Italia

Perché i pastori sardi rovesciano il latte in strada

Prezzo del latte sardo crollato in un anno. Nello scontro tra pastori e aziende interviene il governo

Dieci centesimi al litro. È la differenza di prezzo per la quale i pastori sardi sono scesi in strada nelle scorse ore, arrivando anche a proteste eclatanti come quella che ha portato a rovesciare a terra ettolitri di latte di pecora. Una vertenza durissima che ha superato i confini dell’isola per arrivare sul tavolo del governo e anche a Bruxelles.

SCONTRO SUL PREZZO DEL LATTE

Il problema è dato dal crollo del prezzo del latte ovino che viene pagato ai produttori dalle aziende di trasformazione. La Sardegna, con poco meno 4 milioni di ovini, è il primo produttore italiano di pecorino “romano”, che nell’ultimo anno avrebbe fatto registrato vendite inferiori alla produzione. Per questo motivo se a fine 2017 il prezzo del latte di pecora era a 85 centesimi al litro, oggi è arrivato a 60 centesimi, talvolta anche meno. Una cifra con la quale, secondo i pastori, non si coprono neppure i costi. All’ultima riunione del tavolo di filiera regionale le associazioni di categoria hanno chiesto di fissare un prezzo minimo, pari a 70 centesimi, ma le aziende hanno detto no. Da qui è scoppiata la protesta, costringendo il governo a intervenire. Il premier Giuseppe Conte è arrivato a Cagliari e ha promesso che il 21 il ministro dell’Agricoltura Gianmarco Centinaio riunirà a Roma un tavolo nazionale di filiera. Inoltre il 19 la questione sarà portata anche a Bruxelles.

SENZA DIMENTICARE LA QUOTA LATTE UE

I margini però sono stretti. Gli allevatori sardi chiedono che sia applicato l’articolo 62 della legge 1/2012, che “vieta qualsiasi comportamento del contraente che, abusando della propria maggior forza commerciale, imponga condizioni contrattuali ingiustificatamente gravose, ivi comprese, ad esempio: qualsiasi patto che preveda prezzi particolarmente iniqui o palesemente al di sotto dei costi di produzione”. Il governo però deve fare i conti con i vincoli stabiliti dalle normative europee, che dopo la fine dell’era delle ‘quote latte’ impediscono sostanzialmente una regolazione del mercato, consentendo però, con il cosiddetto “pacchetto latte” (Reg. Ue 261/2012 del 12.03.2012 e Reg. Ue 1308/2013 del 17.12.2013) di intervenire nella programmazione dell’offerta e sui contratti di settore.

LA DENUNCIA DEI PASTORI SARDI

La Confindustria sarda assicura la volontà di trovare “soluzioni comuni e praticabili” ma ricorda che nel 2018 “le aziende hanno remunerato il latte ad un prezzo fuori mercato (85 centesimi) con il risultato di avere magazzini pieni di invenduto e con quotazioni nel contempo ridottesi di oltre il 30%”. Una posizione che i pastori sardi respingono, denunciando una sorta di “cartello” degli industriali. “Sono loro – spiega a Policy Maker Battista Cualbu, pastore e presidente di Coldiretti Sardegna – quelli che decidono il prezzo perché dicono ‘il prezzo lo fa il mercato’. Un cavolo, il prezzo lo fanno in pochi. Prendono appalti di pecorino romano anche per un anno a basso prezzo perché sanno che poi qualche cooperativa messa male che ha necessità di svendere la trovano. Prendono alla gola l’allevatore singolo che in autunno ha necessità di un po’ di liquidità, gli danno magari qualche migliaia di euro di caparra e lui non ha più nessun potere contrattuale, firma un contratto dove la cifra la mettono gli industriali”. Sono proprio i “piccoli”, e non sono pochi, a subire maggiormente gli sbalzi del mercato: le cooperative più grandi, infatti, riescono solitamente ad avere maggiore forza contrattuale nei confronti delle imprese.

In questo contesto una soluzione immediata è assai complicata, mentre nel medio periodo l’obiettivo resta quello di rafforzare la filiera, aprendo nuovi mercati e puntando sulla qualità alta, che in Sardegna c’è grazie anche ai rilevanti investimenti fatti negli ultimi anni. Investimenti che però non hanno permesso di aumentare le vendite, nonostante un aumento complessivo della richiesta mondiale di latte e formaggio ovino, di cui hanno beneficiato principalmente diretti concorrenti come la Spagna in Europa o la Nuova Zelanda.

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