel I e II municipio di Roma, a Imola, Ravenna, Carpi, Reggio Emilia, Modena (in tutti questi posti), conservando solo 3 collegi (verosimilmente: Firenze, Bologna, Scandicci).

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