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Perché Meloni trasforma le Europee in un referendum su Giorgia

Meloni Giorgia

Giorgia Meloni vuole pesare il consenso personale dopo venti mesi di governo e polarizzare ancora di più la competizione con il centrosinistra. Ma c’è anche dell’altro.

Il segreto di Pulcinella, come lo ha definito Monica Guerzoni su X, è stato svelato. Giorgia Meloni sarà la capolista di Fratelli d’Italia in tutte le circoscrizioni alle prossime elezioni europee di giugno. Accolta con entusiasmo e finta sorpresa dai suoi sostenitori alla convention del partito che si è tenuta a Pescara, la premier ha tenuto un discorso molto politico, solleticando il proprio elettorato sui temi cari alla destra italiana.

Ma ”il colpo di teatro – come ha scritto l’Ansa – arriva solo alla fine” perché Meloni “chiede di scrivere sulla scheda “solo Giorgia, il mio nome di battesimo” perché “io sarò sempre e solo una di voi, una del popolo”. Lanciando non solo la campagna elettorale di Fratelli d’Italia per le europee ma anche la sfida a pesare il suo consenso personale, dopo un anno e mezzo alla guida del governo. La premier dal palco chiama il suo popolo al plebiscito su di sé”.

LA SCELTA DEL PLEBISCITO PER ESORCIZZARE I RISCHI DEL REFERENDUM COSTITUZIONALE?

Perché la leader di FdI ha deciso di trasformare le elezioni Europee in un referendum, in un plebiscito su di sé? Sicuramente per pesare il consenso personale dopo venti mesi di governo. Per polarizzare ancora di più la competizione con il centrosinistra e, in particolare, con la donna leader dello schieramento opposto: Elly Schlein.

C’è chi insinua però che uno degli obiettivi sia quello di esorcizzare così l’eventuale referendum sulla riforma costituzionale, una volta ultimati i vari passaggi parlamentari. Referendum che costò caro a Matteo Renzi nel 2016. Per la serie che qualunque dovesse essere l’esito, non intaccherebbe il percorso del Governo. In quanto lei – Giorgia – gode di un consenso continuamente confermato dalle consultazioni elettorali. Di contro, tra i costituzionalisti c’è chi come Mauro Volpi sostiene invece che l’idea di far scrivere sulla scheda elettorale solo il nome di battesimo ‘Giorgia’ nasconda “una concezione populista e plebiscitaria che punta ad anticipare gli effetti del premierato”.

MARIO SECHI (LIBERO): “LA RIVOLUZIONE CONSERVATRICE DI GIORGIA”

Sul piano più politico, riportiamo alcuni stralci dei commenti firmati da Mario Sechi su Libero, Flavia Perina su La Stampa ed Ezio Mauro su Repubblica.

“Giorgia chiede la fiducia” titola in prima pagina Libero quotidiano. “Quando annuncia la candidatura perché ha «bisogno di sapere ancora una volta che ne vale la pena» – scrive Sechi, che è stato capo ufficio stampa di Palazzo Chigi – quando chiede la fiducia degli italiani, Meloni è un leader in sella che galoppa nella prateria della grande politica. La sua premiership è un’opera in fieri, conquistata mentre tuonano i cannoni e i pezzi sulla scacchiera tremano.

(…) Meloni fa parte del gioco, tra pedoni e alfieri, torri e cavalli, nell’Unione senza Re, Giorgia è la Regina che ha esordito al governo in un tempo di ferro e fuoco, in un mondo con tre guerre in corso (Ucraina, Medio Oriente e Mar Rosso), con le testate atomiche pronte al lancio nei silos, le navi da guerra e i sommergibili nella vastità degli oceani, mentre i cieli dell’Europa Centrale e del Medio Oriente sono striati da piogge di missili e droni. Il nemico alle porte esiste, non è fiction.

Il governo Meloni ha l’orizzonte della legislatura, per questo l’opposizione è in preda a una perenne crisi di nervi, guardano il calendario e contano i giorni che mancano, tanti, infiniti anni senza il pranzo di gala del potere. (…) Giorgia Meloni compone il suo spartito al tempo dettato dal metronomo della «lunga durata», non è a Palazzo Chigi per sopravvivere a se stessa, è il motore di una rivoluzione conservatrice, punta a curvare lo spazio della Storia, vuole vincere dove tutto può cambiare, in Europa”.

EZIO MAURO (REPUBBLICA): “LA COMUNIONE PAGANA E LA SACRALIZZAZIONE DELL’INVESTITURA”

Dalla “rivoluzione conservatrice” di Sechi passiamo alla “comunione pagana” di Ezio Mauro. “Ieri – scrive l’editorialista ed ex direttore di Repubblica – la consacrazione della leadership meloniana è avvenuta sotto la forma di comunione pagana: Meloni ha celebrato il suo nome di battesimo come prova di familiarità col popolo, di confidenza e di fiducia, e l’ha distribuito a tutti: “Chiamatemi Giorgia, scrivete soltanto Giorgia sulla scheda elettorale”. La leadership coincide con la persona, l’adesione diventa identificazione, il nome indica la destra e viceversa, dice tutto e non c’è altro: basta Giorgia. Questa è la vera candidatura annunciata ieri, non la scelta di proporsi agli elettori come capolista. Come in tutti i processi metapolitici, ufficialmente si celebrava un appuntamento elettorale, in realtà si officiava un mistero rituale, la sacralizzazione dell’investitura”.

FLAVIA PERINA (LA STAMPA): “IL SALTO DI QUALITA’ NELLE AMBIZIONI PERSONALI DI GIORGIA MELONI”

Infine per Flavia Perina, che è stata anche direttore del Secolo d’Italia, “c’è un salto di qualità anche nelle ambizioni personali della premier, che esce dal ruolo di capo del partito di maggioranza relativa per presentarsi all’elettorato di centrodestra come titolare esclusiva di qualcosa di nuovo, un brand – “Vota Giorgia” – più che una formula politica o la leadership di una coalizione vincente. La nomination nei simboli di Silvio Berlusconi e Matteo Salvini impallidisce davanti a questa nuova progressione dove il cognome non serve più, è una sovrastruttura, perché Giorgia è una sola e basta la parola.

Anche questo piacerà alla destra. I più anziani- continua l’editorialista de La Stampa – ci troveranno l’eco della confidenzialità del passato, quando i leader storici non erano protetti da scorte e auto blu e si fermavano pure per l’ultimo dei militanti. Gli altri, i nuovi arrivati e i più giovani, ci vedranno la conferma che lei è “diversa da tutti”. Non onorevole Meloni, non presidente Meloni, solo Giorgia. Per molto tempo gli osservatori si sono chiesti dove Meloni volesse portare la sua destra, se verso Viktor Orban o verso Ursula von der Leyen, e gli italiani si sono interrogati sulla natura della premiership e sulla sua capacità di far fronte alla perenne emergenza italiana.

Il discorso di Pescara scioglie l’enigma in modo assai pragmatico: Meloni userà le Europee per conquistare un en plein personale, tutto il resto (compreso il destino degli alleati) è contorno. Un contorno che sarà rinviato al giorno dopo il voto, quando alle grandi battaglie di principio – conclude Perina – si sostituiranno gli affari correnti delle nuove regole di bilancio, del rientro dal debito, delle casse dello Stato vuote, e un peso più alto a Bruxelles potrebbe aiutare a sciogliere i nodi di Roma, quelli che davvero preoccupano la premier”.

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