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Referendum e voto 2027, cosa raccontano i risultati sulla sfida tra destra e sinistra

Riflessioni sui due ultimi referendum con un occhio alle elezioni del 2027: l’analisi di Claudio Petruccioli sul numero 10 di Civiltà Socialista,che pubblichiamo in estratto per gentile concessione dell’editore

Nel giro di poco più di dieci mesi (dall’8 giugno del 2025 al 22 marzo di quest’anno) gli italiani sono stati chiamati alle urne per due referendum. Il primo su materia sociale (licenziamenti e infortuni sul lavoro), il secondo su materia costituzionale: la riforma della giustizia approvata dal Parlamento. Non è la prima volta che si verifica questa coincidenza; negli anni 2000 ci sono ben tre precedenti, tutti con la stessa caratteristica: un referendum ordinario seguito da un referendum costituzionale

Com’è noto, fra i due tipi di referendum c’è una differenza sostanziale: quello ordinario può solo abrogare norme esistenti ed è valido se si recano a votare almeno la metà più uno degli aventi diritto; quello costituzionale invece dice l’ultima parola su leggi che modificano parti della Costituzione ma che sono state approvate dal Parlamento con una maggioranza inferiore ai due terzi, quindi passibili di verifica referendaria in base all’art. 138 della Costituzione stessa. Per questo secondo tipo di referendum non è prevista alcuna clausola di validità; cosa comprensibile perché è la tappa dirimente e conclusiva di una legge di riforma costituzionale.

Vale la pena di rilevare la partecipazione al voto per ciascuna coppia di questi referendum perché se ne può derivare quale sia la disposizione degli elettori chiamati alle urne in consultazioni qualitativamente diverse separate da un breve intervallo di tempo, per cui non può influire la tendenza alla crescita dell’astensione che dagli anni ’90 sembra avere assunto in Italia carattere fisiologico.

IL PRECEDENTE DEL 2000-2001: IL REFERENDUM SUL TITOLO V

A maggio del 2000 ci fu un’infornata di ben 7 quesiti con l’evidente speranza di incrementare la partecipazione al voto: risultato, un misero 32,50%. A ottobre dell’anno dopo è la prima volta di un referendum costituzionale su un’importante legge che aveva riscritto l’intero Titolo V della Costituzione; anche in questo caso, però, va alle urne appena un terzo degli aventi diritto, il 34,05%. Vinsero i con il 64,2% ma, vista la scarsa affluenza, una riforma che riguarda il tema delicatissimo dei rapporti di potere fra le Regioni e lo Stato centrale ebbe la sanzione popolare con appena 10 milioni e mezzo su quasi 50 milioni che componevano il corpo elettorale.
Oggi sappiamo che quella sarà la sola modifica della Costituzione a ottenere la ratifica del voto popolare. Ma se il risultato fosse stato l’opposto, se avesse vinto il No? Sarebbe accettabile che il volere di un quinto del corpo elettorale (o anche meno) prevalga sulle decisioni della maggioranza di Camera e Senato in doppia lettura. È un problema che nessuno affronta, anche se nessuno può negarne l’esistenza.

IL REFERENDUM SULLA PROCREAZIONE ASSISTITA DEL 2005

Nel 2004 fu approvata la legge che introduceva nell’ordinamento italiano la possibilità di accedere alla procreazione medicalmente assistita; con molte limitazioni però, cosicché le contrarietà erano molto ampie, sia pur di segno diverso. A chi era contrario in via di principio, si aggiungevano altri che consideravano le norme troppo restrittive.

Sotto la spinta dei radicali, i secondi promossero un referendum abrogativo non condiviso da chi, comunque, considerava la legge un primo passo nella giusta direzione. I contrari per principio, a cominciare dalla Conferenza episcopale, risposero con una poderosa campagna astensionistica; cosicché a giugno del 2005 andò alle urne poco più di un quarto degli elettori, uno dei peggiori esiti – se non il peggiore – nella storia delle consultazioni referendarie.

IL REFERENDUM COSTITUZIONALE DEL 2006 E LA RIFORMA DEL CENTRODESTRA

L’anno dopo, a maggio del 2006, è la volta del secondo referendum costituzionale: oggetto le modifiche della seconda parte della Costituzione approvate dal centrodestra nel corso della XIV legislatura che si era appena conclusa.

Nelle elezioni politiche svoltesi poche settimane prima il centrodestra era uscito – di poco – battuto e il clima della campagna elettorale ne risentì; sia per stanchezza, vista la contiguità di due consultazioni generali, sia perché la ripulsa della riforma voluta e approvata solo dagli sconfitti nel recentissimo voto politico era data per scontata.

La ripulsa ci fu, ma non con una partecipazione ridottissima come quella di cinque anni prima sulla riforma del Titolo V; votò un venti per cento in più e fu largamente superata la soglia del 50% prevista per la validità dei referendum ordinari; soglia che, pur inesistente per i referendum costituzionali, costituisce un punto di riferimento se non altro psicologico per valutare se non la legittimità, certo il peso sostanziale del pronunciamento popolare.

LEZIONI DAI REFERENDUM COSTITUZIONALI

Se ne possono ricavare due lezioni: gli elettori italiani sono molto sensibili e attenti quando sono sul tappeto modifiche agli assetti costituzionali. La bassa partecipazione al referendum del 2001 è stata evidentemente dovuta all’idea che la materia regionale non sia rilevante come le altre; idea sbagliata ma purtroppo diffusa nella pubblica opinione.

E la difficoltà ormai cronica a raggiungere il quorum di validità quando si celebrano i referendum ordinari è in larga parte dovuta al fatto che la maggioranza dei cittadini non giudicano la materia proposta nei quesiti sufficientemente importante e degna di mobilitazione.

L REFERENDUM DEL 2016 E LA RIFORMA RENZI

Nel 2016 avviene tutto nello stesso anno: ad aprile il referendum ordinario sulle trivellazioni in mare, archiviato con la partecipazione del 32,16%; livello classico dei referendum che sarebbe stato meglio non promuovere. A dicembre il referendum costituzionale su quella che, per comodità, possiamo chiamare la «riforma Renzi».

Questa volta la battaglia è ben più aspra e lunga di dieci anni prima, e infatti il numero dei votanti cresce di quindici punti, fino a sfiorare il 70%. Ma – dato significativo – non cambia il rapporto fra favorevoli e contrari alle modifiche approvate in Parlamento; il oscilla intorno al 40%, il No intorno al 60%; a distanza di dieci anni la differenza è al di sotto dei due punti percentuali.
È la prova che i cittadini italiani sono più attenti di quanto si creda al merito delle questioni su cui sono chiamati a pronunciarsi; infatti, al di là delle soluzioni proposte, i referendum del 2006 e del 2016 toccavano più o meno gli stessi argomenti.

Ma è anche la prova che quando sono chiamati a pronunciarsi su modifiche alla Costituzione gli stessi cittadini sono poco propensi a entrare nel merito e si affidano in prevalenza a una reazione che vede la Costituzione come un blocco unico e coerente rispetto al quale è più rassicurante un atteggiamento conservativo che uno spirito innovativo.
Così, anche riforme che appaiono mature e necessarie finiscono per arenarsi davanti a uno sbarramento insormontabile.


IL REFERENDUM DEL 2026 SULLA GIUSTIZIA E LA MOBILITAZIONE DEGLI ELETTORI

Veniamo al referendum più recente, quello del marzo di quest’anno che riguardava il funzionamento della giustizia. La partecipazione, vicina al 60%, ha sorpreso molti ed è stata molto commentata.

Il motivo della sorpresa è presto detto: il confronto partiva dal referendum ordinario di un anno fa, su quesiti di carattere sociale e preceduto da una campagna molto lunga e combattuta carica di contenuti politici come quella che ha portato al referendum di marzo: in ambedue i casi si può dire che nessun cittadino ne sia restato al riparo o inconsapevole.

Ciò nonostante, la partecipazione al referendum del 2025 era stata intorno al 30%; il timore che la maggioranza dei cittadini disertasse le urne sembrava più che giustificata.

Si è avuta, invece, la conferma che i referendum costituzionali, anche se non sottoposti al vincolo del quorum (o probabilmente proprio per questo) non faticano a mobilitare la maggioranza degli elettori, e quella del lontano 2001 sul Titolo V è da considerarsi un’eccezione.

Viene anzi da pensare – sia detto in parentesi con un po’ di umorismo ma non per scherzo – che se si togliesse il vincolo del quorum anche per i referendum ordinari, privando così i contrari dell’apporto gratuito degli astensionisti cronici, si rilancerebbe un istituto di democrazia che sta rischiando l’asfissia.


DUE REFERENDUM, DUE ESITI E LO STESSO SCONTRO POLITICO

Pur col netto divario di partecipazione registrato, il confronto fra i due ultimi referendum offre utili e stimolanti motivi di riflessione e spunti per valutare orientamenti dell’elettorato.

La ragione è semplice: questi due referendum hanno visto il confronto di due schieramenti che sono restati pressoché identici nelle due occasioni.
Con una sola differenza: il blocco di opposizione, se si vuole la «sinistra», a sostegno del nel referendum di un anno fa, si è decisamente schierato per il No in quello del marzo scorso, uscendo perdente nel primo caso e vincente nel secondo; viceversa per la destra o blocco di maggioranza e di governo.

Una simmetria così perfetta non si era verificata in nessuna delle precedenti occasioni passate in rassegna in questa nota.

Il dissenso «riformista» che si è espresso nei confronti della posizione ufficiale della sinistra in ambedue i casi, può essere neutralizzato perché, qualunque ne sia stata la consistenza che non è possibile valutare neppure per approssimazione, deve essersi mantenuta più o meno dello stesso peso sia sul tema «sociale» che su quello «giudiziario».


IL VOTO REGIONALE E LE DIFFERENZE TERRITORIALI

Sono significative innanzitutto le differenze che si rilevano per regioni e per grandi aree geografiche.

Cominciamo con il referendum del 2025; i votanti hanno superato di poco il 30%, livello analogo a quello di tutti i referendum condannati già in partenza al fallimento; sono andati a votare quasi soltanto i favorevoli; i hanno infatti raggiunto l’87,57%.

Non si verificano grandi differenze nelle diverse zone del Paese; le percentuali regionali dei Sì sono comprese fra l’83,63% del Trentino Alto Adige e il 93,68 della Campania.

Va notato, tuttavia, che dal Piemonte alle Marche questa percentuale si colloca al di sotto del 90%; in tutte le altre, dall’Umbria alla Sardegna, è al di sopra.

Se fosse possibile trarre un’indicazione da questo differenziale, si dovrebbe tracciare una linea che parte da Civitavecchia sul Tirreno e raggiunge l’Adriatico all’altezza di Giulianova e divide l’Italia in due; molto all’ingrosso si può affermare che al di sotto di questa linea il problema del lavoro viene affrontato e vissuto con qualche difficoltà e inquietudine in più che nel resto del Paese.

NESSUNA CERTEZZA IN VISTA DELLE ELEZIONI DEL 2027

Per concludere: tranne che per l’Emilia e la Toscana, dove i risultati dei due referendum sono sovrapponibili nel confermare un primato della sinistra abbastanza solido ed esteso, le altre zone forniscono elementi contraddittori o ambigui; tanto a sinistra quanto a destra si sbaglierebbe a trascurarli o a trasformarli in dati acquisiti e rassicuranti in vista delle elezioni di legislatura del 2027.

Vale sia per le aree in cui nel referendum di marzo i e i No si sono affermati con più distacco, sia per quelle nelle quali si registra un equilibrio.Vale soprattutto per il Mezzogiorno

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