Italia

Reti idriche, anello debole del sistema Italia

Si deve comprendere la differenza tra il valore pubblico e la gestione dell’acqua. Dopo la giornata mondiale dell’acqua e il dibattito in corso sulla riforma sull’acqua pubblica proposta dai 5 Stelle riprendiamo l’intervento del Prof. Paolo Veltri, Ordinario di Costruzioni idrauliche dell’Università della Calabria pubblicato su Start Magazine

Il Sistema Idrico Integrato vive in Italia una stagione molto critica, che è particolarmente preoccupante nel comparto delle reti idriche urbane. Il problema delle perdite nelle reti idriche è gravissimo: l’Ispra ne stima nei capoluoghi di provincia un valore medio del 40%, con punte anche del 70%. Si tratta sia di acqua dispersa per rottura delle condotte, sia di perdite amministrative, cioè di acqua non conturata e, quindi, non contabilizzata.

SOPRATTUTTO NEL MEZZOGIORNO LE CONDOTTE SONO VECCHIE

Le condotte sono spesse molto vecchie e, soprattutto nel Mezzogiorno, mancano piani di manutenzione programmata. Per fortuna, nonostante le carenze di precipitazione degli ultimi anni, non manca la risorsa, garantita da precipitazioni medie annue più che sufficienti in gran parte d’Italia. Piuttosto, risultano ancora non completate alcune grandi opere, come nel Mezzogiorno le dighe, che, una volta ultimate, allevierebbero i costi di sollevamento di acqua dalle falde. La legge Galli del 1994 pensava a un riordino del sistema idrico integrato (acquedotto, fognatura e depurazione in un unico servizio, in ambiti geografici e amministrativi definiti ottimali), che all’epoca vedeva una gran confusione di Enti gestori (oltre 13000 e della più disparata tipologia e forma). Il riordino funzionò bene nelle Regioni che già avevano percorsi virtuosi, a stento si è avviato per quelle che erano messe male. Disattesa in molte Regioni, oggi quella legge è stata superata in più passaggi.

OCCORRONO TEMPI E INVESTIMENTI

Per migliorare il sistema idrico occorrerebbero tempi biblici e investimenti enormi: UTILITALIA stima un tempo di 250 anni per ristrutturare le condotte. Ma non è una questione di nuove tecnologie, quelle che ci sono bastano, anche i vecchi acquedotti in esercizio da oltre un secolo possono essere ripresi e tenuti sotto controllo con sistemi moderni di ricerca perdite e di telemisura e telecontrollo. L’eco sostenibilità del sistema si deve realizzare con politiche mirate a consumi minori degli attuali e a trattamenti più spinti delle acque reflue: siamo il Paese in Europa con le maggiori dotazioni pro capite (anche superiori a 300 l/ab/d), ma anche con le tariffe più basse (poco più di 1 € per m3) e con i maggiori disservizi. Penso sia evidente il nesso fra consumi elevati e costi bassi del servizio. La tariffa, in quanto corrispettivo del servizio reso, dovrebbe consentire il rientro per il gestore dei costi operativi e di ammortamento di acquedotto, fognatura e depurazione.

IL BASSO VALORE DELLA TARIFFA NON FORNISCE AL GESTORE LE ENTRATE NECESSARIE PER INVESTIRE

La responsabilità di riparare le condotte e sostituirle con opere nuove e di inserire nel sistema tecnologie più efficaci è in capo al gestore, che spesso però non dispone dei capitali indispensabili. Stimando un consumo annuo di 80-90 m3 pro capite, con conseguente ritorno economico inferiore a 100 €/anno pro capite, si comprende meglio da dove nascono le criticità: il basso valore della tariffa non fornisce al gestore le entrate necessarie per gli investimenti richiesti e, al contempo, il cittadino considera di scarso valore il bene acqua. Ne nasce lo spreco e, soprattutto, una restituzione all’ambiente naturale di una risorsa che, per quanto depurata, non ha le caratteristiche di qualità possedute prima del prelievo e dell’uso.

ACQUA BENE PUBBLICO, NON CONFONDERE LA RISORSA CON LA SUA GESTIONE

Un altro problema latente ma molto diffuso è legato alla confusione che da più parti si fa sul concetto di bene pubblico, quale è appunto l’acqua, confondendo la risorsa con la sua gestione: ciò ha ingenerato in tanti l’idea che l’acqua debba essere pagata a prezzo politico e che la gestione del sistema debba essere esclusivamente in mano pubblica. on si esce da questa contraddizione se non si comprende la differenza fra il valore pubblico del bene acqua e la gestione dello stessa, emulando i Paesi europei più virtuosi, dove l’efficienza, l’economicità e la trasparenza del servizio sono garantite da un rigoroso controllo pubblico. Sono questi, del resto, principi ben esplicitati nella 2000/60, la Direttiva Quadro europea sulle acque, che ha poi ispirato il Decreto italiano n. 152 del 2006. Tutte queste questioni, qui appena accennate, vanno legate all’uso complessivo dell’acqua negli altri settori, primo fra tutti l’agricoltura, dove i consumi sono ben maggiori che nelle città e dove gli sprechi – si pensi alle copiose perdite delle condotte irrigue a cielo aperto – ben maggiori. Un’ultima notazione va riservata alle carenti, se non assenti, politiche educative in materia, che a tutti i livelli, a partire da quello scolastico, dovrebbero portare a considerare lo spreco dell’acqua come un vero e proprio attentato all’ambiente.

Articolo pubblicato su Start Magazine n.2/2018

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