Italia

Pane fresco e pane invenduto, si muove il Parlamento (e l’Antitrust)

Al vaglio della commissione Industria del Senato due ddl su produzione e vendita del pane. In audizione Antitrust e rappresentati dell’azienda Grande Impero. Il problema dell’invenduto

Alimento principe sulle tavole degli italiani da secoli, ora il pane è anche oggetto di dibattito parlamentare grazie a due disegni di legge – n. 169 e n. 739 – al vaglio della commissione Industria del Senato. Il provvedimento vuole fare chiarezza sulla produzione e sulla vendita di un cibo che in alcuni casi – ad esempio il pane di pasta madre – rappresenta “un’eccellenza italiana” come ha detto durante l’audizione in commissione Antonella Rizzato, proprietaria del marchio Grande Impero. Rizzato, che vede con favore i due ddl perché forniscono regole ai fornitori, principali responsabili dei problemi di gestione del pane invenduto, ha pure notato come il mercato stia cambiando perché stanno cambiando le abitudini del Paese. Di sicuro oggi si trovano in circolazione molti più tipi di pane, fatti anche con varie farine, rispetto al passato.

L’INTERVENTO DELL’ANTITRUST IN COMMISSIONE

Sulle due iniziative di legge la scorsa settimana era stata audita anche l’Antitrust, rappresentata dal segretario generale Filippo Arena. L’Authority peraltro si sta occupando del settore nell’ambito di sei procedimenti istruttori – che si concluderanno a maggio – avviati nei confronti delle principali catene della Gdo che scaricherebbero sui panificatori il rischio e i costi del pane fresco giornaliero invenduto, abusando così del proprio potere commerciale e dello squilibrio contrattuale esistente. Del tema si è occupato pochi mesi fa anche il programma di Rai3 “Report” con una puntata – dal titolo “Pane a rendere” – in cui si cercava di capire proprio che fine facesse la parte invenduta dei quasi 2 milioni di tonnellate di pane prodotte ogni anno in Italia.

Durante l’audizione l’Agcm aveva lodato l’intento comune ai due ddl di “migliorare la consapevolezza degli acquisti dei consumatori, aumentando il grado di trasparenza sul mercato in merito alle tipologie di pane commerciate, alla loro conservabilità, ai prodotti utilizzati per la lievitazione” e anche “all’attribuzione, nell’ambito dei panifici, di una precisa responsabilità sulle verifiche di conformità dell’attività produttiva alla normativa vigente”. In particolare, evidenziava Arena, “i disegni di legge appaiono idonei a delineare una distinzione chiara tra i prodotti freschi artigianali – risultato di conoscenze, tradizioni e pratiche che costituiscono un patrimonio, anche culturale, a tutti gli effetti meritevole di tutela – e le tipologie di pane prodotte a partire da impasti precotti o surgelati o, comunque, sottoposte a trattamenti volti ad aumentarne la durabilità”.

SUL PANE INVENDUTO

L’Autorità per la Concorrenza e il Mercato aveva poi richiamato l’attenzione sul fatto che, in base alla normativa vigente, il pane invenduto a fine giornata può essere destinato o a diventare mangime per animali oppure – grazie alla recente legge Gadda (l. 166/2016) – a finire sulle tavole dei poveri tramite associazioni benefiche. Però al momento, sia per la scarsa redditività che ne deriva nel primo caso sia per le difficoltà di coordinamento tra i produttori o i rivenditori di pane con le associazioni benefiche nel secondo caso, “una consistente percentuale del pane invenduto a fine giornata rimane di fatto inutilizzata e viene trattata come un rifiuto (d.lgs. 152/2006)“. L’auspicio espresso dall’Antitrust – anche con un “intervento normativo successivo” – è quello di “incentivare la riduzione degli sprechi alimentari” allentando in tal modo pure la “tensione tra la fase della produzione e quella della distribuzione di pane fresco” nella gestione dell’invenduto, elemento di cui si sta occupando proprio l’Authority e che vede un forte squilibrio contrattuale a vantaggio dei distributori.

Un’ultima nota riguardava infine il fatto che i due ddl prevedono un’innovazione ossia che il responsabile della produzione di pane frequenti un corso di formazione professionale accreditato dalla Regione o dalla Provincia Autonoma competente per territorio, con alcune ipotesi di esonero dalla frequenza del corso. In quest’ottica l’Antitrust metteva in guardia da una possibile “limitazione della libera circolazione dei lavoratori, stante l’assenza di un’ipotesi di esonero a favore di chi ha conseguito un diploma in materie attinenti all’attività di panificazione in un altro Stato Membro dell’Unione Europea”.

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