Il quotidiano racconta l’ipotesi di un decreto per aumentare i capilista bloccati. La vicinanza ai territori è la motivazione ufficiale, il controllo delle segreterie il possibile obiettivo politico. Ecco la teoria del gerrymandering
La destra starebbe valutando di aumentare il numero dei collegi elettorali per eleggere più capilista bloccati e tenere maggiormente sotto controllo i futuri gruppi parlamentari. È la ricostruzione pubblicata dal Fatto Quotidiano, che riferisce di un’ipotesi circolata ai vertici dei partiti di maggioranza: un decreto elettorale all’inizio del 2027 per ridisegnare i collegi in vista delle politiche.
Il possibile vantaggio politico, secondo il quotidiano, riguarda le segreterie e la loro capacità di decidere chi entra in Parlamento. Il paradosso è che la giustificazione ufficiale per mettere mano ai collegi potrebbe essere quella di avvicinare i candidati ai territori: la stessa su cui si reggeva l’impianto degli uninominali aboliti con la riforma appena approvata.
IL PROBLEMA DELLE PREFERENZE
Il punto, riferisce ancora il Fatto Quotidiano, è il controllo dei gruppi parlamentari. Con le preferenze dal secondo candidato in lista, le segreterie rischiano di perdere parte del potere nella scelta degli eletti. Fratelli d’Italia e Pd potrebbero contare su strutture organizzate in grado di mobilitare il consenso sui candidati prescelti. Per Lega e Forza Italia, invece, le differenze territoriali e i dissensi interni renderebbero più difficile indirizzare i voti.
A beneficiare di un maggior numero di capilista bloccati potrebbero essere soprattutto i partiti minori, tra cui Lega e Forza Italia nel centrodestra, oltre ad Alleanza Verdi e Sinistra e ai centristi. È questo il retroscena politico messo in evidenza dal quotidiano: più candidature blindate significherebbero più margine per le segreterie nel comporre le liste e orientare la futura composizione del Parlamento. Il decreto, secondo la ricostruzione, potrebbe arrivare all’inizio del 2027, anche in relazione alle eventuali decisioni della Corte costituzionale sulla legge elettorale.
La questione del rapporto tra eletti ed elettori è al centro anche delle osservazioni di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera. Rispondendo a un lettore, il giornalista ha scritto: «una democrazia occidentale non cambia la legge elettorale a ogni voto, adattandola alle convenienze della maggioranza del momento». Cazzullo richiama il Mattarellum, con il 75% dei seggi assegnato nei collegi uninominali: collegi più piccoli, osserva, consentivano ai cittadini di avere un rapporto diretto con il proprio rappresentante e lasciavano meno spazio alle segreterie di partito. La riforma annunciata dal governo, nella sua lettura, procede nella direzione opposta: elimina i collegi uninominali e prevede un premio di maggioranza. E qui torna la ricostruzione del Fatto Quotidiano: un aumento dei collegi in nome della vicinanza ai territori, e l’aumento dei capilista bloccati. Due obiettivi che convivono nella stessa ipotesi.
IL TERRITORIO TORNA UTILE, MA A CHI?
La legge elettorale approvata alla Camera a inizio ottobre vede l’Italia divisa in 28 circoscrizioni e 49 collegi per la Camera, e in 26 per il Senato. Secondo la ricostruzione del Fatto Quotidiano, il centrodestra avrebbe intenzione di aumentare i collegi dichiarando la necessità di avvicinare i candidati ai territori, evitando campagne elettorali su aree troppo vaste. Ma, riferisce il giornale, dietro la proposta ci sarebbe anche l’interesse a moltiplicare i capilista bloccati e rafforzare il controllo delle segreterie sui futuri gruppi parlamentari.
Il problema della distanza geografica esiste: ci sono collegi che attraversano Varese e Monza Brianza, oppure Cuneo, Asti e Alessandria, con campagne elettorali che richiedono tempo e risorse. Ma il cortocircuito politico è evidente. Se il rapporto tra eletto ed elettore è così importante, perché cancellare i collegi uninominali, che proprio quel rapporto dovrebbero favorire? La ricostruzione del quotidiano suggerisce che la vicinanza territoriale non esaurisca le ragioni dell’operazione. L’aumento dei collegi produrrebbe anche più capilista bloccati, cioè candidati con una posizione privilegiata nell’elezione. Affiora il sospetto di una mappa disegnata anche in funzione delle convenienze dei partiti: certo, aumentare il numero dei collegi non significa automaticamente fare gerrymandering… a pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina, diceva qualcuno.
CHE COS’È IL GERRYMANDERING
Nel 1812, in Massachusetts, il governatore Elbridge Gerry approvò una ridefinizione dei distretti elettorali favorevole al suo schieramento. Uno dei nuovi collegi aveva un perimetro talmente bizzarro da ricordare una salamandra: da qui nacque la parola gerrymandering, fusione tra Gerry e salamander. La politica aveva trovato un modo creativo per trasformare la cartografia in una questione di potere.
Il trucco, da allora, è diventato una specialità della politica americana: ridisegnare i confini dei collegi per concentrare gli elettori avversari in pochi distretti, dove vincono con valanghe di voti, oppure disperderli in tanti altri, dove non riescono a prevalere. Le linee sulla carta sembrano innocenti; il risultato alle urne può cambiare parecchio. È una partita che si gioca prima del voto, stabilendo chi dovrà contendersi quali elettori e in quale territorio.

