Italia

La tecnica non può dare felicità all’uomo. Parola del Prof Severino

In occasione del 90esimo compleanno del Professor Emanuele Severino, uno dei maggiori e più importanti pensatori contemporanei, abbiamo il piacere di pubblicare una sua intervista per l’edizione cartacea di Start Magazine

L’uomo contemporaneo si trova oggi a fare i conti con la complessità della realtà e, allo stesso tempo, con la ricerca di senso e di verità. Abbiamo svanito il concetto di verità assolute, ormai da almeno due secoli. Viviamo un’epoca di benessere e di forti disuguaglianze, come mai prima nella storia dell’umanità. Temi come il dominio della tecnologia, il progresso delle scienze, l’intelligenza artificiale sono manifestazioni di un progresso inarrestabile, in cui siamo tutti immersi, ricchi e poveri, Nord e Sud del mondo, bianchi e neri, occidentali e orientali. Di questo abbiamo voluto parlare con il Professor Emanuele Severino, uno dei maggiori e più importanti pensatori contemporanei. Severino è stato allievo di Gustavo Bontadini (corrente della Neoscolastica) all’Università Cattolica di Milano, dove ha iniziato ad insegnare nel 1962, e da dove – a seguito della pubblicazione del libro Ritornare a Parmenide – fu allontanato. Professore emerito di Filosofia Teoretica all’Università di Venezia, accademico dei Lincei, ha pubblicato numerosi libri, tra questi La struttura originaria, Essenza del nichilismo, Pensieri sul Cristianesimo. Severino ha accettato di rispondere alle nostre domande.

Professor Severino, Lei a lungo si è soffermato sulla potenza e il dominio della tecnica al pari della scienza moderna e dell’etica, tutte orientate a trasformare la vita dell’uomo verso una qualche finalità. Perché l’Occidente secondo Lei si è svuotato di senso attraverso tecnica, scienza ed etica?

Ciò che chiamiamo “Occidente” è la civiltà cresciuta all’interno delle forme di pensiero e di azione che tra il sesto e il quarto secolo avanti Cristo sono state portate alla luce dal pensiero filosofico, in Grecia. Platone definisce la tecnica nel modo più ampio e pertanto più comprensivo: essa è un tipo di produzione, e la produzione è la potenza che fa passare le cose dal loro non essere al loro essere (e viceversa, dato che anche la distruzione è una forma di produzione). Anche l’etica è una forma di produzione. Intende produrre il “bene” e distruggere il male. E la scienza moderna intende scoprire le leggi secondo le quali le cose (eventi, fenomeni) passano dal loro non essere al loro essere e viceversa. L’Occidente non si è svuotato di senso attraverso tecnica, scienza ed etica, ma è lo sviluppo coerente del senso che la filosofia ha dato alla produzione. Si enfatizza l’influsso della scienza sulla filosofia (certo esistente). Ma si è ciechi di fronte all’influsso che la filosofia ha sempre avuto sulla scienza e anzi sull’intera storia dell’uomo occidentale. Amo dire: silenzioso, questo influsso, ma profondo – come la circolazione sanguigna. L’etica per stabilire il suo dominio deve essere comunicata e ha bisogno di reti informatiche sempre più sofisticate. La tecnologia è il cuore pulsante, oggi, della comunicazione dell’etica e fa parte della vita dell’uomo contemporaneo.

Perché pensa che questo snaturi l’uomo stesso?

La tradizione dell’Occidente considera l’etica come l’agire umano che è conforme non a opinioni discutibili, ma alla verità, a come stanno veramente le cose. Ma da due secoli il concetto di “verità” è andato incontro a una crisi profonda. Il prevalere della tecnica non è la causa, ma la conseguenza di questa crisi. La tecnica può portare al tramonto l’etica tradizionale solo perché è il sapere filosofico del nostro tempo (e non quello tecno-scientifico) a poter mettere in questione i valori del passato, che hanno un fondamento innanzitutto filosofico. L’etica diventa una pluralità di etiche tra loro in lotta: etica cristiana, capitalistica, comunista, etica dello Stato totalitario, etica democratica, eccetera. A partire dal secolo scorso le forze che guidano queste diverse ed opposte forme di etica si combattono servendosi anche delle tecniche della comunicazione. Ma anche la tecnica è una forma di etica; il suo scopo è di aumentare all’infinito la propria potenza. Sta diventando la forma più potente di etica, che si serve essa delle altre forme, le quali invece si illudono ancora di servirsi della tecnica e delle tecniche della comunicazione. Tutto questo non snatura l’uomo, perché dalla cultura dell’Occidente l’uomo stesso è pensato come produzione, come ente produttivo, cioè tecnico. Come Dio è stato inteso come il senso ultimo (grembo e ultima dimora) dell’uomo, così oggi il senso ultimo dell’uomo è costituito dalla tecnica. Dio è il sommo Tecnico del passato, la Tecnica è l’ultimo Dio del presente.

Oggi le reti telematico-informatiche sono ancora dei mezzi di cui si servono le forze che costituiscono l’economia capitalistica. Ma la “concorrenza” le spinge a contendersi il cosiddetto cyberspazio e a occuparne aree sempre più ampie. Senonchè lo scopo di quelle forze di far conoscere i loro prodotti e imporsi sul mercato è destinato a tramontare, sostituito da quell’altro scopo che è l’incremento della potenza del mezzo tecnico che fa conoscere tali forze. In questa sostituzione il messaggio centrale diventa appunto la capacità della tecnica di guidare il mondo. È in questo senso che dev’essere inteso il principio di Mc Luhan che il medium (ossia il mezzo tecnico con cui si trasmette un certo messaggio) è esso il messaggio autenticamente dominante.

Per Lei la tecnologia è il frutto della vittoria del capitalismo, dell’uomo asservito al raggiungimento di un fine che lo vede come “strumento”: una contraddizione dell’imperativo kantiano, che impone di considerare l’umanità come fine e non come mezzo… ma la tecnologia non può aiutare a vivere meglio?

Per il capitalismo l’uomo è un mezzo che serve per l’incremento indefinito del profitto. Ma la tecnica è destinata a portare al tramonto anche il capitalismo: lottando contro i propri nemici interni ed esterni esso è costretto a potenziare sempre di più lo strumento-tecnica di cui si serve, ed è inevitabile che giunga un tempo in cui lo scopo del capitalismo non sia più l’incremento del profitto, ma l’incremento della potenza della tecnica che dovrebbe produrre quel primo incremento. Abbandonando il proprio scopo il capitalismo cessa di esistere; può diventare un mezzo di cui la tecnica si serve. La quale ha la capacità di dare all’uomo – dopo e attraverso i tempi drammatici che stiamo vivendo – il maggior benessere di cui egli abbia mai goduto – e comunque di soddisfarne per lo meno i bisogni primari.

Un’ultima domanda: l’intelligenza presenta grandi potenzialità e anche tanti rischi: secondo Lei è l’ultimo stadio dello sviluppo e del dominio della tecnologia?

Per le varie forme del sapere scientifico l’intelligenza è una parte del mondo. Un carattere, questo, che è accentuato dalla tesi riduzionista che la mente è una funzione del cervello. Senonché si sa che esiste qualcosa come l’intelligenza, la mente, il cervello, la scienza, e tutto il resto, perché tutte queste cose si presentano nell’esperienza, cioè nel manifestarsi del mondo. Questa manifestazione è la mente, l’intelligenza originaria, e mostra il passato, il presente, il futuro, il reale e il possibile, ossia tutto ciò che ci è noto. È all’interno di questa intelligenza originaria (di cui, ripeto, le menti umane sono parti) che la tecno-scienza sta procedendo rapidamente nella costruzione dell’intelligenza artificiale. D’altra parte, perché si giunga alla decisione a cui si guarda come al traguardo ultimo dell’intelligenza artificiale, ossia alla decisione di affidare le sorti dell’umanità intera a un’intelligenza che non è soggetta a passioni e che può esser ritenuta infallibile, è necessario che l’umanità abbia a trovarsi d’accordo sull’opportunità di compiere questa grandiosa e drammatica scelta. E perché essa sia effettuata è innanzitutto necessario che prenda piede quella dominazione della tecnica di cui ho parlato e nella quale l’intelligenza artificiale ha indubbiamente una funzione primaria. Eppure tutto quanto ho detto sin qui non fa i conti con le questioni decisive. Ne indico una. la tecno-scienza è un sapere ipotetico. Ha potenza sul mondo, ma ha rinunciato alla verità. È la scienza stessa a riconoscere il proprio carattere ipotetico-deduttivo, statisticoprobabilistico. Nemmeno la più potente delle intelligenze artificiali può esser quindi infallibile. Il benessere e la felicità che la tecnica può dare all’uomo sono quindi essi stessi ipotetici, provvisori, anche se la capacità della tecnica di produrli viene ampiamente confermata. Quando ci si renderà conto che anche la felicità del paradiso dalla tecnica è priva di quella garanzia assoluta che solo la verità può dare, sarà inevitabile che i popoli incomincino a pensare se non esista un senso della verità diverso da quello che il nostro tempo ha dovuto abbandonare e che conduce alla dominazione della tecnica. La quale non ha pertanto l’ultima parola.

 

Articolo pubblicato su Start Magazine n.2/2018

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